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UNA BATTAGLIA PERSA E UN CINEMA IN CRISI

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di Carlo Di Stanislao

Non puoi essere noioso se vuoi essere incisivo.Non puoi essere ripetitivo se vuoi essere vitale”
Italo Nostromo
 
 “C’è stato un grandissimo cinema italiano che, per me, parte dalla Dolce Vita e termina con l’Ultimo Imperatore. Un periodo estremamente vivace e di grande frenesia imprenditoriale. Qualcosa davvero interessante che poi è sparita, non so come abbiate fatto a buttarla via”. Il regista britannico Peter Greenaway parla così del cinema italiano con i giornalisti a Torino, dove il  Museo del Cinema gli ha  consegneto il prestigioso riconoscimento  Stella della Mole.
“I grandi film partono dalle parole, mentre oggi un film molto noioso come Dune è un’illustrazione di parole. Il cinema oggi è diventato molto ripetitivo perché così porta profitti. Per me è obbligatorio reinventarlo” ha concluso. 
Parole simili sul cinema in generale e su quello italiano in particolare aveva pronunciato Tarantino qualche settimana prima.
 
La figura agli Oscar e l’esclusione per due anni di fila da  Cannes avrebbero dovuto suonare la sveglia al cinema italiano che invece continua con la sua ripetizione noiosa che parla di crisi della coppia o trasferisce indietro nel tempo i drammi del presente.
In realtà non sono i riconoscimenti a mancarci: abbiamo trascorso periodi ben peggiori di questo, senza che per anni e anni alcun Sorrentino vincesse l’Oscar o Rosi l’Orso d’Oro del Festival di Berlino. Senza cioè che gli autori, quei pochi ma ottimi registi e sceneggiatori che abbiamo, salvassero il nostro cinema dall’inconsistenza. Eppure la crisi, che poi è “soltanto” una crisi di idee più che di industria o sistema, c’è ed è pesante; per accorgersene non serve guardare da lontano, due o tre volte all’anno, alle passerelle delle più importanti rassegne del mondo: anzi, talvolta questo può essere addirittura fuorviante. Basta invece andare al cinema, magari quando l’ingresso costa solo due euro, alla sala sotto casa o al multisala più vicino.
 
In verità la crisi investe anche Hollywood che è  in crisi  dopo lo traordinario successo del Barbenheimer, vero e proprio fenomeno culturale creatosi in occasione della distribuzione simultanea dei due film Barbie e Oppenheimer nel luglio 2023 ed ora ha invertito la rotta ed è tornata ad affidarsi all’usato sicuro: il cinema e la tv infatti stanno seguendo un modello che si basa sullo sfruttamento degli sceneggiatori e che esclude le idee più originali.
Così il cinema come arte muore.
Scrive Pessoa che “la vita è già viaggio”, ma questo solo se sai inventare sogni nuovi.
 
Anche George Lucas, regista e creatore dell’universo di Star Wars, ha espresso la sua opinione sullo status attuale dell’industria cinematografica e, in particolar modo, sul futuro del cinema hollywoodiano: «Sarà la stessa cosa di adesso. Quello che succede adesso, e succede in streaming con probabilmente più funzionalità, ma in pratica, è la stessa cosa: nessuno sa più cosa fare. Le storie che raccontano sono semplicemente vecchie. ‘Facciamo un sequel, facciamo un’altra versione di questo film’. E non è solo nei film, ma in quasi tutto, non c’è quasi più nessuna idea originale». 
 
Ora veniamo a Campo di Battaglia l’ultimo film  di Gianni Amelio presentato a Venezia 81 e da poco nelle sale. 
Tra dilemmi morali e ospedali militari, un’opera che suggerisce molti interrogativi a cui non è semplice dare una risposta. Ma lo fa in modo lento, didascalico e noioso.
 
Niente trincee, trombe che annunciano la carica, fili spinati tagliati, passi del leopardo, assalti alla baionetta. Il lungometraggio ci mostra, senza compiacimenti ma pure senza censure gli effetti di una pallottola o di una granata su corpo di un essere umano. Non importa l’uniforme che si indossa, l’esercito di appartenenza, il grado o le medaglie sul petto. Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Le ferite, i traumi, gli squarci, le amputazioni sono identiche a ogni latitudine e longitudine. Perché più tagliente di rasoio, il cartello che compare sui titoli di coda ha il sapore di una sentenza. “Nella Prima guerra mondiale persero la vita tra militari e civili, più di 16 milioni di persone. I soldati italiani caduti furono oltre 650mila”.
 
Tutto molto profondo (anche la evidente relazione con il COVID) ma raccontato in modo pesante e spesso, nel cinena,  è il modo di  raccontare a fare la differenza.
E poi quanti film sullo stesso tema e in fondo con gli stessi interrogativi e sviluppi? 
Il film di Amerio emette un giudizio chiaro ma io ho sempre preferito i film che pongono domande e che non danno risposte.
La Sfida, il romanzo di Carlo Patriarca edito 2 anni fa da Neri Pozza da cui il film è tratto,  mi è sembrato molto più bello ed interessante. 
Anche Vermiglio che ha vinto il Leone D’Argento, magnificato dalla critica, scelto per rappresentarci agli Oscar (così i giurati capiranno ancora meno che nel caso di Io capitano), che cosa è se un un interludio fra L’albero degli zoccoli e Come eravamo?
Tre sorelle, Lucia, Ada e Flavia: non più bambine, non ancora donne, nell’ultimo anno del conflitto mondiale, un unico sparo segna la fine della loro innocenza.
Anche la guerra e la perdita della 
innocenza mentre nel vero presente infuriano guerre e l’innocenza non è più di casa.
Il 17 dicembre i membri dell’Academy (l’associazione che assegna gli Oscar) sceglieranno prima una lista di 15 film, da cui poi ricaveranno la lista delle cinque nomination finali. Questa lista verrà annunciata il 17 gennaio del 2025. La cerimonia degli Oscar si terrà invece il 2 marzo 2025.
State certi Vermiglio non ci sarà. 
La Delpiero è brava ma sulla scia della Comencini e della Archibugi, distante anni luce dalla Cavani e dalla Wertmuller e ci ricorda che il melodramma è pucciniano e non necessariamente femminile.
 
Così per vedere un cinema bello si deve  tornare al passato e cambiare nazione e millennio. 
Mi riferisco al grande cinema di Eric Rohmer tornato  nelle sale dal 30 settembre, con sei film sell serie Commedie e proverbi. 
 
Uno dei più grandi nomi del cinema francese, grande protagonista della Nouvelle Vague prima come critico e poi come regista, Éric Rohmer è stato un autore in senso pieno. Il suo era un cinema limpido, preciso, rigoroso formalmente, e profondo nell’analisi sentimentale, psicologia e filosofica (il suo filosofo di riferimento era Pascal) delle storie che raccontava sul grande schermo.
Esempio lampante e meraviglioso del suo stile è il ciclo da lui realizzato tra il 1981 e il 1987 e chiamato “Commedie e proverbi”, composto da sei film dedicati a proverbi e detti popolari che andavano però al tempo stesso a studiare la psicologia adolescenziale o femminile, evocando in tutto questo, con grazia e naturalezza, modelli letterari e filosofici.
In cinema di idee, un cinema che ancora fa pensare attorno al complesso mistero dell”eterno femminile. 
 

Autore

  • Redazione

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