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SIRIA, IL CONTESTO GEOPOLITICO E STRATEGICO

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di Sergio Restelli

La situazione attuale e il ruolo degli Stati Uniti

Il recente annuncio del Pentagono sulla presenza di circa 2.000 soldati americani in Siria rappresenta un aggiornamento significativo rispetto alle 900 unità precedentemente dichiarate.

Questa forza comprende sia militari impegnati in missioni a lungo termine che contingenti temporanei, schierati per affrontare esigenze operative specifiche. La presenza statunitense, attiva dal 2014, è stata inizialmente motivata dalla necessità di contrastare l’espansione del sedicente Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq.

Tuttavia, con il crollo del regime di Bashar al-Assad e la destabilizzazione dell’equilibrio politico, il quadro si è ulteriormente complicato.

Il rischio rappresentato dall’Isis nel dopo-Assad

La caduta del regime di Assad ha aperto un vuoto politico e militare che l’Isis sta cercando di sfruttare.

Nonostante le significative perdite territoriali subite nel 2019, il gruppo continua a mantenere un’infrastruttura sotterranea attiva, sfruttando la frammentazione del potere locale e l’instabilità nei campi di prigionia e nei campi profughi. Il campo di Al-Hol, che ospita circa 50.000 persone,tra cui mogli e figli di combattenti dell’Isis, è un punto focale di preoccupazione, sia per la radicalizzazione, che per il rischio di fuga.

Secondo il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein, l’Isis ha avuto accesso a significativi arsenali abbandonati dall’Esercito siriano, permettendo al gruppo di riorganizzarsi e espandere il controllo in nuove aree.

Questo sviluppo rappresenta una minaccia per l’intera regione, incluso l’Iraq, che tuttavia dichiara di non considerare l’Isis una minaccia diretta sul proprio territorio.

Collaborazione con le Forze Democratiche Siriane (FDS)

Le FDS, guidate da milizie curde, rimangono un alleato cruciale per gli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis.

Tuttavia, queste forze sono sottoposte a una doppia pressione:

da un lato, devono gestire migliaia di prigionieri Isis con risorse limitate; dall’altro, devono affrontare le forze sostenute dalla Turchia, che considera le milizie curde come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

Questa situazione crea una complessa dinamica geopolitica, con gli Stati Uniti impegnati a bilanciare il supporto alle FDS e i rapporti con Ankara, un alleato NATO.

Hayat Tahrir al-Sham (HTS): una nuova alleanza?

L’incontro tra la delegazione statunitense e Abu Mohammed al-Jawlani, leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS),è un altro sviluppo significativo.

HTS,un tempo affiliato ad Al-Qaeda, è stato il principale attore nell’offensiva contro le forze pro-Assad.

La possibilità che gli Stati Uniti stiano esplorando forme di dialogo con HTS potrebbe indicare un tentativo di costruire nuove alleanze per stabilizzare la Siria post-Assad.

Tuttavia, questa scelta rischia di sollevare controversie, dato il passato di HTS come gruppo estremista.

La “bomba a orologeria” delle carceri Isis

Uno degli elementi più critici è rappresentato dalle carceri che ospitano circa 9.000 combattenti Isis e i loro familiari.

La mancanza di risorse, unita agli attacchi costanti contro le FDS, potrebbe causare un collasso del sistema di detenzione, portando a una “evasione di massa”.

Joseph Votel, ex comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha definito questa situazione una “bomba a orologeria”, sottolineando il rischio di una nuova ondata di violenze se i detenuti riuscissero a fuggire.

La prospettiva irachena

Nonostante le preoccupazioni per una rinascita dell’Isis in Siria, il primo ministro iracheno Mohamed Shia al-Sudani ha dichiarato che il gruppo jihadista non rappresenta più una minaccia diretta per l’Iraq.

Tuttavia, l’Iraq rimane vulnerabile agli sviluppi nella vicina Siria, dove i legami etnici, religiosi e territoriali facilitano il transito di combattenti e armi.

La Siria del dopo-Assad si presenta come un mosaico di conflitti e interessi divergenti.

Gli Stati Uniti, con una presenza militare rafforzata, cercano di mantenere una posizione strategica per prevenire il ritorno dell’Isis e stabilizzare la regione, ma ,la complessità delle alleanze locali e le tensioni geopolitiche, specialmente con la Turchia e le fazioni interne alla Siria, rendono questa missione estremamente delicata.

Il rischio di una nuova escalation jihadista è concreto, alimentato dall’instabilità dei campi profughi e delle carceri.

Una soluzione duratura richiederà non solo un impegno militare, ma anche sforzi diplomatici e una chiara strategia per affrontare il limbo legale dei combattenti Isis e delle loro famiglie, che continuano a rappresentare un problema di sicurezza globale.

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  • Redazione

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