
di Giorgio Cattaneo
Poteva morire sul colpo: questione di millimetri. L’altra notizia: il panico degli avversari, di fronte alla possibilità di dover fronteggiare un quasi-martire, improvvisamente nobilitato dal tentato omicidio dopo il lungo assedio giudiziario e le martellanti campagne di diffamazione. Quindi la contromossa: fingere di scoprire nell’anonima Kamala Harris, fino a ieri considerata una mezza calzetta, una specie di fenomenale salvatrice della nazione. La donna del destino, benedetta dalle divinità americane (in primis Obama, il finto redentore che ha salvato Wall Street e seminato guerra ordinando uccisioni mirate in ogni angolo del pianeta).
Inquietante anomalia, archiviata con sinistra noncuranza: la fretta di far dimenticare a tutti i costi il vile attentato di Butler, dopo aver fatto bere al pubblico più ingenuo la solita storiella del killer solitario e psicopatico, agevolato dalla sicurezza-colabrodo. Episodio su cui evidentemente non vale la pena di indagare seriamente, anche se quelle fucilate potevano costare la vita all’ex presidente degli Stati Uniti d’America, ferito all’orecchio. In quell’imbarazzante cimitero, la salma di Donald Trump avrebbe tenuto compagnia a quelle di Lincoln e Garfield, McKinley, John Kennedy. Senza contare i presidenti feriti, da Reagan a Theodore Roosevelt.
Solo un cieco potrebbe non vedere che la posta in gioco, chiaramente, non si limita alla conquista della Casa Bianca: quello semmai è un passaggio ineludibile per poi affrontare il bivio decisivo. Ovvero: continuare a recitare un copione reso tragicomico dal lessico tuttora in uso, vicinissimo alla neolingua orwelliana (dove il vero è falso e la menzogna è pura verità), oppure trovare il coraggio di cambiare paradigma. Coraggio che rasenta il sovrumano, visto che l’operazione si annuncia pericolosissima: tagliare le unghie ai padroni del pianeta, i signori del denaro a cui rispondono i burattini sistemati nei vari governi.
È talmente impervia, la meta, che difficilmente verrà evocata in modo esplicito: si preferirà continuare a parlare di Putin e del Donbass, della Cina e di Taiwan, dell’Iran, di Netanyahu, della Nato, della ridicola e atroce Unione Europea. Sul fronte opposto, la partitura narrativa del candidato Trump propone nomi altisonanti (Kennedy, Musk), a conferma della magnitudine politica del momento. Nella campagna elettorale statunitense, quindi, irrompono veri e propri pesi massimi dell’immaginario collettivo: la storia democratica più nobile e il futuro più mirabolante, proiettato oltre il perimetro terrestre.
Gli scettici diffidano dello show: illusionismo politico altamente spettacolare, ma pur sempre telecomandato. A valle, resta in ottima salute il coro degli hoolingan: sempre felici di poter semplicemente demonizzare la controparte. Poi ci sono gli osservatori non religiosi, agnostici: sentono che qualcosa di enorme potrebbe accadere, proprio in risposta all’abnorme dismisura dell’abuso corrente, spacciato per normalità eppure sempre più spettrale e pericolante, tra una guerra e l’altra, in fondo all’oceano di frottole sanguinose di cui sono lastricate le cronache e, in generale, le parole del mondo. Un mondo velenoso e infine avvelenato, che sembra in preda al delirio.
Chi ha gettato la spugna pensa che la stessa politica sia acqua passata: il sogno tradito della democrazia, la giustizia eternamente incompiuta, l’ipocrisia di una sovranità solo apparente e di una pace disonesta, di facciata, ormai in crisi pure quella. Nessuno muove un dito, intanto: è stato sapientemente disattivato, nei decenni, qualsiasi strumento classico di partecipazione attiva. Si assiste, da spettatori, alle imprese demiurgiche dei reggenti: finora mai condotte, nemmeno per sbaglio, a beneficio dei molti. Ma non si può fare a meno di notare che, stavolta, qualcosa è cambiato, se è vero che il paradigma dominante, a quanto pare, sta davvero lottando per sopravvivere, pronto a ricorrere ai peggiori colpi bassi.
Da mezzo secolo, in Occidente, qualcuno persegue un obiettivo funesto: l’impoverimento degli abitanti, la loro crescente precarietà. Insicurezza fa rima con infelicità: condizione ora aggravata dall’angoscia, diffusa con gli strumenti più classici (la paura della morte, i timori per la propria salute, l’ombra dei terrorismi, lo spettro della guerra che si avvicina). Vortici progressivi di diffidenza, odio e rancore: l’ideale, per dividere e quindi indebolire il gregge. Nella sua riflessione sulla “istituzione dell’ostilità”, Francesco Saba Sardi – reduce dal lager nazista – scrive che il banco smetterà di vincere solo quando ognuno di noi cesserà di considerare qualcuno come un nemico.
I sognatori “acquariani” se lo immaginano proprio così, il paradigma prossimo venturo: senza più violenza. Una visione di cui si è appropriata la sottocultura new age, annacquando l’ottimo vino originario. Poi resta la storia, che testimonia l’umana inclinazione: l’inerzia generale, che facilita il compito ai peggiori. Anche l’ultimo scorcio del Novecento racconta che le grandi conquiste costano lacrime e sangue. Persecuzioni, omicidi. I Kennedy, Martin Luther King. Nelson Mandela ai lavori forzati per un’intera vita. E gli altri, che non sono sopravvissuti: Mattei, Moro, lo svedese Olof Palme, gli africani Lumumba e Sankara, l’israeliano Rabin.
Il senso di smarrimento aumenta con la crescente consapevolezza della labilità delle conoscenze acquisite, in ogni ambito, dalla storiografia alla fisica. L’idea è quella di essere giunti a un punto morto, di fronte al quale le spiegazioni di ieri non bastano più. Con disinvoltura più che sospetta, vengono fatte circolare prove della presenza aerospaziale di entità indefinite, che qualcuno ipotizza possano coincidere con i tanti dèi dell’antichità. Forse, la fine di ogni epoca esige sempre un collasso cognitivo su scala planetaria. E non è mai chiaro, fin dall’inizio, dove si arriverà. Unica certezza: il ruolo fondamentale di miliardi di individui. Il loro consenso attivo o passivo, il loro silenzio-assenso. O, al contrario, la loro volontà di immaginare un mondo nuovo, finalmente libero.





