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IL SERPENTE HA DUE TESTE (3) – BRITANNIA, RULE THE WAVES

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Serpente a due teste

Segue da: IL SERPENTE HA DUE TESTE (2) – FRANKISTI ALLA CORTE SUPREMA USA

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/opinioni/20429-il-serpente-ha-due-teste-2-i-frankisti-alla-corte-suprema-usa.html

Dopo aver seguito le vicende del Franchismo, setta eretica ebraica, che, per le sue caratteristiche, potrebbe avere qualche rapporto con quella che pare essere una setta presente oggi negli Usa, che ha associato vari personaggi al mondo degli scandali sessuali e della pedofilia e che potrebbe avere legami ideologici con logiche eugenetiche, antidemocratiche, così come sono maturate nel mondo anglosassone, affrontiamo una delle radici più aberranti di una certa mentalità razzista e disumana, sulla quale si è in parte fondato ed è cresciuto il potere talassocratico inglese.

Il passato, nonostante la idiozia della cancel culture, è, inevitabilmente, il fondamento del presente.

Rule, Britannia. Britannia, rule the waves.

Domina Britannia. Britannia domina le onde.

La nota canzone, composta nel 1740, celebra la talassocrazia britannica.

Va però ricordato che il dominio delle onde è iniziato con la rapina e il commercio degli schiavi.

La talassocrazia inglese, infatti, è nata con la pratica della rapina, operata, per conto della regina d’Inghilterra, dai corsari (da non confondere con i pirati), i quali operavano nei mari e negli oceani con “lettere di corsa” rilasciate dal regno inglese, rapinando le navi spagnole che tornavano dalle colonie americane cariche di oro e di argento.

Il più famoso dei corsari fu Francis Drake, insignito del titolo di cavaliere dalla regina Elisabetta I.

Francis Drake era membro dei Sea Dogs (“Cani del Mare”), anche noti come Corsari elisabettiani, dediti alla rapina delle navi, soprattutto spagnole e alla tratta degli schiavi.

I Sea Dogs erano essenzialmente un gruppo della Royal Navy autorizzato da Elisabetta ad attaccare la flotta spagnola e saccheggiarne le navi per riportare in madrepatria ricchezze e tesori. Ogni Sea Dog era latore d’una lettera di corsa della sovrana che rendeva legale il saccheggio delle navi spagnole ai sensi della legge inglese.

Va detto, prima di proseguire, che gli inglesi sono i tedeschi angli e sassoni. Nulla a che fare con i celti, che furono conquistati e sottomessi.

Gli angli sono un’antica popolazione ricordata già da Tacito, della Germania non romana, sulla costa del Chersoneso Cimbrico (oggi Schleswig-Holstein). Stessa origine hanno i sassoni, con i quali gli angli hanno invaso la Britannia nel 449 d.C.

La precisazione è necessaria per due motivi.

Il primo per il fatto che ci riporta l’attenzione al centro tedesco delle dinastie inglesi che vedremo operare nei secoli.

Il secondo in quanto vede, con la nomina di Giacomo VI di Scozia a Giacomo I di Inghilterra e di Scozia (Regno Unito) l’interruzione della catena dei re sacri celtici, iniziata con il regno di Dalriada e con Mc Alpin, dei quali gli Stuart (prima Stuard), di stirpe reale celtica, erano Maestri di Palazzo, nonché protettori della Massoneria (Loggia di Kilwinning).

Facciamo un piccolo salto indietro.

Enrico VIII Tudor (28 giugno 1491-28 gennaio 1547) voleva far dichiarare nulle le nozze con Caterina, ma il tribunale ecclesiastico le dichiarò valide, per cui il Parlamento emanò una serie di leggi volte a troncare ogni legame fra il regno d’Inghilterra e il papato.

Il sovrano venne dichiarato Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra (e dal regno di Elisabetta I in poi venne chiamato Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra) cominciando a dare corpo a una struttura clericale staccata da quella romana.

Venne eletto un nuovo Arcivescovo di Canterbury, nella persona di Thomas Cranmer, che si affrettò ad annullare il matrimonio reale permettendo a Enrico di sposare Anna Bolena.

Elisabetta I nacque nel 1533 ed è figlia di Enrico VIII d’Inghilterra e della moglie Anna Bolena, sposata in seconde nozze. 

Con Elisabetta I si evidenzia la doppia faccia della monarchia britannica.

