
di Giuseppe Augieri
Riprendo il mio ragionamento e i miei commenti sulle posizioni espresse da Panetta al meeting di Comunione e Liberazione.
Anche sul debito pubblico le osservazioni di Panetta sono sacrosante. Se la spesa per interessi arriva a superare quella per l’istruzione, questo è un vulnus per il vivere civile prima ancora che un dato contabile. Inaccettabile sul piano politico. Ed ovviamente sul piano economico.
Inaccettabile, si. Ma bisogna capirsi bene.
L’Italia finge di risanare i conti pubblici da trenta anni. Ma non lo fa. Nel recente, dopo il default dei sub-prime e dopo il Covid, la spesa pubblica è esplosa, come in tutta Europa. Da noi con qualche aggiunta: non dimentichiamoci che il PNRR vale per l’Italia circa 140 miliardi di debito in più tra il 2023 ed il 2026, che si aggiungono ai 170 miliardi (90 al netto dei ricavi per tassazione) provenienti dal superbonus (con un possibile “scherzetto” che potrebbe fare Eurostat se i crediti incagliati aumentassero troppo). E’ giusto preoccuparsi, ma è inutile fare terrorismo sul prossimo traguardo dei 3.000 miliardi di debito. Si sa perfettamente che questa situazione è già segnata e viene da lontano.
Ma 2020/2024 a parte, negli anni precedenti i 18 (!!) esecutivi che si sono succeduti hanno fatto a gara a ignorare la crescita della spesa pubblica. L’austerità non c’è mai stata e la spesa primaria è cresciuta al ritmo medio annuo del 3,47% contro il 2,18% dell’inflazione. In termini reali, circa +1,30%. La stessa spesa primaria, quella al netto degli interessi sul debito, è passata da 386 a 1.073 miliardi, crescendo del 178% nel trentennio considerato. E’ salita dal 44,7% al 51,5% del Pil. Se fosse cresciuta in linea con l’inflazione, sarebbe stata intorno agli 816 miliardi nel 2023. Facendo i conti della serva, allo stato italiano sarebbero avanzati 315 miliardi.
Chiedo scusa per i tanti numeri: ma sono un modo chiaro per separare i fatti dalle opinioni.
Certo, la maggiore spesa ha incentivato il PIL: senza quella spesa sarebbe stato inferiore. Ma, attenti, i numeri dimostrano che il problema non sta nella dimensione abnorme del deficit ogni anno accumulato, bensì nella circostanza che abbiamo gonfiato la spesa senza per questo essere riusciti a sostenere, in proporzione, la crescita del Pil. Il problema non è la quantità di spesa pubblica, ma la sua qualità. Ritorna il concetto di debito buono di Draghi: di dati numerici, quelli che non sono opinione, ve ne sono a iosa.
Se allora dobbiamo mettere mano – e dobbiamo farlo – alle preoccupazioni espresse da Panetta, bisognerà contrastare interventi a pioggia ed imporre interventi strutturali, che abbiano effetti più che positivi sul PIL. Passare dalla discussione di quanto spendere – comunque tenendo presente i vincoli europei – al come spendere.
Questo è compito del Governo e non gli si può lasciar passare nulla “gratis”. Va incalzato sempre. Ma non si può pensare di proporre, anziché quelle previste dal Governo, altre elargizioni che sono nella stessa logica anche se con target diversi. Bisogna smettere di contestare che non c’è una politica economica, – prassi che, tra l’altro, disconosce risultati positivi dovuti a scelte precedenti – o sostenere che questa carenza sia una novità. Bisogna concentrarsi sul contrastare gli errori della politica che viene proposta: un’autocritica non di maniera aiuterebbe di molto.
Esempi? Quanti ne vogliamo. Il problema della corretta allocazione delle risorse, se affrontato correttamente e con competenza, spesso non mette in discussione l’obiettivo che si vuole raggiungere: ma esso lo si raggiunge con manovre e indirizzi che sono efficienti oltre che essere efficaci. In altre parole con maggiori vantaggi. Perché non farlo? Certo, è processo molto complesso: ma perché non confrontarsi senza bende sugli occhi? I risultati verrebbero, senza alcun dubbio.
Anche qui, sono possibili esempi ed anche eclatanti. Vogliamo fare una chiacchierata sul superbonus 110%?





