
È ancora stallo sulla futura composizione della Commissione europea.
Le difficoltà si concentrano soprattutto sulle nomine di Raffaele Fitto, designato vicepresidente con delega a Coesione e riforme e della socialista spagnola Teresa Ribera, designata vicepresidente con delega alla Transizione pulita, giusta e competitiva.
Il nodo sembra essere la possibilità di eleggere insieme i due vicepresidenti più complessi, assieme agli altri quattro vicepresidenti nominati da von der Leyen, senza rompere la maggioranza fra socialisti europei (S&D), popolari (Ppe) e liberali (Renew).
Ragionando in via teorica, una rottura dell’attuale maggioranza – quella che ha approvato l’elezione di von der Leyen nella sessione plenaria di luglio – potrebbe portare la destra europea ad approvare la nomina di Fitto, che deve però ancora ottenere il via libera della commissione per lo Sviluppo regionale del Parlamento europeo (Regi), per ora in sospeso in vista di un accordo fra le parti.
Per approvare il vicepresidente designato, la procedura parlamentare richiede il voto positivo di due terzi dei coordinatori di commissione parlamentare. In caso non si trovi la maggioranza, per adottare la valutazione ne servirebbe una semplice di tutti i componenti della commissione competente. Facendo i dovuti conteggi, in commissione Regi l’insieme di tutte le destre elette al Parlamento europeo – contando anche gli eurodeputati di Ecr, Patrioti per l’Europa, Europa delle nazioni sovrane e Maximilian Krah, eletto con l’AfD ma appartenente al gruppo dei non iscritti – avrebbe un solo voto di vantaggio a maggioranza semplice. Un’ipotesi, quindi, che potrebbe funzionare ma che appare improbabile per una difficile apertura del Ppe ai gruppi di estrema destra. Discorso simile vale per l’elezione di Teresa Ribera, nella quale la maggioranza di destra sarebbe più ampia, ma non di molto. Le tre commissioni parlamentari che sono chiamate a eleggerla – Affari economici e monetari (Econ), Industria (Itre) e Ambiente (Envi) – vedono un vantaggio per la destra rispettivamente di 4, 5 e altri 5 voti. Lo scenario di una rottura della maggioranza attuale da parte del centrodestra del Ppe appare quindi improbabile, come detto.
La palla passa adesso alla presidente von der Leyen, che deve provare a indurre le parti alla trattativa e ricomporre un puzzle complicato ma ancora non impossibile.
Questo sebbene la maggioranza storica in Europa, formata da socialisti e popolari, sembri sul punto di saltare.
La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha posto l’accento ieri sul fatto che “ci sia ancora tempo” per raggiungere l’accordo e approvare i commissari ancora in bilico, per poi votare l’intera Commissione nella sessione plenaria del prossimo 28 novembre. Teoricamente, von der Leyen potrebbe proporre di votare sulla Commissione anche in caso di bocciatura delle valutazioni di alcuni suoi membri, facendo votare l’aula di Strasburgo sulla Commissione nella sua interezza, con il collegio dei commissari attuale e i rispettivi portafogli invariati.
È difficile che possa rischiare una bocciatura in aula, che potrebbe invece costringerla a presentare una nuova composizione.
Improbabile, tra l’altro, anche che il voto in aula a Strasburgo la veda uscire vincente con questa scelta, nonostante la votazione a scrutinio segreto, proprio per la maggioranza che ne uscirebbe fuori, possibile solo con tutte le destre unite, anche le più estreme, fino ad oggi fuori dallo spettro della maggioranza europea.
La prossima settimana dovrebbe dire qualcosa in più, soprattutto sul nodo Ribera-Fitto, ma la partita sembra ancora tutta da giocare.





