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D’ALEMA, TARDIVE AMMISSIONI SU POLITICA E MAGISTRATURA

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Morto Berlusconi, D’Alema ha usato parole sagge e vere, quali: “Berlusconi era un combattente, un avversario certo, ma un uomo capace di suscitare ammirazione e persino simpatia dal punto di vista umano, colpisce e addolora la scomparsa di Silvio Berlusconi”. Ma il pensiero più vero è quello quando ha ricordato che “ha avuto qualche ragione nel ritenersi perseguitato dalla magistratura”. Come saggio è stato a proposito della giornata di lutto nazionale, quando ha sottolineato che “è una decisione che corrisponde a un sentimento non di tutti, certo, ma di una parte importante degli italiani. Non credo che debba essere materia di polemiche”. Ma la riflessione politica più importante che Massimo D’Alema ha fatto è la seguente: “In realtà quello che si era determinato nel nostro Paese era stato uno squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato”.

Questa è la verità, ha spiegato D’Alema, secondo il quale “l’indebolimento dei partiti avrebbe dato più potere politico alla magistratura, la quale sarebbe andata oltre il compito di perseguire i reati, finendo per vigilare sull’etica pubblica e promuovere il ricambio della classe dirigente “.

La domanda che oggi va posta a D’Alema è la seguente: cosa hai fatto per evitare l’indebolimento dei partiti dall’azione di “Mani pulite”? Quale comportamento o iniziativa hai assunto quando ” Tangentopoli ” imperversava e metteva in ginocchio la politica?

Infatti, l’atto più grave fu quello quando la politica subì lo smacco della modifica dell’articolo 68 della Costituzione, cioè delle guarentigie costituzionali riservate ai membri del Parlamento. Da quel momento, l’autorevolezza della politica e il suo prestigio furono annientate da una magistratura che anziché “nutrirsi di silenzio”, andava alla ricerca di un sempre più ampio consenso popolare. E la debolezza della politica avvenne anche successivamente, quando il governo Amato presentò il “decreto Conso”, con il quale si puntava a depenalizzare il finanziamento ai partiti, che il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, non firmò. Quello Scalfaro che si accorse della “lenta distruzione dello Stato” il 3 novembre del 1993, quando l’ex direttore del SISDE, Riccardo Malpica, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi riservati del medesimo servizio, aveva dichiarato che quei fondi facevano parte di un “tesoretto” a disposizione dei ministri dell’interno, di cui anche Scalfaro ne avrebbe beneficiato. Fece interrompere la trasmissione della partita Cagliari – Trabzonspor di coppa UEFA, per pronunciare, a reti unificate, un incisivo discorso per reagire alle insinuazioni nei propri confronti da parte dell’ex direttore del SISDE. Un discorso di 7 minuti, dal quale emerse un vibrante “Io non ci sto”.

La politica, ormai indebolita, non reagì neanche al “decreto Biondi” del Governo Berlusconi, con l’obiettivo di limitare la custodia cautelare a casi eccezionali, che fu contestato pubblicamente con la lettura in TV di un comunicato da parte di Di Pietro, a nome dei magistrati del pool di “Mani pulite”, annunciando lo scioglimento del pool per l’impossibilità di proseguire efficacemente le indagini. Fu in quei giorni, che il Capo della procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, che tra l’ironia e la non tanto velata minaccia, dichiarava:

“Governo e Parlamento sono sovrani, ci auguriamo che ciascuno si assuma davanti al popolo italiano le responsabilità politiche delle proprie scelte”.

Perciò, riconoscere oggi che Berlusconi è stato vittima di una persecuzione giudiziaria, evidenziare che i partiti furono indeboliti e che la magistratura assunse e continua ad assumere un maggior peso politico, l’averlo detto dopo circa trent’anni e dopo la morte di Berlusconi, diventa difficile se il coraggio di D’Alema è da qualificare un coraggio di un leone o di un coniglio. La curiosità è quella di vedere cosa dirà della riforma della giustizia che si accinge a presentare il ministro Carlo Nordio, che viene annunciata come una riforma “liberale e garantista”. Vedremo se D’Alema si iscriverà, ancora una volta, al Partito dei Magistrati oppure a quello dei garantisti. La cosa certa di oggi è che Massimo D’Alema, non si è iscritto al “Partito degli odiatori”, quello capeggiato dalla Rosy Bindi e da Tomaso Montanari.

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  • Redazione

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