
di Maurizio Ballistreri
La vittoria di Donald Trump, certifica che, nonostante i cantori della politica made in Usa di casa nostra, quel sistema democratico è imperfetto. Non prevede l’elezione diretta del presidente ma attraverso il filtro dei cosiddetti “grandi elettori.
Ma l’aspetto di maggior rilievo scaturito dalle elezioni presidenziali americane, è che il ritorno alla Casa Bianca di Trump aggiungerà ulteriore incertezza (e insicurezza) al già instabile quadro geopolitico globale.
Sembra ormai definitivamente archiviato lo scenario planetario scaturito dopo la fine del blocco sovietico e della Guerra fredda, che, dal 1989 sino ad oggi, aveva avuto alcuni punti fermi: il Club dei paesi più industrializzati, il G7, e la Nato, entrambi espressione del sistema di alleanze, politiche ed economiche dell’area del pianeta caratterizzata da sistemi liberaldemocratici e da economia di mercato con, in alcuni casi, correzioni sociali.
Si prospetta una sorta di “scisma in Occidente”, con la “dottrina Trump” che presuppone una concezione delle alleanze fluida, a geometria variabile: l”’America first” non ammette vincoli permanenti, tanto più se per mantenerli in vita, gli Usa devono garantire finanziamenti anche per la sicurezza dell’Unione Europa, vista non più come un’alleata ma come competitor.
In questo nuovo e inquietante scenario per la pace e la stabilità mondiali, messe a dura prova dall’invasione russa in Ucraina e dal dramma umanitario in Medio Oriente, il neonazionalismo o sovranismo come è stato ribattezzato, troverà nuovo alimento a scapito del multilateralismo, l’”America prima di tutto”, la dottrina internazionale degli Stati Uniti di Trump, riproporrà l’attenzione prioritaria all’interesse dei singoli Stati rispetto agli equilibri mondiali.
Ed è in questo nuovo e complesso scenario che Trump perseguirà il dialogo con l’antico avversario del mondo bipolare, la Russia di Putin che, a sua volta, è impegnata a ritornare ad essere, come ai tempi dell’Unione Sovietica, potenza globale militare, in asse con la Cina, mentre i Brics, il nuovo club economico mondiale dei paesi emergenti, si candida a contendere all’Occidente la leadership in campo economico
L’Europa appare incerta e divisa e senza una politica e una difesa comuni, testimoniando che non si potevano costruire gli Stati Uniti d’Europa, il sogno dei grandi e veri europeisti come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, partendo dalla moneta unica e da un’austerity economica che rende invisa alla maggioranza degli europei la prospettiva di un’unione politica del Vecchio Continente, con la fine della rinnovata improbabile grandeur della Francia di Macron e la crisi economica di quella che è stata la “locomotiva” europea, la Germania.
Risuonano profetiche le parole di Jurgen Habermas nel suo “Questa Europa è in crisi” del 2012, che evidenzia l’inadeguatezza del ceto politico dei paesi dell’Unione: “diventati da tempo una élite di funzionari: non sono più preparati a una situazione senza paletti di confine, che si sottrae alla consueta presa demoscopico-amministrativa e richiede una diversa modalità di fare politica, una modalità capace di modellare le mentalità”.





