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E’ ORA DI TORNARE ALLA POLITCA, SENZA SE E SENZA PROPAGANDA

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di Giuseppe Augieri
 
Mi sento demotivato e disgustato dal dibattito politico che si fa in Italia. Mai un ragionamento pacato, sempre più una guerra senza esclusione di populismi della peggiore specie. E non possiamo permettercelo.
Leggo di una affermazione di Schlein su Meloni. “C’è un mondo “Ameloni” ed un mondo reale segnato dai numeri: che dice che il primo non esiste”. Io guardo ai numeri del disagio – per dirla con un eufemismo – sociale che sono irrefutabili. A cominciare da quelli sulla sanità e sulla spesa delle famiglie e sull’aumento della povertà. Ma leggo anche i dati ISTAT su occupazione, sulla crescita del Sud, sulla crescita prevista «positiva, anche se gli sviluppi del quadro macroeconomico internazionale restano molto incerti e condizionati dalle tensioni geopolitiche in Europa e nel Medio Oriente»; e leggo le valutazioni internazionali, lo spread, i giudizi di rating, che dicono che il mondo Ameloniano esiste. Anche quello esiste. C’è un assordate stridio perché «La situazione economica mostra segnali positivi, con una crescita dell’occupazione, ma questo non garantisce il benessere per tutti.» dice Nomisma. Allora? Ci facciamo una domanda seria o la buttiamo in caciara?
L’affermazione di Schlein completa un’accusa: non c’è nessuna scelta espansiva nella manovra di bilancio, anzi…. Si può in parte convenire. Ma la situazione del mondo intorno a noi è quella che può prevedere manovre espansive? Manca una visione di fondo? Vero. Manca all’intera Europa. L’ultimo esempio viene dalle dichiarazioni della BCE: si prospetta un decisionismo “alla Draghi” (la “forward guidance”) ed in realtà le scelte di politica monetaria – a detta di tutti gli esperti – seguono una logica di decidere per come si mettono le cose (la “data dependent”). Scegliere una strada quasi da battipista è dunque un azzardo che andrebbe compreso bene e senza isterie – cioè dialogando – dal Governo e dall’opposizione. Vale per la politica interna e per quella estera.
Per la prima. «Si fa il minimo indispensabile senza una visione. E questo lo si capisce perché la madre di tutte le riforme dovrebbe essere la spending review. Che non vuol dire soltanto tagliare ma rivedere i conti pubblici.» dicono gli economisti di sinistra. Ma per farlo non possono vedersi atteggiamenti da guerra, quello ad esempio di sostenere che “invece di aumentare i minimi di pensione questo Governo pensa ad aumentare gli stipendi dei ministri”: per come demagogicamente si racconta qualcosa del tutto diversa dalla verità e per la diversità dei valori economici dei due provvedimenti – che si fa intendere come simili tanto da pensare ad un travaso di fondi – il puzzo di populismo è evidente. Ma non per tutti: è uno sbandamento in più. E, se vogliamo, ancora non sono placate le polemiche sullo stop al 110%. E di varie altre mancette. In questo clima si fa un taglio alle spese? Bisognerebbe essere politicamente suicidi per farlo.
Per la seconda. L’Italia, anche per la tattica “due forni” messa in atto in politica estera, si trova oggi in condizioni privilegiate. In Europa rispetto alle due locomotive politiche di sempre: la situazione in Francia e Germania è drammatica ben più di quanto se ne parli ed il loro diventa poco più di un balbettio, almeno per un po’, potendo l’Italia fare da trade union tra le tendenze stataliste e una speranza di rilancio dell’Europa. Nei confronti degli USA, senza perdere sino all’ultimo la “simpatia” di Biden, oggi ci si trova a ricevere peana da parte di chi, Trump e Musk, decide i destini del mondo. Non è bello, ma è servito. Solo che i due forni sono una tattica, non una strategia. Bisognerà ad un certo punto scegliere. Incominciando dall’Ucraina, e poi sui dazi, e poi sulla scelta di Trump di dialogare con i singoli Paesi e non con l’Unione Europea, e poi… tanto, ma tanto, ancora. Ciliegina sulla torta: Mattarella: «appare la strada di una radicalizzazione che pretende di semplificare escludendo l’ascolto e riducendo la complessità alle categorie di amico/nemico». Qualcosa che è «una dinamica che non riguarda soltanto la politica ma la precede e va molto oltre». E scaglia un vero e proprio anatema contro la concentrazione di ricchezze, di capitali e di tecnologie: che stride con l’invito di Draghi a lavorare in Italia per una concentrazione di imprese e dunque di capitali e tecnologie. Stride ma non è contro: il confine è labile e va affrontato con spirito costruttivo. Riguarda la politica interna, una rivoluzione del mondo del lavoro e dei modelli produttivi e gestionali, ma soprattutto i rapporti internazionali.
L’Italia dovrà scegliere. Ma il Governo tace sugli aspetti di crisi che non sono stati affrontati. Per paura o insipienza resta da capire. Ma l’opposizione: “Meloni parla di protagonismo dell’Italia. Non si confonda, lei non è l’Italia”: esattamente il contrario di quello che sarebbe indispensabile. E anche: “Meloni si imbuca alle cene”, ricevendo la risposta « Io lavoravo al G7 e voi eravate a fare le macumbe»
Gag simpatiche. Se fossimo al Bagaglino si potrebbe sorridere. A Montecitorio no.

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