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LA DEBACLE DI KAMALA

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di Antonello Tomanelli

I maggiori istituti demoscopici, che negli USA sono tutti in mano ai democratici, la davano in vantaggio a livello federale di poco più dell’1%. Alla fine, invece, prenderà circa 7 milioni di voti in meno di Trump, conquistando soltanto la California, lo Stato di New York, quello di Washington, l’Illinois e un pugno di Stati pressoché insignificanti, riuscendo a perdere persino la Pennsylvania, roccaforte democratica fin dai tempi di Bill Clinton. Nessuno avrebbe mai previsto una sconfitta del genere. Donald Trump diventa il 47° presidente USA.
Il perché diversi Stati abbiano abbandonato Kamala Harris va rinvenuto principalmente nella catastrofica esperienza che da ormai diversi anni sta vivendo quella California che le ha dato i natali e che ha sponsorizzato fin dai primi passi la sua carriera politica. Wokismo e inclusività spinti all’eccesso, insieme a una buona dose di masochismo, l’hanno trasformata da prima economia subnazionale al mondo a paese sull’orlo della bancarotta.
I 4 milioni di clandestini disseminati lungo le sue strade, insieme ad un tasso di criminalità in costante aumento, ne sono la diretta conseguenza. Ma il colpo di grazia agli occhi del pubblico americano è arrivato nel giugno 2023, con l’emanazione del Senate Bill 553, la legge californiana che depenalizza i furti di un valore inferiore ai 1000 Euro. Lo spauracchio di fare la stessa fine ha spinto la maggioranza degli americani a vedere Kamala Harris come il fumo negli occhi.
Con la sua sconfitta tiriamo tutti un sospiro di sollievo. La sua mancata elezione rappresenta un colpo durissimo alla nefasta ideologia woke, che ha ormai contaminato mezza Europa. Ma la novità più rilevante è che non ci sarà più una guerra nucleare. Trump non ha alcuna intenzione di mettersi contro la Russia di Putin, né la UE sembra in grado di impensierire il Cremlino. Mentre il destino di Zelensky appare ormai segnato.
Diversamente, però, da quanto è destinato a verificarsi in Medio Oriente. Alla Casa Bianca è tornato il nemico giurato dell’Iran, colui che nel 2017 aveva riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele, e che certamente porrà allo Stato ebraico limiti meno stringenti di quelli imposti non senza fatica dallo stesso Biden.
Un fatto per certi versi inquietante si è verificato poco prima dell’apertura delle urne dell’East Coast, quando ancora non si aveva la minima idea di chi avrebbe vinto. Nel tardo pomeriggio le agenzie di stampa hanno lanciato la notizia del repentino siluramento, da parte di Netanyahu, del ministro della Difesa Yoav Gallant, che godeva della fiducia dei dem USA e che spesso e volentieri entrava in rotta di collisione con lo stesso primo ministro. Al suo posto Netanyahu ha messo Israel Katz, un estremista.
In qualità di ministro dei Trasporti, nel 2009 ordinò il rifacimento della segnaletica stradale, sostituendo la dicitura in inglese e in arabo delle città con quella in ebraico. L’anno seguente attuò la segregazione di genere sui mezzi pubblici, obbligando le donne a sedersi in fondo e ad utilizzare un’entrata separata da quella degli uomini, pratica poi bocciata dalla Corte Suprema israeliana perché manifestamente discriminatoria.
Appare difficile ipotizzare che Netanyahu possa aver proceduto ad un simile rimpasto senza aver avuto la ragionevole certezza che di lì a poche ore Trump avrebbe vinto.

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  • Redazione

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