
Ha ragione Marco Pugliese quando asserisce che la vicenda Sangiuliano, avvenuta alla viglia del G7 sulla Cultura a Pompei, è un attacco al Paese.
Solo chi ha la testa nel sacco, il paraocchi, o pensa di prenderci per i fondelli, può continuare a fingere che non si sia di fronte all’ennesimo tentativo, vecchio come il mondo, di utilizzare le umane debolezze per affondare politici, manager, responsabili, a vario titolo, di stati, imprese, organi di stampa.
Giorgia Meloni, anche se non piace a qualcuno che sperava in una lagna mediatica con allegata melassa moralistica, ha chiuso l’incidente accogliendo le dimissioni del ministro e nominandone un altro, senza rimpasti, rimpastini, crisette di governo atte a riempire i titoli dei giornaletti mainstreame e a far dire ad una sinistra da gossip che il governo di centro destra è lacerato, diviso, prossimo alle dimissioni per dar luogo ad una governo di centro sinistra o tecnico, ovviamente con Elly Schlein (o Gentiloni, in arrivo da Bruxelles) al posto della Meloni.
La sinistra con la testa nel gossip e la schiera dei giornalisti dell’inchiesta sotto le lenzuola avevano già tentato l’attacco con vicenda Giambruno, subito liquidata senza possibilità di equivoci.
Poi gli stessi hanno tentato di infilarsi nelle relazioni tra la sorella della Meloni e suo marito.
Ora, grazie alle debolezze di Sangiuliano, hanno provato di nuovo l’assalto.
Certo è che i soliti ignoti hanno saputo scegliere bene.
In primo luogo non si capisce come sia possibile che una collaboratrice stretta di un ministro non sia sottoposta dai Servizi ad una radiografia completa, anche per scoprire se è laureata, se non lo è, da che parte arriva, chi ha frequentato e frequenta, e via discorrendo.
Non si capisce come una collaboratrice di un ministro non sia tenuta sotto stretta sorveglianza e possa usare strumenti di registrazione e venire a conoscenza dei programmi del G7 senza che nessuno provveda.
Sangiuliano è stato un “pollo”? Probabilmente si. Non doveva fidarsi della prima che capita, doveva chiedere di capire chi era, doveva proteggersi.
Inoltre, non doveva andare a piangere in televisione, perché il volgarismo vernacolare napoletano chiagni e fotti (piangi e fotti), divenuto espressione proverbiale della comunicazione politica e giornalistica italiana, porta poi alle conclusioni che si sono viste.
Lasciamo Sangiuliano alle sue penitenze private.
Il G7 è salvo.
Speriamo che i Servizi e gli apparati dello Stato facciano il loro mestiere, cambiando i piani di sicurezza di chi arriva a Pompei. Non fosse così, sapremmo, questa volta, chi incolpare.
C’è chi si lamenta che il ministro subentrato al Sangiuliano è sempre uno di area Meloni. Cosa doveva fare la Meloni? Prendersi qualche questuante delle briciole di una sinistra servile?
Tolto di mezzo il pericolo che il G7 finisse in una sorta di gossip con pizza alla Mata Hari c’a pummarola ncoppa, rimane la tristezza di vedere la sinistra agitarsi tra accattoni, moralisti e ipocriti.
C’è davvero da rimpiangere il socialista Mitterand, al cui funerale erano presenti moglie, figli, l’amante di sempre e l’amatissima figlia da lei avuta e, perché no? anche il fedele cane.
Ripreso da Dagospia, Leonardo Martinelli per la Stampa, nel maggio 2015, scriveva: “Era il primo dicembre 1986. Quella sera al museo d’Orsay, nuovo polo culturale parigino, ricavato in un’ex stazione ferroviaria davanti alla Senna, arrivò il presidente François Mitterrand: una visita privata, prima dell’inaugurazione. E con lui Valéry Giscard d’Estaing, il suo predecessore, e il sindaco di Parigi, Jacques Chirac. Come guida si profilò un’elegante signora in bianco, con un ampio mantello rosso che le scendeva sui fianchi. Era la curatrice del nuovo museo, Anne Pingeot, esperta di sculture dell’Ottocento. Aveva ideato quel progetto con l’architetto Gae Aulenti. Le foto dell’epoca mostrano un Mitterrand giulivo, con quel sorriso machiavellico che sapeva fare lui”.

“Solo il giorno del suo funerale, più di nove anni dopo – aggiunge Martinelli – si capì il perché. La Pingeot apparve dietro al feretro con la figlia Mazarine: era la sua amante. O meglio, la sua seconda donna, quella segreta. Chirac e Giscard conoscevano da anni la storia”.

Danielle Mitterrand, la moglie, quella «vera»- ci ricorda Martinelli – intanto aveva una relazione con un professore di ginnastica, Jean Balenci.
Anne, la moglie «segreta» non lo tradirà mai, «neanche dopo la morte».
Alcuni mesi prima di morire Mitterand trascorse un periodo nel Sinai, a Santa Caterina, con la figlia «segreta» Mazarine.
Lei, Mazarine Pingeot, figlia adoratissima di Mitterand, scrittrice e professoressa di filosofia a Parigi, che all’amato padre ha dedicato libri di memorie, afferma: «Quando non c’era, era il presidente. Quando era a casa, era per me».
Ogni sera Mitterand andava a casa di Mazarine e di sua madre, Anne Pingeot: giocava con la figlia, era un papà «dolcissimo e amorevole». Durante il giorno però lui tornava il presidente e lei la figlia invisibile.
La sinistra del Bel Paese, che balla sui carri dei gay pride, che ama la famiglia qeer, quando, ormai priva di argomenti, tenta di far politica, si trasforma in una congerie di bacchettoni moralisti di quarta serie e si infila con il naso sotto le lenzuola.
E’ voyerismo? No, è Stasi (vedi il film ”Le vite degli altri”); è rigurgito di stalinismo ed è tartufismo di endemica origine del catto comunismo, a cui si adeguano in fila gli aspiranti camerieri.
Per questi addetti all’ostentazione ipocrita di eccessivo ed interessato pudore vale quanto diceva Virgilio a Dante: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.