Elisabetta I, incoronata il 14 gennaio 1559 e morta il 24 marzo 1603, dopo un regno durato 44 anni, è la figura centrale del Rinascimento inglese. Donna di grande cultura, conosceva più lingue, tra le quali il greco, il latino e l’italiano e diceva di se stessa di essere, a causa del suo amore per l’Italia rinascimentale, mezza italiana. L’umanesimo italiano, infatti, ebbe una profonda influenza, in particolare, su Elisabetta I e sui numerosi intellettuali che hanno gravitato intorno a lei, prima della sua incoronazione e, successivamente, alla sua corte.

Al tempo della sua infanzia, suoi precettori furono intellettuali di grande rilievo nel panorama culturale inglese, come Richard Cox, John Cheke, William Grindall (tutore personale di Elisabetta) e Roger Ascham.

“Quale corso di studi avesse prescritto Grindall per Elisabetta – scrive Carolly Ericson – si intuisce dal programma che Ascham compilò per lei in seguito: la mattina, verosimilmente, era dedicata al greco, con lezioni di grammatica e traduzioni di testi semplici che, col tempo, cedettero il passo a letture del Nuovo Testamento e degli autori classici meno impegnativi. Con tutta probabilità, nel pomeriggio leggeva in latino, soprattutto Cicerone e Livio, e divideva il tempo restante fra francese e italiano”. [i]

Nel 1555, con il suo ritorno ad Hatfield, durante l’esilio impostole da Maria Tudor, a frequentare il suo salotto, oltre a Roger Asham troviamo Castiglione, un piemontese che le insegnava l’italiano e il giovane John Dee.

John Dee, nato nel Galles nel 1527, medico, filosofo, scienziato, astrologo, alchimista, esperto di cabala, emissario diplomatico e agente segreto, contribuì attivamente a diffondere i principi di architettura e matematica di Vitruvio. Fu grazie a Dee e alla sua opera che l’Inghilterra durante il Seicento divenne un importante centro di studi esoterici.

Non è casuale il fatto che Elias Ashmole fosse in possesso di almeno 5 manoscritti di Dee, fra i quali un trattato di alchimia del quale curò la pubblicazione, nel 1650, con lo pseudonimo di James Hasolle.

“La magia dell’inglese John Dee – scrive Pierre A.Rifford – è molto originale ed estremamente complessa. Il suo medium Edward Kelly si sedeva a un tavolo disposto secondo le esigenze degli spiriti: il tavolo posava su sigilli di cera e portava inciso un diagramma. Dee usava un cristallo che affermava gli fosse stato consegnato da uno spirito. Lo (o gli) spiriti apparivano nel cristallo oppure fuori di esso conversando con Kelly mentre Dee annotava quanto stava udendo. John Dee distingueva tre tipi di magia che corrispondevano ai tre livelli dell’universo. La magia naturale che si fonda sulla «manipolazione delle simpatie occulte», corrisponde al mondo elementare; la magia matematica corrisponde al mondo celeste e si fonda sui numeri, le figure geometriche, le note; infine la magia religiosa, concernente il mondo sovraceleste funziona cabalisticamente grazie a «calcoli matematici» sul valore numerico del nome degli angeli. John Dee ha lasciato un’opera importante quanto enigmatica, quasi sconosciuta anche in Francia e in gran parte manoscritta: il Liber Logaeth (manoscritto Ashmole 422 della Bodleian Library di Oxford) i Quarantotto appelli angelici (manoscritto Sloane 1391 del British Museum di Londra), eccetera. Dee non era né ignorante né impostore. Era divenuto famoso con le conferenze su Euclide tenute nel 1550. Divenne l’astrologo ufficiale delle Regina Elisabetta dopo aver scoperto che la sua carta del cielo era più favorevole di quella della Regina Mary”. [ii]

John Dee nella sua Monade geroglifica ha cercato di fornire una chiave figurativa estremamente semplice nelle linee fondamentali, per scoprire i segreti della cosmologia e della cosmogonia.

John Dee, inoltre, fu uno dei possibili ispiratori delle imprese di Drake, il quale razziava le navi spagnole portando oro e argento alla corona inglese.

