

Kiev, alle soglie del passaggio dal 2024 al 2025, è ormai giunta ad un bivio inevitabile e deve decidere se vuole avviarsi verso la strada della diplomazia o verso quella della follia.
La strada della follia è quella tracciata da anni dai neoconservatori americani e dai loro imitatori europei: sfiancare la Russia e, possibilmente, farla esplodere in una serie di coriandoli, di tante nazioni, così da non avere più a dover fare i conti con una super potenza nucleare. La strada della follia è quella che vede e vedrà massacrare un intero popolo in un conflitto di logoramento senza fine e con ricadute economiche disastrose sui Paesi europei, guidati da leadership ottuse e sempre più in via di licenziamento (vedi Scholz, Macron, Sanchez).
Quella della follia è la via che vogliono imporre i falchi di Kiev, come hanno dimostrato anche recentemente con l’uccisione del generale Kirillov da parte dei servizi segreti ucraini.
L’altra strada è quella dell’esame di realtà, che può essere percorsa dalla diplomazia.
Mentre i falchi tentano di far saltare i nervi a Putin, uccidendo Kirillov, mandando qualche missile o qualche drone in profondità nel territorio russo o affondando qualche nave con attentati mirati, Zelensky ha detto in un’intervista che l’Ucraina non è in grado di riprendersi la Crimea e i territori del Donbass occupati dai russi.
Zelensky non ha detto che rinuncia a riaverli, in quanto li considera parte integrante dell’Ucraina, ma che oggi non è in grado di riconquistarli.
Da parte sua Putin sostiene che gli oblast che ha inserito nella Federazione russa (Lugansk, Donetsk, Zaporizzja, Kerson e Crimea) sono suoi e che la pace si conclude con il riconoscimento del definitivo passaggio di questi oblast a Mosca.
La realtà è che non tutto il territorio degli oblast ucraini che Mosca ha inserito nella Federazione russa sono stati conquistati dalle truppe del Cremlino.
Probabilmente qui potrebbe inserirsi la diplomazia se si decidesse di avviarsi davvero sulla via di un negoziato.
Dal punto di vista territoriale, i due belligeranti potrebbero non rinunciare a rivendicare il loro diritto, ma potrebbero prendere atto dell’attuale impossibilità di raggiungere gli obiettivi, rinviando la questione e congelando il conflitto.
Non sarebbe la prima volta che la diplomazia si inventa formule che non fanno altro che rinviare la soluzione de jure dei problemi, attuando una soluzione de facto.
Si dice che sarebbe impossibile spiegare ai russi il mancato raggiungimento degli obiettivi dell’Operazione speciale e agli ucraini e agli europei la sconfitta nei fatti di una guerra che ha origini ben più ampie di quelle dei territori contesi.
L’Italia, in questo senso, è maestra di trasformismo. Potrebbe essere un esempio.
Come scrive Gianni Oliva (45 milioni di antifascisti, Mondadori): “«In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti»: vera o presunta che sia, la battuta velenosa attribuita a Winston Churchill fotografa il trasformismo del paese, assai più pronto alle conversioni e all’indulgenza verso il suo passato che alla coerenza civica e allo sguardo critico”.
Alleata di Hitler, l’Italia di re sciaboletta firmò un armistizio che era una resa incondizionata. Nel giro di poche settimane da alleata dei nazisti diventò alleata degli anglosassoni, dei francesi e dei sovietici, acquisendo lo status di cobelligerante aborrito dagli inglesi e concesso dagli americani, che decisero anche per la forma repubblicana, mandando in esilio il Re di Maggio tramite referendum (che si dice truccato).
Con una giravolta narrativa impressionante l’Italia “democratica e antifascista” ha vinto la guerra assieme agli Alleati, diventando immediatamente frontiera sensibile al sorgere della Guerra Fredda e, pertanto, riempita di basi NATO è USA. Conseguentemente anti sovietica.
