
di Nino Orlandi
Giustamente la magistratura non incriminò per concorso in omicidio (o magari in strage: 2.500 civili morti, di cui 89 bambini) Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, Sergio Mattarella allora vice presidente, e Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Repubblica e capo supremo delle Firze Armate, per aver fatto partecipare l’Italia alla guerra contro la Serbia dal marzo al giugno 1999, bombardando Belgrado per 78 giorni, senza aver chiesto l’autorizzazione, né tanto meno ottenuto il voto del Parlamento.
Si trattava infatti di un atto di governo, del quale il governo risponde al Parlamento, non certo a un giudice.
Ovviamente questa regola, per quella minoritaria parte della magistratura schierata in servizio permanente effettivo a fianco del PCI-PDS-DS-PD, non si applica se il ministro fa parte dello schieramento opposto, com’è nel caso di Salvini, rinviato a giudizio davanti a un giudice per un atto di governo che peraltro non causò né omicidi, né stragi.
Né questa regola si applica ad Arianna Meloni, che taluno pensa di poter incriminare per aver svolto la sua attività come esponente di un partito, dimenticando che i partiti e il loro ruolo sono espressamente previsti dalla Costituzione.
Ma quelli contano sul fatto che gli Italiani hanno una scarsa memoria. Per questo ogni tanto è bene rinfrescarla. Non se ne può più.
E sulla riforma della magistratura anche questo governo, che pure aveva fatto precise promesse, continua a balbettare e a perdere tempo.