“Elisabetta – scrive Carolly Ericson – aveva sostenuto Drake sin dall’inizio e molti dei cortigiani avevano contribuito alle spese di viaggio. John Dee, l’astrologo e consigliere della sovrana che nel decennio 1580-90 era diventato uno dei più eminenti matematici e scienziati d’Europa, fu forse lo spirito animatore dell’impresa. La sua profonda conoscenza della cosmografia e della navigazione (Dee fu intimo amico del fabbricante di mappamondi Mercatore, nonché l’insegnante di esploratori del calibro di Frobisher e, poi, di Humphrey Gilbert, si sposava ad una sorta di imperialismo all’antica. Il fascino che su di lui e su molti altri elisabettiani esercitava la figura di re Artù era intimamente connesso con il desiderio di avventura e di esplorazione, perché Artù era considerato un conquistatore da cui Elisabetta aveva ereditato le rivendicazioni sul Nuovo Mondo. Attraverso Drake, teorizzava Dee, l’Inghilterra era destinata a far risorgere l’impero arturiano e, in seconda battuta, ad annientare la potenza spagnola”. [iii]

Elisabetta non è l’unica donna colta di questo periodo straordinario.

Lady Jane Grey, mandata a morte sedicenne per decapitazione da Maria Tudor, leggeva il Fedone di Platone nell’originale greco. Mildred Cooke, la seconda moglie di William Cecil, consigliere di Elisabetta per decenni, fu paragonata da Asham a Lady Jane e fu definita la donna più colta di tutta l’Inghilterra. Tradusse i lavori del predicatore greco Giovanni Crisostomo. William Cecil, ex amministratore di Elisabetta, elevato al rango di pari come Lord Burghley per i servizi resi alla regina, fu un importante mecenate dell’architettura e degli studi. Secondo un biografo Cecil amava molto la cultura e gli uomini di lettere e trovava svago soprattutto sui libri. “Un anonimo biografo del periodo descrive Cecil come un uomo «mai in preda alle passioni … che non esultava alle buone notizie né si faceva abbattere da quelle cattive”. [iv]

Due famosi esempi di mecenatismo al femminile sono Elisabeth Talbot, vedova del conte di Shreswbury, meglio nota come Bess di Hardwick, dal nome del palazzo che si era fatta costruire ad Harwick Hall e Mary Sidney, sorella del poeta Philiph Sidney, una delle figure più importanti dell’età elisabettiana, diventò contessa di Pembroke e presiedette alla costruzione di un’altra residenza: Wilton nel Wiltshire. Tradusse il Trionfo della morte di Petrarca, le tragedie di Marcantonio di Robert Garnier, il Discorso dell’umanista francese Philippe Mornay e, con suo fratello, i Salmi. Sempre con suo fratello curò la pubblicazione di Arcadia. Nota ai contemporanei come “seconda Minerva”, si occupò di alcuni protetti del fratello, ormai anziano, come Edmund Spenser e Samuel daniel e incoraggiò anche i lavori di Nicholas Breton.

Anne, moglie di Sir Nicholas Bacon (madre di Francesco Bacone), tradusse il protestante italiano Bernardo Ochino. Le sue sorelle minori, Elisabeth e Katharine composero epitaffi.

Non meno colta era Maria Stuarda, regina di Scozia. La biblioteca di Maria Stuarda, la quale sapeva di latino, conosceva un poco di greco e parlava correttamente quattro lingue moderne, rispecchia bene i suoi interessi umanistici (Biondo, Erasmo, Vives) e la sua passione per la letteratura in volgare. Maria disegnava, cantava e suonava il liuto.

Maria Stuarda, figura di rilievo anche per l’intreccio dinastico conseguente alla sua nascita, era figlia di Maria di Guisa (che è stata reggente del Regno di Scozia alleato della Francia) e di Giacomo V. Cresciuta in Francia dalla nonna, Antonietta Guisa, nel 1558 sposò il delfino di Francia Francesco, figlio di Enrico II.

Va ricordato che la famiglia Guisa, leader dei radicali cattolici francesi (Lega cattolica), alleati di Filippo II di Spagna e del Papa, intendeva mettere Maria Stuarda sul trono d’Inghilterra per restaurare il cattolicesimo.

William Grindall, John Cheke, Richard Cox e Roger Ascham appartenevano al gruppo intellettuale dell’Università di Cambridge.

