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ADAM SMITH E’ ANCORA VIVO IN CINA – PARTE I

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di Paolo Raffone

Adam Smith è ancora vivo in Cina  (Parte prima)

Un dialogo di Paola Bergamo con Paolo Raffone

Cominciamo dal pensiero di Napoleone: “Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”…

PAOLA BERGAMOPaolo Raffone

Mao più Smith più casa

Effettivamente si tratta di una percezione diffusa in Europa, ancora oggi. Tuttavia non riflette la realtà, ma una percezione, appunto, tipica dell’”orientalismo” europeo. Più che di “risveglio” della Cina si deve cercare di capire, secondo me, il lungo processo riformatore della Cina, un processo iniziato qualche decennio prima della “profezia” di Napoleone e mai interrottosi fino ad oggi. Inoltre, potrà sorprendere scoprire che la Cina era un paese capitalistico già nel XVIII secolo e che la sua rivoluzione industriale seguiva paradigmi diversi da quelli europei. Insomma, ci sono diverse concezioni ed esperienze di capitalismo su questo nostro pianeta. Nella lunga storia del capitalismo, diciamo dal XV secolo, la Cina non ha avuto bisogno di “copiare” dagli europei, che peraltro considerava industrialmente arretrati, ma fu il Giappone che sin dagli inizi ha sviluppato la tecnica del “reverse engineering”. Per averne conferma, basta visitare il Museo d’Arte Antica – l’Armeria – al Castello sforzesco di Milano. La polvere da sparo fu derivata dagli europei che nel XIV secolo importarono la “polvere nera” dalla Cina, dove si utilizzava per i fuochi d’artificio. Nacquero le armi da fuoco europee, l’archibugio, che nel XVI secolo arrivò in Giappone: “Un giorno, una giunca cinese diretta ad Okinawa è costretta ad ormeggiare a Tanegashima, all’estremità settentrionale dell’arcipelago delle Ryukyu, per sfuggire ad una violenta tempesta. A bordo dell’imbarcazione vi è una compagnia di avventurieri portoghesi e tra il loro equipaggiamento fanno bella mostra di sé anche alcuni archibugi. Il signore dell’isola, Tanegashima Tokitaka, intuisce immediatamente le potenzialità di queste nuove armi e, non si sa se con le buone o con le cattive, riesce ad ottenerne alcuni esemplari che invia immediatamente al suo miglior fabbro, con l’intenzione di replicarle per equipaggiare il proprio esercito”[1]. Il “reverse engineering” giapponese ha avuto inizio allora e negli anni ’80 del Novecento fu causa di notevoli tensioni commerciali con l’Occidente.

Dunque, adesso andiamo in Cina.

La celebre profezia, pronunciata da Napoleone nel 1816 e poi ripresa da Lenin poco prima di morire, riflette una visione tipica dell’eurocentrismo che a Parigi e Londra, ma anche a Berlino e Mosca, è divenuta conosciuta come “orientalismo”. Come ha scritto Edward Said nella sua magnifica opera ‘Orientalismo” (1978) quel pensiero si basava sulla falsificazione della storia che – contraddicendo, o ignorando, il grande contributo di Adam Smith “La ricchezza delle nazioni” (1776) – sviluppò un “concetto critico” per definire “l’Occidente” attraverso “una visione sprezzante che descriveva l’Est, cioè l’Oriente, come arretrato e/o da civilizzare e modernizzare”. Quell’insieme chiamato “l’Oriente” includeva indistintamente le società dell’Asia, del Nord Africa e del Medio Oriente. Una visione, l’Orientalismo, servile verso il potere che l’aveva generata e tipica espressione di una cultura imperialistica (e coloniale). L’Orientalismo volutamente ignorava che l’Europa era arrivata in ritardo nello sviluppo della ricchezza delle nazioni. Infatti, Smith scriveva nel 1776 che “la Cina è un paese molto più ricco di qualsiasi altro in Europa” (per Smith la “ricchezza” era accumulazione di capitale da parte dello Stato-nazione). La rivoluzione industriale europea che seguì – cioè la grande efficienza del mercato dei prodotti e dei fattori di produzione – ha propulso l’Europa a sviluppare una supremazia mondiale che i britannici imposero proprio alla Cina con le guerre dell’Oppio (1839-1860). E’ probabile che Napoleone, pur sempre appartenente ad una minoranza periferica rispetto al “centro”, avesse una visione più realista, in qualche modo più aderente al pensiero di Smith, per cui pronunciò quelle parole.

