
di Augusto Vasselli
La correlazione tra la divinità e l’essere umano è sovente simboleggiata allegoricamente da un luogo elevato (ad esempio una montagna, non a caso definita talvolta sacra), da uno manufatto (non di rado una scala) con il quale levarsi verso il cielo o un grande albero. Luoghi, elementi costruiti dall’uomo o presenti in natura, i quali favoriscono la percezione del divino, che spesso immaginiamo in alto e pertanto “raggiungibile” con una ascesa, da coloro che desiderano elevarsi.
Ogni costruzione, in particolare ciò che è attinente al sacro, in genere avente una significativa elevazione, è stato ritenuta, sin dai tempi più remoti, la struttura che fa da tramite per ottenere il collegamento tra gli esseri umani e gli dèi, cosa che riguarda, ovviamente anche l’architettura dei templi, dedicati appunto alla divinità.
Tra i più antichi edifici sacri conosciuti, in particolare quelli fortemente verticalizzati, vanno certamente ricordati la ziggurat mesopotamica e il teocall mesoamericano, i quali peraltro mostrano una sorprendente concordanza di forme e di concezioni. Le ziggurat come i teocalli si elevano in terrazze di tre, cinque o sette livelli, sempre più strette e collegate da scalinate sempre più ripide.
Secondo la tradizione babilonese si attribuiva allo ziggurat stesso il valore simbolico di una scala tesa a favorire appunto la discesa degli dèi sulla terra e l’ascesa degli uomini verso il cielo. La ziggurat di Larsa era chiamata la “casa del legame tra cielo e terra”.
Lo steso dicasi, appunto, riguardo la scala, simbolo presente in molte tradizioni, siano esse sapienziali sia religiose, la quale sottintende e simboleggia anch’essa aspetti dottrinali e rituali riferiti alle diverse vie spirituali, che fanno riferimento alla tematica riguardante il collegamento tra la dimensione terrena e quella celeste.
La scala è quindi ulteriore strumento (simbolico), che rappresenta il percorso con il quale si inizia a superare la conoscenza cosiddetta intellettuale e a ricercare nella nostra interiorità, con la consapevolezza che l’incessante lavoro che viene svolto è transeunte e provvisorio.
Mediante l’ascesa si va verso l’identificazione con il sé superiore, che aiuta il completamento della grande opera spirituale, ove si cristallizza momentaneamente l’evoluzione e la saggezza raggiunta dall’adepto, mediante la conoscenza e la padronanza di sé stessi.
La scala, con il suo straordinario e semplice simbolismo, aiuta a ricercare lo stato, il sentire, necessario a ciascuno in un eventuale percorso volto alla evoluzione spirituale. La scala cristallizza l’idea di un ambito divino che può essere raggiunto, attraverso la risalita dal mondo quotidiano, nel quale si trova l’essere umano, per trovare il paradiso perduto, spesso ricordato come la mitica età dell’oro.
La scala, come ci trasmette il suo simbolismo, è lo strumento che collega il cielo e la terra, ovvero il mondo divino e il mondo umano. Essa è, pertanto, il simbolo per antonomasia che rappresenta la discesa del mondo divino sulla terra e l’ascensione dell’essere umano nel mondo divino.
La bibbia ci narra che Giacobbe in un sogno, avuto mentre si trovava in Betel (l’antica Luz), ha visto gli angeli (testualmente gli Elhoim) ascendere e discendere la scala posta tra la terra e il cielo, evidente allusione alla possibilità di percepire due diversi stati o dimensioni. Giacobbe stesso, destatosi dopo il sogno della scala ci dice: “questa è veramente la casa delle dee e la porta del cielo”.
La tavola smeraldina di Ermete, mitico scritto di tradizionale memoria, ci ricorda che l’energia universale “sale verso l’alto e ridiscende verso il basso, affinché si produca il prodigio della cosa una”, indicando quindi che è possibile mettere in relazione il cielo e la terra.
Nel cristianesimo primitivo la scala diviene l’elemento simbolico principale, mediante il quale camminare verso il cielo e per rappresentare il viaggio dell’uomo che si eleva verso l’incontro con Dio, diventando altresì la fonte e l’ispirazione di moltissime raffigurazioni pittoriche e iconografiche.
