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LE CHIESE CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

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di Gianvito Caldararo

Dopo la presa di posizione della Chiesa cattolica, espressa con un documento del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), giunge anche la posizione contraria della Chiesa Evangelica Valdese. Ancor prima del documento della CEI, il cardinale Mattei Zuppi, aveva dichiarato che “l’Autonomia differenziata è un problema che riguarda tutto il Paese, e quindi la Chiesa italiana nel suo insieme”.

I vescovi italiani ribadiscono la loro contrarietà e preoccupazione verso l’autonomia differenziata con un documento “frutto di una valutazione e di uno studio attento”, con il quale sottolineano di come tale riforma – nota come riforma Calderoli –  “suscita preoccupazione per la tenuta del Paese, in particolare di quelle aree che ormai da tempo fanno i conti con la crisi economica e sociale, con lo spopolamento e con la carenza di servizi”. Lo stesso cardinale Zuppi sottolinea  come tale riforma rischia di creare grandi disparità regionali.

Al cardinale Zuppi, replica il governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, il quale si dice: “Io cattolico stupito e dispiaciuto per le critiche” e affida ai tecnici la replica nel merito della riforma. La Chiesa Evangelica Valdese, invece, ha pubblicato sul mensile free press “L’Eco delle valli valdesi” un dossier sul tanto discusso tema dell’Autonomia differenziata. Oltre a tale dossier, la Chiesa Valdese ha pubblicato una interessante intervista a Stefano Sicardi, professore emerito di Diritto Costituzionale dell’Università di Torino e Anziano della Chiesa cristiana evangelica di Mondovì.

Alla domanda: in cosa consiste il provvedimento del Governo che dà attuazione all’autonomia differenziata? Il prof. Sicardi, risponde testualmente come segue: “L’autonomia differenziata si fonda sulla legge di revisione costituzionale che nel 2001 ridisegnò la posizione delle Regioni, in un clima generale più favorevole di oggi all’ampliamento delle autonomie e come risposta a richieste più radicali di sapore secessionista. Rispetto al testo originario della Costituzione la revisione del 2001 stabilisce un elenco di materie di esclusiva competenza statale, un altro elenco di materie su cui lo Stato detta i principi e le Regioni il resto della disciplina e, a chiusura, l’affermazione per cui le materie non comprese in questi elenchi spettano alla Regione. Ma c’è di più : si prevede anche (art. 116-comma 3 – Cost.) che le Regioni ordinarie che lo vogliono possano incrementare le loro competenze legislative “di base”, da un minimo a un massimo, nelle materie regionali condivise con lo Stato e in alcune materie statali, tramite un iter che muove dalla richiesta della Regione interessata. Detto iter si snoda in trattative con gli organi statali e, se si giunge a un accordo, sfocia in una intesa, approvata con una particolare legge, tra la Regione richiedente e lo Stato.

Se questa strada viene percorsa (come appare ormai certo) avremo allora Regioni ordinarie regolate da quanto stabilito nella parte ” fissa” del titolo V e Regioni ordinarie che avranno il “un di più” (anche cospicuo, a seconda di quanto ognuna di esse richiederà) nella legge che approva l’intesa che le riguarda. Ecco quindi l’autonomia “differenziata”: alle Regioni che non hanno chiesto il “di più”, faranno riscontro quelle che lo hanno ottenuto, come da tempo certe Regioni del Nord. Ciò potrebbe peggiorare il distacco tra aree più ricche e più povere, facendoci trovare di fronte a un complesso di poteri territoriali disomogeneo e, come è stato detto, a un’amministrazione di tipo “Arlecchino”.

Le esigenze di efficiente coordinamento tra Stato e Regioni, che la pandemia mostrò inadeguate, potrebbero essere ancor più sacrificate”.  Alla seconda domanda: che cosa prevede, a questo punto, l’iter e quali sono le tempistiche prevedibili? Il prof. Sicardi, risponde:  “La legge n°86 del giugno 2024 si propone di specificare il procedimento per le Intese Stato-Regioni e i modi per definire i così detti LEP (Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, art. 117 -comma 2 -lettera m – Cost).

Qual è lo scopo dei LEP? Assicurare, in materie ritenute particolarmente importanti dalla riforma del 2001, che le prestazioni relative a tali diritti non possano in nessuna Regione scendere al di sotto una certa soglia. Le intese che tocchino materie che riguardano i LEP non potranno concludersi prima della loro definizione, cioè dopo 24 mesi, come stabilisce la riforma Calderoli. Si tratterà però di vedere se questa definizione dei LEP sarà soddisfacente o prevista al ribasso. Non tutte le materie richiedibili dalla Regione comportano la previa definizione della garanzia data dai LEP e quindi possono essere demandate da subito, pure in materie che destano, anche nella maggioranza che che ha approvato la legge Calderoli, comprensibili preoccupazioni per l’unità nazionale (ad esempio: i rapporti internazionali, il commercio con l’estero, le grandi infrastrutture ).

Il procedimento disegnato dalla legge Calderoli, fatto di tante tappe ma che può rivelarsi abbastanza scorrevole, privilegia i contatti tra il Presidente del Consiglio e il Governatore della Regione interessata (quasi una vera e propria anticipazione del premierato) a scapito del ruolo del Parlamento. E anche in relazione ai LEP il Parlamento gioca un ruolo non di primo piano. C’è dunque un rischio di avere una Italia a “diverse velocità” o sono previsti strumenti per contemperare la novità e far sì che ciò non accada?

L’illustre ed emerito prof. Sicardi, afferma: “Il rischio c’è, pur essendo previste nella legge alcune cautele, per le Regioni con minore capacità fiscale per abitante, cioè le più povere. E resta l’interrogativo di come si concilierà l’assegnazione a ogni Regione delle risorse per finanziarie integralmente le sue funzioni e l’assegnazione di risorse aggiuntive alle Regioni differenziate se tutto deve essere fatto senza oneri aggiuntivi di bilancio”. E alle Regioni a statuto speciale cosa succederà? La risposta del prof. Sicardi, è la seguente: “La legge Calderoli (art. 10) estende la sua applicazione alche alle Regioni speciali e alle Province autonome che non abbiano ancora adeguato i loro statuti dopo la revisione costituzionale del 2001.E intanto la Sardegna di recente ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale, temendo lesioni della sua autonomia costituzionalmente garantita”.

Durante un incontro pubblico del Sinodo Valdese – Unione delle Chiese metodiste e valdesi – dedicato al tema dell’autonomia differenziata, si è giunti a parlare di “un furto alla democrazia”. La sorpresa della serata è stata la dichiarazione della on. Rosy Bindi, la quale ha detto: “Se potessi tornare indietro confesso che probabilmente non esprimerei il voto di allora”.

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