“Cheke, Grindall e Roger Ascham, che, pur rimanendo a Cambridge sino al 1548, era nondimeno in stretto rapporto con gli altri, provenivano – scrive Carolly Ericson – tutti dal St.John. Con Cox e gli altri intellettuali di Cambridge costituivano un ponte intellettuale tra l’umanesimo cattolico e universalista di Erasmo e Tommaso Moro, con la sua avversione per le sottigliezze dottrinali e la sua ottimistica tolleranza religiosa, e l’ala protestante radicale, aggressivamente nazionalistica e fautrice delle distinzioni tra dottrine come antidoti all’eresia. Il loro programma dava grande risalto al greco e al latino (e, per gli universitari, anche all’ebraico), perché senza padronanza di questi idiomi non si potevano leggere né le opere dei Padri della Chiesa né i classici dell’antichità in versione originale. Ma sebbene gli autori classici – Demostene, Platone, Virgilio e in particolare Cicerone – fossero apprezzati per l’insuperata eloquenza e la profondità, le loro opere erano sempre considerate eccepibili a fronte della somma eloquenza della Bibbia, della sua perfetta verità. Nel 1540 e nel decennio che seguì, Cambridge – come aveva affermato uno scrittore – era andata trasformandosi da roccaforte del sapere ecclesiastico a seminario per laici; non più strettamente clericale, era ciononostante una palestra d’addestramento alle virtù cristiane, dove i figli dei gentiluomini si formavano il carattere e acuivano la propria sensibilità religiosa per una vita di lotta contro il peccato. E si preparavano a condurre un’esistenza eroica entro i margini segnati dalla Chiesa inglese, votati all’instancabile servizio dello stato e del monarca”. [v]

Nel decennio 1530-40 l’Inghilterra è percorsa da una forte instabilità religiosa a causa del rivolgimento della fede tradizionale dovuta a Enrico VIII. Nel 1549, con l’adozione del Book of Common Prayer, versione inglese del messale, la Chiesa anglicana struttura la sua liturgia e con Maria Tudor, nel 1555, l’Inghilterra è preda di un’intolleranza religiosa che porta anche a roghi ripetuti di cattolici.

Alla corte di Elisabetta, nell’aprile del 1583, giunge anche Giordano Bruno e con lui anche l’arte della memoria.

“In questo periodo – scrive Matteo D’Amico – Bruno è coinvolto da Castelnau [ambasciatore francese] nel seguito e incontra la regina Elisabetta, conoscendo i più importanti tra i suoi cortigiani; fra gli altri entra in amicizia con John Florio, insegnante di lingue di origine italiana e raffinato uomo di lettere che ben presto andrà a vivere a Salisbury Court come maestro delle figlie di Castelnau. Conosce inoltre Philip Sidney raffinatissimo cortigiano di Elisabetta che sposerà la figlia di Walsingham”[vi] al quale dedica due delle sue opere inglesi più importanti: Lo spaccio della bestia trionfante e De gl’eroici furori. Frequenta i circoli colti della Londra legati alla corte elisabettiana, che si contrappongono al conservatorismo di Oxford e nella Cena delle ceneri scrive un elogio alla regina. A Londra Bruno conosce John Dee, che Matteo D’Amico derive come “uomo assai dotto in possesso della miglior biblioteca del regno, occultista e teosofo, che aveva fama di comunicare con gli spiriti”. [vii]

Cosa ha spinto Bruno in Inghilterra? Secondo D’Amico, “l’aspetto che emerge con più chiarezza dal primo dialogo del “De la causa” è che Bruno in Inghilterra sta conducendo una precisa battaglia politica e culturale”[viii], ossia quella di collegare i moderati cattolici di Enrico III con i moderati anglicani di Elisabetta I, contro i Guisa e i puritani. “In qualche modo – scrive D’Amico – forse Bruno è anche «usato» dai membri delle élite nobili e colte che frequenta a Londra, o addirittura dalla stessa regina, con la quale si è senz’altro incontrato. Infatti nel febbraio 1584 Bruno è entrato nel circolo di corte rappresentato fra gli altri da William Cecil, Robert Dudley, conte di Leicester e Philip Sidney”. [ix]

Bruno è “fondatore e «capo» di una vera e propria organizzazione che ha scopi politici fondamentalmente antipapisti, ma animata da tensione spirituale di tipo magico, religioso e sapienziale. …Già in Inghilterra – scrive ancora D’Amico- egli ha iniziato probabilmente a raccogliere intorno a sé un gruppo di allievi che lo considerano non tanto un maestro, quanto un grande iniziato, un mago dotato di poteri eccezionali, il cui segno più vistoso è la straordinaria memoria. …Inoltre Bruno, che in tutte le città in cui ha operato, incluse Parigi e Londra, sembra aver dato vita a circoli più ristretti di allievi-seguaci, sta probabilmente dando vita ad una rete europea di affiliati a una qualche forma di società segreta di tipo politico religioso, che è quanto viene normalmente indicato con il nome di Giordanisti”. [x]

