
di Giorgio Cattaneo
Fa impressione il fulmineo crollo dell’esercito siriano di fronte al dilagare dei jihadisti protetti dalla Turchia e dall’Occidente: la fuga degli alti ranghi di Damasco lascia immaginare accordi sotterranei, attraverso consorterie occulte. Obiettivo: umiliare finalmente la Russia, che nel frattempo ha portato sull’orlo del collasso gli ucraini, sostenuti dalla Nato. Sfrattare Mosca dalla Siria (facendole perdere le basi di Tartus e Latakia) significa voler ridimensionare l’influenza russa in Medio Oriente e anche in Africa.
L’altro grande sconfitto è il regime degli ayatollah: perdendo Damasco, l’Iran non potrà più garantire il comodo retroterra siriano alla sua creatura libanese, Hezbollah, oggi incalzata da Israele. Il controllo della Siria (o la sua balcanizzazione) servirebbe anche a proteggere l’eventuale gasdotto destinato a unire il Qatar all’Europa attraverso la Turchia. In ogni caso, la tenaglia del fuoco si stringe a sud mediante Israele e a nord tramite Ankara, ovvero il network dei Fratelli Musulmani: una filiera opaca e sempre sinergica, rispetto agli interessi imperiali dell’Occidente.
Con la fine del regno di Bashar Assad si estingue l’ultimo pallido erede del vecchio panarabismo laico, travolto dalle armi occidentali o da miliziani islamisti al soldo delle potenze atlantiche. I jihadisti che oggi si stanno impadronendo della Siria sono una filiazione di Al-Qaeda, appoggiata dagli Usa. Un gruppo abile nello sfruttare il malcontento popolare per il governo autoritario della dinastia Assad, espressione della minoranza alauita: la maggioranza dei siriani (sunnita) si sarebbe sentita tradita dal ruolo svolto a Damasco dalla potenza sciita intervenuta a puntellare il regime.
A entrare in crisi è infatti anche l’altra grande narrazione regionale, quella dell’Iran dei turbanti neri: un’imbarazzante teocrazia, finora perfettamente funzionale alla coltivazione dello stato di tensione permanente nella regione petrolifera. Un’area sottomessa dall’Occidente con la piena complicità delle satrapie locali, dopo l’eliminazione violenta di ogni leader non allineato: Mossadeq, Saddam, lo stesso Gheddafi e ora anche Assad. Tutti invisi al fondamentalismo islamico sunnita, abilmente coltivato dall’estremismo atlantista.
L’agenda precipita, alla velocità della luce. Accade anche in Romania, dove gli elettori vengono beffati: si nega loro (per decreto) la vittoria di Georgescu, il candidato sgradito a Washington e dunque anche a Bruxelles. Analogamente, in Georgia i teppisti telecomandati dell’ultima “rivoluzione colorata” non esitano a sparare sulla polizia, nella speranza che il governo, non ostile a Mosca e quindi insopportabile, cada nella trappola della repressione.
Alla vigilia dell’insediamento di Trump, che qualcuno ancora vede come futuro salvatore del mondo, i grandi poteri – quelli veri – stanno facendo le loro mosse: e il terremoto bellico, che va estendendosi, sembra la prima opzione sul tappeto. La sensazione, poco rassicurante, è che i fuochi d’artificio siano appena iniziati. E il Medio Oriente, tanto per cambiare, sembra essere il fulcro dei capovolgimenti a catena che potrebbero devastare l’attuale geopolitica, per effetto di accordi e disaccordi tra poteri non facilmente visibili.





