
di Angelo Giubileo
Viviamo un tempo in cui viene riproposto, direi quotidianamente, il mito di una cosiddetta e generica “grande bellezza”. Nonostante da quasi tre anni sia ricomparso sull’intera scena globale l’incubo della guerra.
Con il dovuto rispetto per la tecnica cinematografica e la sapienza artistica dell’Autore-regista, non è certo dell’omonimo film, “La grande bellezza” (2013), che occorre parlare.
In vero, si tratta di un mito antichissimo e notissimo e che, nella letteratura greca, rinvia alla figura di Efesto.
Personaggio questo che, secondo Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, incarna ancora in se stesso entrambe le figure della più antica tradizione, quella anteriore del dio-architetto e quella posteriore del dio-fabbro.
Brevemente, ricordiamo che Efesto – figlio di Zeus ed Era – nasce così brutto nelle fattezze, che i genitori provvedono a scagliarlo dall’Olimpo giù sulla terra, e più precisamente precipitandolo in una caverna sottomarina.
Al cui interno, confortato e assistito dalle acque, Efesto diviene il notissimo dio greco del fuoco e della tradizione. E cioè un novello Agni.
Efesto diventa il fabbro più capace in assoluto, tale da suscitare la gelosia degli dei, che finiscono per riportarlo a sé nell’Olimpo, grazie all’aiuto del nuovo dio in terra, il bellissimo Dioniso-Apollo.
Dal racconto, se ne ricava essenzialmente il mito, che sarebbe poi stato definito “idea” da Platone, che, nato brutto, il figlio è capace di cambiare il proprio destino in bello.
Mutatis mutandis, ciò che è destino accada anche al “Servo sofferente” di Isaia (52, 2-3), il nuovo “Agnus Dei”, eponimo e rappresentante al pari dell’Agni vedico senz’altro precedente e forse originario.
Il suddetto mito ha comunque notevolissime rappresentazioni, tra le quali anche quella della fiaba del brutto anatroccolo che diviene un bellissimo cigno. E tuttavia, la valenza di ogni mito è duplice, nel senso che ogni idea, l’una o l’altra, è sempre costretta a fare i conti e, in fine, a piegarsi alla realtà, in sé e per sé unitaria, unica, mai diversa da quella che effettivamente “è” (e non può non essere che sia).