Questa attività di Giordano Bruno emerge dalla testimonianza di Francesco Graziano, suo accusatore, durante il processo. “E molte volte dice che in Germania li anni passati erano tenute in prezzo le opere di Lutero, ma che adesso non erano più stimate, perché doppo che hanno gustate l’opere sue non vanno cercando altro, e che havea cominciata una nuova setta in Germania, e che se fosse liberato di prigione voleva tornare a formarla et istituirla meglio, et che volea si chiamassero Giordanisti; e volendo tirare anche me dalla sua retta, li dissi che non volevo essere Giordanista, né organista”. [xi]

Bruno, tende, dunque, ovunque sia a “formare circoli ristretti di allievi che probabilmente inizia alla mnemotecnica e alle pratiche magiche collegate, oltre che alla sua visione filosofica, etico-politica e religiosa. Sono i nuclei di quelli che la leggenda nata attorno a Bruno chiamerà Giordanisti, vere e proprie avanguardie di un mondo illuminato e liberato, setta segreta che anticipa i Rosacroce e che ha anche, se non principalmente, chiare finalità politiche”. [xii]

Nel 1600 nasce la Royal Society.

“E’ sintomatico – scrivono in proposito Enrico Palmi ed Eugenio Bonvicini – che l’idea della Società dei Saggi si concretizzi in Inghilterra nelle Accademie del Collegio dei Neo- Platonici di Cambridge, nel Collegio degli invisibili, nell’Accademia della Macaria – nomi che già ricollegano ai Rosacroce – e nel gruppo di Oxford. Da questi nuclei Rosacrociani nel 1645, durante la guerra civile inglese, sorgono le prime riunioni a Londra e poi a Oxford fra il 1648-1659 del nucleo costitutivo della Royal Society, ad opera di John Wallis, di Wilkins (poi vescovo di Charter), di Haak (profugo del palatinato), di Boyle (membro del Collegio degli Invisibili), di Petty, di Heydon (che si professa Rosacroce e definisce come tale anche Francis Bacon), di Christopher Wren (il grande architetto eletto Gran Maestro dal 1688 al 1702 di molte Logge muratorie inglesi), di Moray e di Ashmole (Rosacroce ed iniziati massoni a Edimburgo, il primo nel 1641 ed il secondo a Warrington nel 1646)”. [xiii]

Va notato che nella Royal Society tra i fondatori troviamo Robert Boyle, rosicruciano e Sir Christopher Wren, Gran Maestro dell’Ordine Rosacroce, cattolico e seguace degli Stuart.

Crhistopher Wren (1632-1723), astronomo, è il costruttore della cattedrale di San Paolo a Londra ed è noto il suo ruolo nelle dottrine rosacrociane e nella nascita della Massoneria moderna.

Robert Boyle (Lismore 1627-Londra 1691), irlandese, fisico, chimico, inventore e filosofo, è noto anche per i suoi scritti di teologia.

Come si può ben vedere, Elisabetta I rappresenta il Rinascimento inglese (questa la facciata buona), ma anche la parte peggiore, in quanto protettrice delle rapine dei corsari e della tratta degli schiavi.

Con le lettere di corda di Sua Maestà i corsari saccheggiavano i galeoni spagnoli.

La potenza inglese sui mari, pertanto, comincia con la rapina.

Morta il 24 marzo 1603, Elisabetta I ebbe come successore Giacomo I d’Inghilterra (VI di Scozia) figlio della cattolica Maria Stuart e re di Scozia.

Giacomo VI Stuart di Scozia (la linea degli Stuart era imparentata con Enrico VIII Tudor tramite la sorella di questi Margherita) divenne Giacomo I d’Inghilterra (incoronazione il 25 luglio 1603), con l’unificazione delle corone d’Inghilterra, Scozia e Irlanda.

Si deve a lui la traduzione in inglese, da testi greci, della Bibbia, detta appunto di Re Giacomo. Nel 1601 Re Giacomo VI di Scozia indisse l’assemblea generale della Chiesa di Scozia presso la Chiesa Santa Columba nel villaggio di Burntisland, nella contea scozzese di Fife, durante la quale propose una nuova traduzione della Bibbia inglese.

Al lavoro parteciparono 47 studiosi, tra i quali Robert Fludd, allievo di John Dee, il quale faceva parte del conclave con Francis Bacon. Robert Fludd (1547-1637), nato a Milgate House nella contea di Kent, scrisse un trattato apologetico in difesa dell’integrità della Confraternita dei Rosa – Croce (1617).

