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BRUNO BUOZZI, AUTENTICO RIFORMISTA

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di Raffaele Romano

La mai incompiuta lotta fra massimalismo e riformismo ancor oggi come nel passato non si è chiusa.

Tornati dall’esilio in Francia il nodo gordiano fra riformismo e massimalismo non fu ancora sciolto ma, addirittura, si rafforzò nel Patto di unità d’azione col PCI di Togliatti che Nenni difese, contro ogni evidenza logica e convenienza partitica, fino al 1956 quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest.

Nel mondo sindacale, invece, prevalse una linea sì unitaria ma guidata da un vero e riconosciuto sindacalista riformista a tutto tondo: Bruno Buozzi che impose a tutti per accettare di guidare l’intero movimento sindacale nel 1943 una linea unitaria fra socialisti, comunisti e cattolici nella ricostruita CGIL post conflitto.

Questo immenso ed immane lavoro portò al famoso e storico Patto di Roma fra le tre anime politiche politiche ma, purtroppo, la non chiara uccisione del Buozzi contribuì a determinare una sfiducia reciproca fra i successori.

Segnali sommersi apparvero chiari da documenti solo successivamente portati alla luce dall’interno del partito comunista:

Il pericolo più grave per noi è che socialisti e cattolici si coalizzino contro di noi, su alcuni punti essenziali, sui quali non potremo concedere troppo.

Questa era l’aria che spirava nella corrente massimalista della CGIL appena riunificata. E, come se non bastasse, lo strano modo e luogo in cui fu catturato Buozzi aggiungono ancor più dubbi e sospetti:

Un giorno viene operata una perquisizione perché il padrone di casa è sospettato di possedere un apparecchio radio clandestino. Il proprietario è assente e la perquisizione ha luogo senza risultato. Nessuno sospetta dell’ingegnere Mario Alberti (in realtà Bruno Buozzi nda), ma gli viene chiesta la carta di identità. Poiché la polizia è a conoscenza che al Comune di Benevento sono state sottratte delle carte di identità e il documento mostrato dall’ingegnere proviene da quel Comune, Buozzi viene tradotto in questura per accertamenti, in attesa dei quali lo si assegna al carcere di via Tasso”.

Più di qualcuno, come Antonio Maglie, ad esempio, si è sempre chiesto ma “Bruno Buozzi poteva essere salvato? Si poteva evitare quel “soggiorno” a Via Tasso che lo avrebbe poi avviato sulla strada de La Storta? Insomma, in questa storia ci sono stati tradimenti? E questi tradimenti come si sono materializzati, in scelte che non

sono state compiute o in atti che, al contrario, sono stati compiuti? Chi mise, insomma, Buozzi moralmente (e semmai anche praticamente) su quel vecchio camion ansimante? Solo la sorte o la sorte venne guidata da qualche machiavellico tessitore umano? A settant’anni di distanza a queste domande non ci sono risposte,

almeno non ci sono risposte affidabili. Congetture, certo. Ipotesi, anche. Insinuazioni, molte. Ma più ci si allontana da quei tempi e più diventa difficile ricomporre il mosaico.”

Ed anche in quella fase del secondo conflitto mondiale, giugno 1944, c’era chi ancora si agitava contro il riformismo ed i riformisti. Lo testimonia anche una lettera di Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola, esponenti di rilievo del PCI, inviata, il 2 marzo del 1944 da Roma alla Direzione del Pci Alta Italia: “I nostri rapporti col Partito socialista non vanno bene. Bruno Buozzi, nel campo sindacale sostiene tesi del più putrido riformismo; e la Direzione del partito approva anche quelle. Abbiamo immediatamente reagito ed ora prepariamo la controffensiva.

A quale controffensiva si preparavano?

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  • Redazione

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