Lenin, riallacciandosi all’analisi di Marx sul “conflitto degli estremi” capitalistici (1853), memore che la guerra contro l’oppressore russo aveva permesso al Giappone uno sviluppo nazionale indipendente (1905) e che questa indipendenza politica ne aveva permesso lo sviluppo capitalistico, più che una profezia aveva tracciato un’analisi coerente dell’Oriente (Giappone, Cina e India). In più scritti, tra il 1908 e il 1923, Lenin individuava in Asia una delle forze motrici della rivoluzione internazionale. Questa sua convinzione si basava sulla considerazione che il capitalismo asiatico avrebbe spinto le classi subalterne alla ribellione (lotta di classe). Tuttavia, benché promotore della rivoluzione internazionale, Lenin restava figlio della cultura imperiale russo-europea e di un certo orientalismo che gli impedì di vedere “l’autonomia culturale asiatica” nella quale si sarebbero sviluppate ribellioni ma non necessariamente internazionaliste (nel senso bolscevico). Fenomeno rivoluzionario che non è avvenuto in Giappone e in India ma solo in Cina con Mao che, convertitosi al marxismo, esportò un particolare tipo di rivoluzione, quella maoista che, a dispetto delle aspettative di Lenin, ha avuto un impatto culturale ben maggiore nelle gioventù europee e americane che si ribellavano all’imperialismo (si pensi all’impatto culturale del maoismo in Indocina, in Africa e nei movimenti studenteschi del ’68).

Dopo il 1905, il Giappone, come sappiamo, raggiunse presto una maturità capitalistica – quantitativa (concentrazione capitalistica, eccedenza di capitali, esportazione di capitali) e qualitativa (capitalismo monopolistico, imperialismo) – che caratterizzò la sua tendenza militare talmente pronunciata da essere sconfitto solo nel ’45 con l’uso delle bombe nucleari americane.

In Cina, “influenze europee” e “giapponesi” avevano portato a superare il “movimento rivoluzionario anti medievale cinese” adottando gli stessi principi del “populismo russo” (emancipazione delle masse contadine, fine dell’autocrazia zarista, e creazione di una società socialista). Lenin definì “reazionario” il populismo russo che, come quello cinese, era attratto nella corrente della civiltà mondiale capitalistica.

In seguito al fallimento del riformismo e dell’universalismo ispirati dai “testi moderni”, la società cinese era radicalizzata in chiave risolutamente rivoluzionaria e nazionalistica. Pur in declinazioni diverse, la società cinese, nel suo insieme, vedeva come unica via d’uscita per la Cina di “disfarsi dei valori culturali fondati sulla sacralità di Confucio e dei Classici, facendola finita con l’ordine cosmologico-politico tradizionale”. Su queste basi nacque nel 1911 la Repubblica di Cina. Un processo di “risveglio” nazionale, antesignano del contemporaneo movimento woke americano, che oggi continua nel risorgimento (“ringiovanimento”) voluto da Xi.

Sulla “rivoluzione democratica” del 1912, il presidente della Repubblica di Cina Sun Yat-sen (fondatore del partito nazionalista Guomindang) scrisse: “La Cina è alla vigilia di un gigantesco sviluppo industriale” (cioè capitalistico); “in Cina il commercio” (cioè il capitalismo) “raggiungerà proporzioni enormi, fra cinquant’anni vi saranno da noi molte Shanghai, e cioè molti centri di ricchezza capitalistica e di indigenza e miseria proletaria, con milioni di abitanti”. Lenin notò l’ironia della storia del populismo cinese che “in nome della lotta contro il capitalismo” nazionalizzò le terre ma applicò “all’agricoltura un programma agrario la cui piena attuazione importerebbe il più rapido sviluppo del capitalismo nell’agricoltura”.

