
di Carlo Di Stanislao
“Tutti sanno come utilizzare un compasso per tracciare un cerchio… Si mette la punta sul foglio per avere il centro, ed è solo mantenendo fermo quel centro che si può tracciare la circonferenza. Dapprima, c’è dunque il centro, e la circonferenza non può essere tracciata senza che prima vi sia quel centro. Facendo del un simbolo della Creazione, gli Iniziati hanno voluto sottolineare l’idea che tutto ciò che esiste ha un legame con il centro, e che può sussistere solo conservando e mantenendo quel legame. Chi recide il legame con il centro non solo non può avere un’idea chiara del mondo, delle entità e delle forze che vi lavorano, ma inoltre si priva della corrente di vita pura che scaturisce dalla Sorgente, da Dio stesso. L’equilibrio della vita cosmica è fondato sulle relazioni che la periferia intrattiene costantemente con il centro. Tutte le parti debbono convergere al centro, poiché è lui che sostiene la loro esistenza. Un esempio di tali relazioni fra il centro e la periferia ci è dato dal sistema solare, con i pianeti che gravitano instancabilmente attorno al sole in un moto armonioso”.
Omraam Mikhaël Aïvanhov
Ancora una volta il dibattito politico italiano si dedica alla questione del «centro». La necessità di un partito di centro sembra essere nell’opinione di tanti commentatori un elemento equilibratore nella attuale scacchiera partitica. La nuova forza riformista (per quanto sul termine bisognerebbe intendersi) potrebbe rappresentare sia un’alternativa alle radicalizzazioni di destra o di sinistra, sia trascendere del tutto la dinamica conservazione/progresso. Tuttavia, ancor prima di ipotizzare il carattere di un nuovo programma politico, è utile ragionare su quali soggetti, tenute a mente le classi dirigenti e pensanti del nostro Paese, possano riempire questo spazio vacante.
Come scrive su Il Mulino Paola Pombeni, la questione di fondo è dove vada cercato questo “centro”, se nei partiti esistenti o promuovendo la formazione di un nuovo soggetto che da questi si differenzi. Se volessimo riproporre un po’ di storia politica potremmo ricordare due panorami. Il primo è quello che a metà Ottocento suggeriva, in alternativa alla secca divisione destra/sinistra, lo svilupparsi di una componente moderata che potesse consentire un dialogo fra i rispettivi centri, fino al punto di promuovere in casi particolari una loro alleanza per porre un argine comune agli estremismi di destra e di sinistra.
Quando una tale proposta venne teorizzata, come “congiunzione dei centri” (in Francia), o come “trasformazione dei partiti” (in Italia), venne etichettata come “opportunismo” o come “trasformismo”, termini che sono rimasti con valenza negativa nel linguaggio politico. Quando venne praticata negando che venisse accettata, ha costruito occasioni di consenso allargato e di sviluppo.
La situazione è più difficile da analizzare nell’ambito della sinistra-centro che si colloca all’opposizione. La presenza di due piccole formazioni che si definiscono di centro, Italia Viva e Azione, entrambe partiti personali, è penalizzata dal loro marginale successo a livello elettorale. Il problema si pone in termini particolari per quanto riguarda il Partito democratico. Nato in teoria per far convergere in uno stesso contenitore tradizioni riformiste diverse che si riallacciavano a precedenti filoni (comunista, democristiano, laico-liberale), ha sempre dovuto fare i conti con le ambiguità che il termine riformismo ha conosciuto nella storia delle nostre culture politiche: la svalutazione come versione ammorbidita e tentennante delle proposte di riforma radicale.
Questa situazione del Pd è in un certo senso esplosa con l’arrivo alla segreteria di Elly Schlein sulla spinta di un moto radical-movimentista in buona parte esterno ai quadri esistenti e la conseguente prevalenza nella comunicazione pubblica e nella gestione di quel partito di un approccio che tendeva a marginalizzare le componenti in senso lato riformiste.