Anche il Corano ci descrive un accadimento similare nel quale Maometto, durante l’ascensione notturna propiziata dall’arcangelo Gabriele, vede una scala mediante la quale gli spiriti degli uomini salgono verso il cielo e cui i morenti volgono lo sguardo.
La scala rappresenta la necessità di interiorizzare la conoscenza e la capacità di identificarsi con gli accadimenti, tramite la più elevata realizzazione, non più solo a favore della propria evoluzione individuale, ma anche per proiettare verso la collettività una benefica influenza verso tutti gli esseri.
La scala è quindi ulteriore strumento con il quale si inizia a superare la conoscenza cosiddetta intellettuale e a ricercare nella nostra interiorità, consapevoli che nell’incessante lavoro che viene svolto tutto è transeunte e provvisorio.
Come nel nostro caso, anche in altri, la scala è rappresentata da sette gradini, numero universalmente considerato il simbolo della totalità, rammentato in tutte le culture da innumerevoli ipostatizzazioni significanti. Numero che è evidentemente il simbolo numerologico della divinità (o della dea madre), che in tal modo viene identificato con la scala dai sette gradini, in analogia ai tradizionali sette cieli, ossia le sette ipostasi divine.
Parimenti sette sono gli scalini della betulla siberiana, così come sette sono i colori della scala del Buddha e i sette metalli con i quali è realizzata la scala mitraica. Sette sono i cieli e sette sono le sfere planetarie che Dante ci ricorda e che mette in relazione con le arti, i colori, i metalli e in particolare con la scienza, riferendosi in tal modo alla scienza tradizionale e quindi alla conoscenza sacra.
La correlazione tra i gradini (sette) corrispondenti alle sette arti liberali, è la conoscenza necessaria per poter accedere ai piani superiori (la conoscenza sacra), ove si possono cogliere le potenzialità indicateci, in modi diversi ma equivalenti, dalle varie tradizioni, rivolte tutte comunque a fornirci indicazioni per individuare e poi percorrere la via.
Cerchiamo ora di capire che cosa significhi la visione della scala avuta da Giacobbe, tenendo presente che il messaggio biblico, come quello di tutti i libri sacri, ha un valore simbolico oltre che meramente letterario, nel quale i personaggi sono rappresentazioni che ci trasmettono una chiave filosofica, psicologica e metafisica.
Etimologicamente, la parola scala deriva da una radice indo-europea, “skander”, che significa semplicemente “salire”.
Secondo la spiegazione data dalla metodologia interpretativa tratta dai Midrash (dall’ebraico darash דרש, ricercare, scrutare, quindi anche analizzare testi) la scala ha quattro livelli di significazione allegorica: Maimonide (chiamato anche Rabin Moise), rabbino e filosofo ebreo di assoluto prestigio, ci dice che un’ascensione viene svolta in quattro fasi mentali necessarie per poter accostarsi alla divinità.
“Ed ecco, una scala fu eretta sulla terra”, ove la stessa si riferisce alla potenzialità riferita alle connessioni e alle relazioni presenti nell’universo.
“Lei (la scala) era in piedi per terra”, indicando in tal modo il mondo terrestre, il mondo delle percezioni e dell’esperienza, che qualora correlati donano la conoscenza.
“E la sua cima ha raggiunto il cielo”, per indicare che la conoscenza progredisce quando passa dal mondo sensibile ai piani superiori.
“Ed ecco, gli angeli di Dio andarono su e giù”, allusione al mondo soprasensibile degli angeli al momento in cui la conoscenza penetra ulteriormente consentendo l’evoluzione (spirituale).
Senza trarre alcuna conclusione, gli angeli che salgono e scendono lungo la scala, nella visione di Giacobbe, possono anche essere considerati su un piano psichico la figurazione di pensieri tipizzati.
Quanto illustra simbolicamente il sogno di Giacobbe è anche una allegoria riferita al corpo fisico (la colonna vertebrale, la cui analogia con la scala è un chiaro e diretto riferimento), ove la scala è posizionata sul terreno sottostante e collegata al cielo (da malkut a kether). In altre parole, le energie dall’alto e dal basso circolano costantemente lungo la colonna vertebrale senza alcun ostacolo, attraverso “l’impulso vitale” che dà forza all’anima per salire la scala. Siamo qui in una rappresentazione simbolica del tutto simile a quella riferita alla “kundalini” o forza del serpente della tradizione vedica, la cui sede è collocata nella parte inferiore della spina dorsale.
