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IL REATO ABUSO D’UFFICIO VA ABOLITO

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di Gianvito Caldararo
 
Dopo l’Assemblea dell’ANCI del 22 novembre 2022 e il grido lanciato dai sindaci italiani in ordine al reato di abuso d’ufficio e di quello di traffico di influenze illecite, il dibattito politico si è sempre più animato da parte di quasi tutte le forze politiche. Siamo di fronte all’ennesimo intervento legislativo su tale reato.

Non sono bastati quelli del 1990, del 1997 e neppure quello attuato con il decreto legge n. 76 del 2020, convertito in legge n. 120/2020, con il quale si è cercato di eliminare ogni vaghezza, indeterminatezza e atipicità.
 
Con l’operazione di restyling del 2020 si è giunti a delineare in maniera più puntuale due condotte incriminabili. La prima è quella incentrata sulla “specifica violazione di legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuano margini di discrezionalità”. La seconda condotta è quella di “astenersi quando si è in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto”. Nonostante tale maggiore specificazione, i procedimenti penali per il reato di abuso d’ufficio, continuano ad essere numerosi. Nel 2021 a fronte di 5.418 procedimenti penali, ben 4.613, cioè 85%, sono stati archiviati. Un tasso medio superiore a quello degli altri reati penali, che si attesta, pur elevato, intorno al 62%. A fronte di tale elevato numero di archiviazioni, le condanne sono state 21 nel 2019 e 12 nel 2020.
 
Ma i sindaci dei comuni italiani, hanno anche sollevato il problema della sospensione dalla carica in presenza di condanna di primo grado. Una fattispecie in aperto contrasto con la norma costituzionale che discende dall’articolo 27: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Ma il dibattito politico è così acceso che si passa dall’abolizione del reato e fino ad una più dettagliata specificità del reato. E’ stato il sottosegretario di Stato alla giustizia, l’on. Delmastro di FdI, ad annunciare l’abolizione, nel mentre la presidente della Commissione giustizia, l’on. Giulia Bongiorno della Lega di Salvini, si dichiarava contraria alla sua abolizione.
 
Come al solito, è intervenuto il Governo con il ministro Nordio, il quale ha chiesto una pausa di riflessione, in attesa di una proposta organica della riforma della giustizia. Nell’attesa, l’on. Costa, di Azione, sottolinea il rischio di vedere ancora “i sindaci indagati, infangati e, solo dopo anni, assolti”, ma che nel frattempo subiscono un violento attacco mediatico, con il rischio di vedere distrutta la propria moralità e la serenità della propria famiglia.
 
Da parte di numerosi esponenti della Magistratura, vi è la contrarietà all’abolizione del reato di abuso d’ufficio, mettendo in evidenza che con la sua abolizione si rischia di incrementare gli altri reati contro la pubblica amministrazione. Così come con l’abolizione si creerebbe una situazione di totale anarchia dell’attività amministrativa, tenuto conto anche dell’assenza di controlli preventivi sugli atti dei sindaci e dei dirigenti degli enti locali.
 
Infatti, con la legge costituzionale n. 3 del 18/10/2001 e con l’abrogazione dell’articolo 130 della Costituzione è stata sancita l’abolizione espressa dei controlli di legittimità e di merito sugli atti degli Enti locali da parte dell’organo regionale di controllo. Con tale legge, i Comune e le Provincie non hanno più l’obbligo di inviare al Co.Re.Co (Comitato Regionale di Controllo) le delibere e gli atti amministrativi.
 
La soluzione più efficace, anche per evitare di avviare inutili procedimenti giudiziari, sarebbe quello di richiedere ai presunti responsabili, di fornire dettagliati chiarimenti in ordine ai fatti contenuti nelle denunzie. Il magistrato inquirente prima di inviare la comunicazione giudiziaria, con il conseguente processo mediatico, nonostante che trattasi di “avviso di garanzia”, potrebbe sottoporre ad interrogatorio l’interessato o richiedere una dettagliata relazione sui fatti oggetti della denunzia.
 
Con un tale “modus operandi” si eviterebbero procedimenti penali destinati ad essere archiviati, nonché le onerose spese giudiziarie che sono a carico dell’Ente, quando sia l’amministratore o il dirigente vengono assolti con formula ampia. Così come ripristinando i controlli del Co.Re.Co si eviterebbero anche i tanti procedimenti amministrativi in direzione dei TAR – Tribunali Amm.vi Regionali – e il Consiglio di Stato, che rallentano e paralizzano la realizzazione di ogni opera pubblica e dell’attività amministrativa.
 
Ora si attende la riforma annunciata dal ministro Carlo Nordio, con il rischio dell’immancabile azione del Partito dei Magistrati, con la lunga storia della deriva istituzionale. Un Partito quello dei magistrati, che Mauro Mellini, autorevole avvocato ed esponente del Partito Radicale, definiva: “il più potente e influente in campo perché opera in regime di irresponsabilità politica condizionando e legittimando o delegittimando quel che resta delle forze politiche vecchie e nuove”. E pare che al solo annuncio della riforma della giustizia da parte del ministro Nordio, tale partito ha iniziato a ricostituirsi con la chiamata alle armi dei vari soggetti.

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  • Redazione

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