Ci stiamo raccontando ancora oggi che gli italiani erano tutti antifascisti e che, in quanto tali, hanno vinto la guerra.
Gianni Oliva, impietosamente scrive: “Capire se un paese ha vinto o perso la guerra è tra le poche certezze offerte dallo studio della storia, perché è sufficiente confrontare le cartine geografiche prima e dopo il conflitto: se il paese è diventato più grande significa che ha vinto, se si è rimpicciolito significa che ha perso. Confrontando la cartina dell’Italia nel 1939 con quella che il 10 febbraio 1947 esce ridisegnata dal Trattato di Pace di Parigi, si capisce che il paese ha perso: la linea del confine nordorientale è stata spostata di decine di chilometri, l’Istria, Fiume, la Dalmazia, gli arcipelaghi dell’Adriatico settentrionale (territori nei quali vivevano circa 500.000 italiani) sono diventati Iugoslavia; rettifiche minori si sono avute anche sulla frontiera occidentale, dove prima della guerra la linea di demarcazione passava sui colli alpini all’altezza del versante francese, e ora è stata spostata verso quello italiano”.
L’Italia ha perso la guerra, ma l’ha vinta. Gli italiani erano tutti antifascisti.
La narrazione va avanti da ottanta anni.
Se ha funzionato in Italia potrebbe funzionare anche in Ucraina e in Europa.
Suggerimento per i colleghi mainstream: l’Ucraina ha vinto impedendo alla Russia di conquistare il Paese e l’Europa ha vinto in quanto ha bloccato la Russia nelle sue mire espansive nei confronti dei Paesi ex Patto di Varsavia o ex Urss.
Non è vero, ma che importa. Anche che l’Italia ha vinto la guerra con gli Alleati, in quanto cobelligerante, non è vero, ma gli italiani ci credono da ottanta anni.
Il fatto è che il rapporto tra Russia e Occidente è più complesso della questione territoriale e riguarda la politica trentennale dei neoconservatori USA, dei fabiani inglesi e dei loro corifei.
La questione è se americani ed europei intendono considerare la Russia come un Paese da umiliare, smembrare, comunque ridurre ai minimi termini o se, mandate al macero le teorie dei neoconservatori, dei fabiani e dei loro lacchè, americani ed europei intendo stabilire con la Russia un nuovo equilibrio affidabile nel quadro di un multipolarismo mondiale che ormai è all’ordine del giorno dell’anno che sta per succedere a questo 2024 che ha visto i primi segnali di una svolta con l’elezione di Donald Trump.
La questione di fondo si chiama affidabilità e riguarda Putin e Trump. Il resto e cipria, soprattutto se si tratta di Bruxelles, ormai capitale dell’inettitudine.
L’America deve decidere se consente di usare i trucchi usati a Minsk uno e due e con la Serbia o se fare sul serio, come con gli Accordi di Abramo.
In Serbia negli anni Novanta, quando il governo D’Alema-Mattarella bombardava senza il consenso dell’Onu, il cessate il fuoco servì a riarmare i croati. Se si gioca con la furbizia di quarta serie non si va da nessuna parte.
Il nuovo accordo è tra la terza Roma e la quarta Roma, ossia tra Russia e Usa.
E quando si dice terza e quarta Roma, significa che in gioco non c’è solo la potenza militare ed economica, ma anche il rispetto culturale e religioso.
La civiltà occidentale è nata attorno alla cultura greca e alla potenza militare ed economica di Roma.
Forse l’accordo tra le due eredi di Roma può essere un elemento importante per ridare all’Occidente la coscienza di sé che ha perso a causa di una deriva totalitaria degli “imperialisti di sinistra” che si sono riconosciuti nel documento “Rebuildig America’s Defenses” dei neoconservatori Usa del 2000, fonte primaria dalla quale sono derivate tutte le mosse demenziali che ci hanno portato sin qui.





