
di Maurizio Ballistreri
E’ sotto gli occhi di tutti che, similmente alla fase precedente al deflagrare di tangentopoli, il ceto politico nostrano stia dando pessima prova di sé, alimentando il distacco dei cittadini dalle istituzioni.
D’altronde come potrebbe essere diversamente? Con una crisi economica e sociale senza precedenti; con una drammatica caduta del potere d’acquisto delle famiglie; con la riduzione del Welfare; con la disoccupazione che dilaga, specie nel Mezzogiorno e, al tempo stesso, il lavoro “povero” e quello “rifiutato” e con partiti e uomini politici voraci, i cui stili di vita lussuosi sono alimentati esclusivamente dalle risorse pubbliche, visto che, in gran parte, si tratta di persone senza lavoro o attività proprie: i “professionisti della politica”.
Sembra inverarsi quanto scriveva il grande teorico dell’elitismo Max Weber nel 1919, nel suo “Il lavoro intellettuale come professione”: “Di politica come professione vive chi tende a farne una duratura fonte di guadagno”.
Parafrasando un bellissimo film del 1954 diretto da Mario Mattoli, con protagonista il principe de Curtis, il grande Totò, “Miseria senza nobilità”.
Un quadro desolante del ceto politico italiano della cosiddetta “Seconda Repubblica”, a cui un contributo ulteriormente negativo è venuto da esponenti della “Prima Repubblica”, nei cui occhi non ha mai brillato la luce della passione politica.
Personaggi esilaranti che sembrano usciti dai “Muppet Show”, che vivono negli interstizi della politica e devono alcune elezioni nelle istituzioni a ricorsi o a listini garantiti.
Per non parlare di quelli che invocando una presunta coerenza politica, sono saltati con un opportunismo disinvolto e senza limiti da destra a sinistra e per i quali vale la definizione che un Padre della Patria, il leader del socialismo democratico in Italia Giuseppe Saragat, riservò nel 1972 al segretario del Psdi Mario Tanassi, quello di “omuncolo”, richiamando il Faust di Goethe.
Miserie della politica!
Il declino dell’Italia non è solo economico e sociale, ma, in primo luogo del suo ceto politico e, conseguentemente, della democrazia, nei cui confronti é sempre attuale quanto affermava il nume tutelare del socialismo riformista nel nostro Paese, Filippo Turati, definendola “zitella matura e corrucciata”, con poche solide basi di massa.





