
di Carlo Di Stanislao
“Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce”.
Lev Nikolaevic Tolstoj, Anna Karenina
L’avanzata delle truppe russe nel Donbass appare sempre più inesorabile. Mosca ha rivendicato le conquista di due villaggi che avvicinano ulteriormente a Pokrovsk, città chiave per la logistica dell’esercito ucraino. Kiev continua a resistere con ogni mezzo a disposizione ma la superiorità di uomini e mezzi del nemico si conferma schiacciante: secondo Volodymyr Zelensky, solo nell’ultima settimana sul suo Paese sono piovuti oltre cento missili e seicento bombe.
Il cuore delle operazioni militari è la zona meridionale dell’oblast di Donetsk. I due villaggi catturati dai russi si trovano nei pressi di Pokrovsk e della città industriale di Kurakhove. Due snodi che una volta conquistati aprirebbero delle vie sconfinate per un’ulteriore avanzata dei russi. Nel fine settimana i soldati ucraini hanno riferito di “scontri estenuanti” nell’area circostante e nella città di Kurakhové, così come più a nord nella città collinare di Chasiv Yar. “
Da Kiev, Zelensky ha aggiornato la popolazione sulla situazione sul terreno. “Solo questa settimana, la Russia ha utilizzato quasi 630 bombe aeree guidate, circa 550 droni d’attacco e più di 100 missili di vario tipo contro l’Ucraina”, ha detto il leader ucraino, che poi ha ringraziato i soldati “ed i nostri partner che comprendono la necessità di rafforzare le nostre difese aeree per salvare le vite del nostro popolo”. Un ringraziamento che tradisce la richiesta di ulteriori aiuti militari da parte dei partner della Nato, a cui Zelensky parlerà faccia a faccia mercoledì a Bruxelles.
Intanto l’L’Europa sembra battere un colpo di arresto sull’Ucraina, ed il “merito” paradossalmente andrebbe ascritto a Donald Trump. Mentre non sono ancora chiare le intenzioni del futuro presidente degli Stati Uniti sulla guerra e un eventuale piano per mettere fine al conflitto non è stato reso noto, il vecchio continente sta iniziando a muoversi autonomamente, nell’ipotesi di un disimpegno, più o meno lento, di Washington nella disputa fra Mosca e Kiev.
Come detto il primo passo, in tal senso, sarà l’incontro di mercoledì prossimo a Bruxelles, dove alcuni fra i principali leader europei discuteranno del possibile invio di militari nel martoriato paese invaso dai russi quasi tre anni fa. Non si parlerà della presenza di soldati a fianco dell’esercito ucraino; questa opzione, presa sul serio, negli ultimi mesi, solamente dalla Francia, non ha mai trovato appoggio concreto fra le altre cancellerie.
In Belgio, fra poco più di quarantotto ore, ci si interrogherà invece sull’eventuale intervento di una forza di pace continentale, con la funzione di monitorare un auspicato accordo fra i due belligeranti. Ovviamente, si tratterà di una discussione assolutamente preliminare, anche perché in Ucraina la guerra continua sempre più cruenta e all’orizzonte non si intravede nessun segnale di tregua, ma è bene che i governi più influenti, fra quelli che hanno sostenuto Kiev, inizino concretamente a studiare un piano da proporre in un futuro negoziato.
La Ue non può più nascondere le divisioni. In una dichiarazione comune, Emmanuel Macron e il polacco Donald Tusk hanno ribadito la «determinazione a portare un sostegno indefettibile all’Ucraina e al suo popolo». A questa posizione si è unito lo svedese Ulf Kristersson.
Ma Orbán insiste: «Il numero di coloro che adesso stanno zitti mentre prima parlavano molto sta aumentando, il numero di chi è prudente sta aumentando, così come chi si domanda se dobbiamo adattarci».
Orbán cerca di forzare la mano alla Ue sull’aiuto all’Ucraina, perché i 27 sono preoccupati di un disimpegno Usa. Ma i paesi membri restano paralizzati di fronte all’incertezza delle posizioni di Trump e, per il momento, scelgono la prudenza.
Sul tappeto resta solo il pungolo a spendere di più per la difesa: Trump ha già minacciato un disimpegno Nato dal vecchio continente, incitato ad aumentare i contributi almeno al 2% del Pil, mentre il nuovo segretario dell’Alleanza, l’olandese Mark Rutte, già spinge verso il 4%. La Polonia ha già raggiunto questo livello – l’esercito polacco è il grosso d’Europa – ma l’aumento della spesa militare si traduce in acquisti di armamenti Usa.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha un’altra idea per venire incontro all’esigenza di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale Usa-Ue (la “mini Cina” ha 160 miliardi di attivo, la metà grazie alla Germania): «Riceviamo ancora molto Gnl (gas liquido) dalla Russia, perché non sostituirlo con Gnl Usa?» (che già inonda la Ue).