Nel complesso la situazione delle componenti centriste nei partiti che dominano l’attuale quadro della politica-politicante non è tale da dare il tono all’andamento attuale del confronto che rimane dominato dalla ricerca di un bipolarismo fortemente radicalizzato (non tutti i bipolarismi sono così) per uscire dal quale si invoca da più parti la costruzione di un “partito di centro” capace di evitare ciò che viene considerato come una deriva assai poco favorevole a un qualche tipo di idem sentire de republica necessario in tempi di complessa transizione storica.
In astratto si potrebbe anche pensare che le componenti centriste o riformiste all’interno dei partiti possano guadagnare un potere di indirizzo, ma in concreto ciò non sembra alle viste, sia per la debolezza della loro progettualità culturale, sia per le dinamiche imposte dall’attuale sistema elettorale: due elementi che concorrono a tenere ancorato il quadro alla esasperazione dello scontro sull’asse destra/sinistra, quadro ben supportato da tutto un contesto di “influencer” che in esso hanno fatto confortevoli nidi.
Al momento, almeno in una parte non piccola dell’opinione pubblica che partecipa alla vita politico-culturale, si pone così la questione concreta di come si possa arrivare alla creazione di una formazione di centro in grado di operare con una certa efficacia nel contesto attuale. Prevalentemente il tema è affrontato chiedendosi chi possa assumersi il ruolo di “federatore” dell’area che non si sente rappresentata dai partiti strutturati come governo o come opposizione.
Chi seriamente vuol misurarsi nella costruzione del nuovo partito di centro deve dunque muoversi a partire da una enclave già esistente, sufficientemente individuabile e strutturata. Per questa ragione torna in campo l’ipotesi che questa possa essere il mondo cattolico. È ragionevole riconoscere che in quest’ambito sia presente, per certi versi sopravvissuta, una classe dirigente, e che la Chiesa abbia mantenuto un suo circuito che ne fa ancora un’agenzia sociale, per quanto assai ridimensionata. Ciò che a me pare dubbio è che intorno a questa ci sia oggi una enclave sociale abbastanza omogenea da essere mobilitabile in quanto tale e perciò in grado di fornire a dei gruppi dirigenti quello zoccolo forte intorno al quale raccogliere poi le membra disperse di quell’opinione pubblica che si sta staccando dall’età delle utopie.
Il mondo cattolico è tutt’altro che un monolite, ma soprattutto al momento, a mio modesto giudizio, non dispone di una cultura omogeneizzante. Basterebbe ricordare le molte tensioni impolitiche (mi si consenta la franchezza) che circolano in materia di pacifismo e organizzazione della difesa militare, di interpretazione dei fenomeni migratori, di connessioni con l’ambientalismo, di rapporto con le trasformazioni economiche e relativi impatti sociali. Ci sono problemi strutturali con cui ci si dovrebbe confrontare, a partire dal fatto che esistono tensioni, positive, fra l’etica della carità e l’etica della responsabilità collettiva in capo alle istituzioni: ed è solo il più banale degli esempi.
Non credo che ci siano disponibilità a conferire alle strutture ecclesiastiche compiti di direzione dell’evoluzione politica: vescovi e clero è bene continuino nei loro compiti religiosi e pastorali senza tornare a operazioni di direzione politica che in una società secolarizzata non sarebbero accettate neppure da gran parte dei cattolici.
Mi sembra di poter concludere che la costruzione di una presenza riformista, che solo per pigrizia mentale si può definire di centro nel senso moderato del termine, vada innanzitutto costruita come una forte operazione culturale. Se non disponiamo di una cultura che possa creare consenso intorno a un modo di interpretare la transizione che viviamo collocandosi fuori dagli schemi dei massimalismi radicaloidi di destra e/o di sinistra, non si consolida il terreno su cui far approdare una parte consistente dell’opinione pubblica e di conseguenza della classe politica.





