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Alea iacta est. Il dado è tratto. Giorgia Meloni ha attraversato il Rubicone ma al contrario. Destinazione Bologna, la patria dove si concentrano i vari mondi della sinistra democristiana: prodiani, Cei del cardinale Zuppi, Dehoniani.
Giorgia “Caesar” Meloni, dopo aver ironizzato con Schlein e Landini (parafrasando: de minimis non curat Caesar), ha lanciato la sfida al potere della sinistra democristiana nata dalla finanza bianca dei Donat Cattin, degli Andreatta, dei Vittorino Colombo e dei Giovanni Marcora. Quelli della banca etica (sic!) e dell’amore per la Cina e per l’Unione Sovietica. Quelli che hanno come riferimento l’Eliseo, attualmente sommerso da un’ondata di inettitudine interna ed estera del pupillo dei Rothschild. Quelli che hanno seguito le contorsioni clintoniane e obamiane nella distruzione degli equilibri del mondo. Quelli che sono andati in Cina con Elkann a baciare la pantofola a Xi.
L’attacco all’ex presidente del Consiglio è stato netto ed è andato dritto al cuore della sfida: radere a zero il potere dell’Ulivo, ossia quello che per trent’anni ha fatto il bello e il cattivo tempo, svendendo l’Italia.
“Ai suoi improperi – ha detto Giorgia Meloni a proposito di Romano Prodi – ho aperto una bottiglia di vino migliore e brindato alla mia salute. Ogni patriota deve essere fiero” di ricevere le critiche di chi ha svenduto l’Iri e facilitato l’ingresso della Cina nel Wto, la dimostrazione “che di obbedienza se ne intende parecchio…”.
Mai l’attacco era stato così preciso, netto, inequivocabile.
Un attacco che avviene mentre Mario Draghi, l’altro protagonista della svendita del Paese (mai dimenticare il Britannia), fa a Parigi un’inversione a U, denunciando la ricetta del rigore che ci impose, affermando che l’Europa non può vivere di sola austerità e che un modello economico basato sui salari bassi non è più sostenibile. Si presume che dopo tanta scienza si ritiri a vita privata a meditare. Non sarà così.
Un attacco diretto al simbolo di una politica trentennale che avviene mentre crolla miseramente l’asse franco-tedesco, ridotto ad uno straccio da Macron e Sholz e mentre i progressisti (in Italia si chiamano Ulivo) sono in ritirata su tutti i fronti, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump, il quale ha promesso di mandare a gambe all’aria il sistema di potere del Clan Clinton-Obama-Pelosi.
Quella bottiglia di buon vino che Giorgia Meloni ha detto di aver stappato deve essere del Sangiovese Rubicone.
C’è chi chiede che cosa abbia da dire Giorgia Meloni dopo aver stigmatizzato il comportamento della sinistra democristiana e dei suoi aggregati laici e non solo.
La risposta del presidente del Consiglio è sintetica, ma chiara: Il 2025 sarà l’anno delle riforme. “Spaventano molti – ha sottolineato Giorgia Meloni – ma andremo avanti”: dal premierato, all’autonomia differenziata, alla separazione delle carriere. E sarà l’anno in cui si continuerà la lotta alla burocrazia, per tagliare gli sprechi: “uno Stato efficiente vuol dire meno tasse e clientelismo”.
Un accenno alla manovra, “sulle pensioni minime avremmo potuto fare di più” ma certamente “abbiamo fatto meglio della sinistra”, in futuro “arriveremo a cento euro”.
Perché non ricordare il Piano Mattei e i rapporti con l’Africa?
Il tema, comunque, non riguarda l’elenco del che fare, ma la questione di fondo: Giorgia “Caesar” Meloni ha passato il Rubicone con destinazione Bologna. Alea iacta est.
La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.