Nello stesso tempo nel quale promuoveva la ricerca biblica, Giacomo I consentiva a John Hawkins di diventare il primo mercante di schiavi e di essere nominato Cavaliere nel 1603 e di essere mandato, nel 1604, alla Camera dei Comuni.

Nelle colonie spagnole e portoghesi mancava la manodopera.

John Hawkins iniziò un commercio su vasta scala, dapprima con capitani singoli, ufficialmente autorizzati e nel 1631 da una società munita di privilegio reale.

Nel 1662 fu costituita la “Compagnia di Avventurieri Reali pel commercio dell’Inghilterra con l’Africa”, appoggiata dal re Giacomo II, che diventò il maggiore capitalista della “Compagnia Reale Africana, fondata nel 1672.

Giacomo II Stuart, ultimo sovrano cattolico a regnare sull’Inghilterra, fu mandato in esilio in Francia.

Nel 1689, con la Glorious Revolution il parlamento inglese, insoddisfatto dell’operato di re Giacomo II Stuart, riuscì a sostituirlo con Guglielmo III d’Orange e sua moglie, Maria II Stuart. Alla loro morte, essendo privi di eredi diretti, il trono passò ad Anna Stuart, figlia di Giacomo II e sorella minore di Maria II. Anna, tuttavia, aveva perso prematuramente tutti i figli. Alla mancanza di un erede (che doveva essere di fede protestante) ovviò nel 1701 l’emanazione dell’Act of Settlement, che individuò come successori al trono i figli di Sofia del Palatinato, nipote di Giacomo I Stuart e moglie dell’elettore di Hannover. Alla morte di Anna, nel 1714, si chiuse così la dinastia Stuart e il trono inglese passò al casato tedesco di Hannover.

Qui entrano in scena gli Hannover dei quali ci occuperemo in seguito.

Il commercio della carne umana, coperta dalla corona inglese, si svolgeva con le navi inglesi che portavano merci britanniche in Africa che scambiavano con negri catturati e deportati come schiavi.

Le navi proseguivano per l’America con il loro carico dolente di carne umana che scambiavano con prodotti coloniali che portavano in Inghilterra.

I giganteschi profitti realizzati, che andavano a vantaggio del Re e della classe aristocratica, suscitarono le protese della classe borghese che nel 1697 ottenne che il commercio degli schiavi fosse consentito a tutti i cittadini.

Nel 1729 il parlamento stanziò un contributo annuo si 10 mila sterline a favore della Compagnia Reale Africana per il mantenimento delle stazioni create sulla costa della Guinea per la tratta degli schiavi.

Nessun re o regina successivi hanno eliminato la vergogna, fino al 1833, quando l’abolizione della schiavitù venne codificata la prima volta in Inghilterra.

Non solo, alla fine della guerra con la Spagna, con il trattato di Utrecht (1713) con il cosiddetto Asiento, che permetteva alla Spagna di importare schiavi, la tratta degli schiavi divenne il più importante commercio del Regno Unito.

Negli anni che vanno dal 1680 al 1786 sono stati forzatamente trasferiti nelle colonie inglesi in America 2 milioni e 130 mila negri. Vale a dire una media annua di 20 mila vittime dell’ignobile commercio. Nel 1797 la media annua era già salita a 55 mila.

Per concludere, prima di passare al pensatoio britannico delle teorie naziste, del quale i occuperemo in seguito, la storia dei una nazione non è cancellabile con la gomma e nemmeno con le idiozie della cancel culture. Inutile chiedere confessioni, inginocchiamenti, richieste di perdono. Non servono a nulla.

Quello che serve è capire da quali radici escono certe impostazioni ideologiche e quelle della pirateria e dello schiavismo inglesi sono prodromiche alle follie quotidiane.

 

[i] Carolly Ericson, Elisabetta I, Mondadori

[ii] Pierre A.Rifford, L’esoterismo, Bur

[iii] Carlly Erickson, Elisabetta I, Mondadori

[iv] Peter Burke, Il Rinascimento europeo, Laterza

[v] Carolly Ericson, Elisabetta I, Mondadori

[vi] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[vii] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[viii] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[ix] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[x] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[xi] Citazione in Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[xii] Matteo D’Amico, Giordano Bruno, Piemme

[xiii] Enrico Palmi-Eugenio Bonvicini, Templari e Rosacroce, Atanòr

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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