Sognare una scala significa avvicinarsi e quindi conoscere un grande insegnamento, espresso simbolicamente, che indica come le energie vitali e primordiali, in ascensione o in discesa, devono essere in grado di circolare liberamente.
Le energie stesse consentono il nostro potere di rigenerazione e la nostra prospettiva di elevazione spirituale (nozione riferita all’impeto vitale), cioè il contrario della prospettiva di degrado, derivato dall’inerzia, che rinviene dalla materia (nozione riferita alla caduta).
L’immagine della scala rappresenta uno “stato dell’essere”, al quale si accede, seppur gradualmente, mediante un percorso che separa l’io dal sé, la “presenza nel cuore” di se stessi, la Shekinah della tradizione cabalistica. Shekinah, non a caso spesso chiamata “scintilla divina”, che consente di sentire il luogo sacro in sé, definibile come una sorta di materializzazione del collegamento tra la parte superiore e quella inferiore.
Il sogno di Giacobbe non è in un sogno, ma in una semi-realtà, uno stato “intermedio” ove la scala è nel mezzo, separando così il principio e la manifestazione.
Se la materia presente nell’essere umano si addormenta, la mente si risveglia “liberata” dalla sua presa; è uno stato di consapevolezza intermedia che tende al risveglio della mente, in corrispondenza con “l’addormentarsi” del corpo. La scala è quindi l’immagine della accresciuta consapevolezza interiore, non più limitata al solo corpo fisico, allorché si avvicina lo spirito (le ali degli angeli).
Siamo in presenza dei messaggeri celesti, cari alle religioni del libro. L’angelo è allo stesso tempo un messaggero del divino (e quindi dello Spirito) e l’espressione della duplicazione dell’essere (l’angelo custode); ma è anche su un piano psichico un pensiero sublime. Gli angeli che salgono e scendono sono l’espressione sublimata della sovracoscienza che, nello stato di sogno di Giacobbe, è ciò che indirizza la coscienza e che consente la percezione (consapevolezza). Il movimento alternato di messaggeri stessi è una “formalizzazione psichica” delle leggi di corrispondenza tra “ciò che è sopra e ciò che è sotto”.
Queste potenzialità, che hanno origine per così dire superiore, sono state raggiunte e vissute da Giacobbe, come lo possono essere da chiunque, qualora ci si ponga in un adeguato modo di sentire. Quanto definito in alto può essere considerato il luogo del Divino o semplicemente come una supercoscienza totalizzante, che tutto ricomprende, e che contiene anche immagini archetipiche comuni a tutta l’umanità.
Questa direzione della coscienza dall’alto è, sul piano psichico, ciò che è chiamato nell’ordine umano il superconscio, ovvero colui che dirige l’uomo verso la luce, termine che, senza voler rimanere negli stretti limiti della psicologia, può essere riferito all’uomo e al tutto.
In contrasto con la supercoscienza abbiamo quello che è chiamato, sul piano umano, il subconscio. Subconscio, ove albergano la dipendenza dalle contingenze terrene, dall’avere, dal bisogno insoddisfatto e dai desideri, dal quale partire per iniziare il percorso evolutivo che deve essere intrapreso per rimuovere gli ostacoli che impediscono la reintegrazione dello stato edenico.
Un percorso che rappresenta un modo con il quale ottenere l’ascensione dell’essere e la percezione della idealità astratta divina, la quale rappresenta il fine dell’evoluzione stessa, e che deve essere perseguito sapendo che, proprio in quanto astrazione, non potrà mai essere del tutto raggiunto.
Per avvicinare finalmente, seppur in modo parziale e limitato, l’essere umano al concetto di luce misteriosa, forza infinita, da taluni chiamata Agni, Jahvé Indra, Odino, Ormuz, Osiris, Varuna, Zeus, e anche essere unico, forza, intelligenza, e in tutti gli altri svariati modi, con il quale si vuole definire, forse pretenziosamente, l’ineffabile per sua natura indefinibile.





