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IL CASO MORO, DAGLI ATTI DELLA COMMISSIONE FIORONI – PARTE V

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di Vito Sibilio

Il Caso Moro negli Atti della Commissione Fioroni: il Secondo Ostaggio in Via Fracchia a Genova

Il 28 marzo 1989 Carlo Alberto Dalla Chiesa, con l’aiuto decisivo di Patrizio Peci oramai collaboratore di giustizia, avviò una maxioperazione antiterrorismo che doveva svolgersi a Torino e a Genova in stretta concomitanza. Nella capitale subalpina doveva essere sgominata la colonna locale delle BR; nel capoluogo ligure bisognava invece espugnare un insospettabile e munitissimo covo, presidiato dalla più impenetrabile, sanguinaria e agguerrita formazione brigatista, appunto quella genovese, fino a quel momento imbattuta. Ai suoi vertici vi erano Micaletto e Riccardo Dura, il killer di Guido Rossa. Per Dalla Chiesa il covo genovese, sito in Via Fracchia, era un obiettivo ancora più importante della distruzione della colonna torinese, perché, in quanto archivio generale delle BR, vi era custodita una ricca documentazione su Moro, fatta di lettere inedite e di parti del Memoriale, probabilmente di quelle che sarebbero riapparse solo nel 1990. Se la colonna torinese fosse stata attaccata prima della presa del covo di Via Fracchia, le BR l’avrebbero di sicuro evacuato. Fu così che alle 2,30 ca. del mattino i carabinieri assaltarono l’appartamento, i cui orologi si fermarono alle 2, 42. Quattro brigatisti, tra cui Dura, morirono e un carabiniere fu ferito. Una voce anonima femminile, assai commossa, avvisò poco dopo un giornalista locale dell’accaduto. Tra quell’ora e le 4 del mattino, quando ufficialmente l’operazione iniziò, gli uomini di Dalla Chiesa scandagliarono minuziosamente l’appartamento. Il primo verbale fu steso alle 6,55. I carabinieri dissodarono anche il giardino del palazzo e tirarono fuori importanti reperti. Il procuratore di Genova, Antonio Squadrito, annunziò trionfalmente il rinvenimento di trenta cartelle scritte da Moro. Di esse però poi non si fece più menzione nell’inchiesta, per cui né il sostituto procuratore Luciano Di Noto, uomo vicino ai servizi segreti, né il pubblico ministero Filippo Maffio, che non aveva avuto la responsabilità della supervisione dei documenti, ne parlarono più. In realtà quelle carte c’erano, sia perché la dinamica dell’irruzione a Via Fracchia è uguale a quella di Via Montenevoso, sia perché, come dicevo, Valerio Morucci nel 1990 ha dichiarato di ritenere impossibile che gli originali del Memoriale di Moro siano stati distrutti e che secondo lui essi erano nelle mani di Moretti e di Micaletto, ossia della colonna genovese. Tuttavia, il fatto che tali carte fossero a Genova significa che erano nella disponibilità della Gladio Rossa e dell’STB, dato il ruolo svolto dai Cecoslovacchi nella fondazione delle BR proprio in quella città, della cui colonna avevano sempre mantenuto un forte controllo. Non a caso Riccardo Dura, a dispetto delle indicazioni del Comitato Esecutivo delle BR, e d’intesa con Mario Moretti, aveva ucciso e non solo gambizzato Guido Rossa, che, peraltro, aveva attirato l’attenzione di Alexander Alexevitch Soldatov sin dal 1971 per ragioni ad oggi ignote e ne aveva parlato con Licio Gelli. E non a caso le copie del Memoriale conservate in Via Fracchia, esattamente come quelle di Via Montenevoso e ancor più di esse, non erano assolutamente in procinto di essere diffuse. Infatti le BR, pur nemiche del Compromesso Storico, non diffusero i segreti di Moro né durante il suo sequestro, come avevano minacciato di fare, né nella seconda metà del 1978, quando avrebbero potuto colpire Andreotti. A maggior ragione nel 1980, finito il Compromesso Storico, esse non avrebbero avuto alcun interesse a svelarli. Avendo ragionato come un servizio segreto sin da quando il Memoriale aveva un valore come arma di pressione, continuarono a farlo dopo che tale valore si era esaurito, conservandolo per il futuro. Naturalmente questo suppone che la Colonna genovese si muovesse secondo logiche che non avevano nulla a che spartire con quelle del terrorismo propriamente detto. In conseguenza di ciò dobbiamo credere che Dalla Chiesa volesse essere sicuro che a Milano fosse stato ritrovato l’intero testo moroteo, comprese le parti rimaste segrete, e che in Italia non vi fosse nessuno in possesso di quelle carte. Gli originali, infatti, a quella data, erano al sicuro a Praga, presso l’unico servizio segreto col quale le BR genovesi avevano rapporti documentati. Forse da lì una copia transitò a Berlino Est, nell’Archivio Moro ora disperso, e ancora più oltre poté arrivare a Mosca, dove nessuno ad oggi l’ha cercato. La morte di tutti i terroristi nell’assalto della Benemerita eliminò, opportunamente, tutti i testimoni di quegli ingombranti documenti, con grande sollievo di molti non solo in Italia ma anche nei Paesi dell’Est. In verità, la soffiata sull’importanza del covo di Via Fracchia – anche se non sulle sue carte – fatta da Patrizio Peci non fu la sola informazione importante che il pentito diede a Della Chiesa, ma una delle tante di tale valore da esigere che le pur forti ombre di sospetto sulla presenza di Peci stesso a Via Fani fossero cancellate da ogni processo, nonostante alcune sue imbarazzanti ammissioni. Ammissioni che nemmeno i suoi ex compagni di lotta, come Morucci, nella loro ricostruzione parziale della verità, vollero confermare. A dimostrazione del fatto che la collaborazione di Peci era diventata ad un certo punto utile non solo allo Stato, ma anche a coloro che, da oltre cortina, dopo averle protette ed usate, ora miravano al drastico ridimensionamento delle BR, con l’aiuto più o meno spontaneo di alcuni loro importanti esponenti, oramai nelle mani dello Stato italiano. Non a caso il nome di Peci era nelle liste dei terroristi che la STASI aveva schedato. Uomini del genere avrebbero potuto essere capaci di doppi e tripli giochi, rispondendo sempre in ultima analisi a Berlino Est. Infatti alcuni sostennero che Peci sia stato un infiltrato di Dalla Chiesa nelle BR da quando il Sequestro Moro era in atto. Ma se questo fu vero – e per me non è molto convincente-  di certo non passò inosservato all’STB, all’HVA e al KGB, né avvenne senza il loro consenso.

[1] Per la ricostruzione dell’Attentato a Giovanni Paolo II cfr. Sibilio, L’attentato a Giovanni Paolo II e la Guerra Fredda.

[2] Andreotti, Diari 1976-1979,  p. 232.

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