Nella guerra civile cinese, all’interno di uno stesso quadro di populismo cinese capitalistico, soprattutto dopo la miserevole sconfitta della ribellione dei Boxer (1899) – ultimo tentativo di riscossa tradizionalista e antioccidentale sostenuta dalla vedova Ci Xi della dinastia Manciù – si contrapponevano le forze del sud (proletariato urbano delle coste) che saranno guidate dal nazionalista ultra reazionario Chiang Kai‐shek – ispiratosi alla precedente rivolta di Taiping “in nome del culto del Dio dall’alto”, un settarismo sincretico di derivazione cristiana e buddista compatibile con il pensiero occidentale – e quelle del centro (masse di contadini spossessati) che saranno guidate da Mao Tse-tung, convertitosi al marxismo ma erede culturale di Wang Fuzhi, simbolo della resistenza al dispotismo Manciù e iniziatore della prima esperienza su larga scala di organizzazione sociale su base riformista. Paradossalmente la rivoluzione nazionalista di Chiang Kai‐shek aveva elementi più simili a quella bolscevica (proletariato urbano guidato dalle élite per l’assalto ai palazzi del potere) mentre Mao Tse-tung conservò solo il concetto leninista di “avanguardia” rivoluzionaria ma, cosciente che non c’era più alcun “Palazzo d’Inverno” da assaltare, teorizzò una rivoluzione sistemica (circolare) tra avanguardie e masse sintetizzata nel concetto “dalle masse per le masse” (concetto democratico mutuato dalla tradizione cinese). I contadini armati e organizzati da Mao – concetto alla base dell’attuale esercito cinese (PLA) – avevano motivazione e necessità di cambiare strutturalmente il sistema cinese (riforma agraria, che invece Chiang Kai‐shek ignorava) attraverso riforme progressive, inclusive e continue che nel 1949 portarono alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

L’adesione di Mao Tse-tung all’ideologia marxista culminò nella presa del potere da parte dei comunisti (1949) e con la fuga dei sostenitori del Guomindang a Taiwan, Hong Kong, Tokio, e Stati Uniti. Tuttavia, la presa del potere dei comunisti di Mao si configura, scrive Anne Cheng nel suo “Storia del pensiero cinese”, come “la decisione di mutuare, tale e quale, tutto un sistema dall’Occidente”. Programma che fu seguito da Mao Tse-tung fino alla rivoluzione culturale (1966-1976) che mise in atto il progetto di fare “tabula rasa” con la tradizione. Una “teoria della cancellazione” antesignana del contemporaneo cancel culture americano. Le ferite di quel periodo sono tuttora presenti in Cina.

La così detta “sinizzazione” del marxismo di Mao – idea rifiutata dai neo-confuciani cinesi rifugiatisi a Hong Kong, Taiwan e negli Stati Uniti – sarebbe una “particolarità” tipica della rivoluzione “socialista” cinese, un tentativo di sintesi tra rivoluzione e nazionalismo (da cui, negli anni ‘80 è derivato il concetto “un paese, due sistemi”, progressivamente abbandonato dopo il 2016). Lenin aveva già identificato come “opportunismo” le presunte “condizioni particolari” o “particolarità nazionali” che mascherano le tendenze riformiste, la collaborazione di classe, il contrabbando del capitalismo di Stato con l’etichetta socialista. Una “particolarità” che con la “via cinese al socialismo” di Deng Xiaoping (1978) è divenuta definitivamente esplicita, e che dal 2013, sotto la guida del presidente Xi Jinping, grazie ai vantaggi economici acquisiti dopo l’ammissione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (2001) – il surplus commerciale – ha assunto le caratteristiche di quell’imperialismo – “capitale divenuto internazionale e monopolistico” – che fu già della Francia, dell’Inghilterra, della Germania e della Russia. Trionfo del capitalismo asiatico, ma resta aperto il dilemma di che fare della tradizione cinese, visto che se modernizzazione significa occidentalizzazione ciò si tradurrebbe in un’alienazione reale e nella perdita dell’identità culturale cinese. Di questo diremo più avanti.

In termini smithiani, la “via cinese al socialismo” ha portato alla divergenza, al disequilibrio globale tra la carenza di forza lavoro e l’eccesso di capitale. In altre parole, in poco più di trent’anni la Cina ha sia potuto fornire una vasta forza lavoro sia accumulare un importante surplus di capitale, particolarmente in varie denominazioni finanziarie del dollaro americano (T-Bonds e azioni) e in lingotti d’oro. Attraverso il surplus generato dalla politica commerciale – resosi possibile grazie alle difficoltà strutturali del capitalismo occidentale – la Cina ha potuto assicurarsi contratti pluriennali di fornitura di gran quantità di materie prime e dopo la guerra russa in Ucraina (2022) di una quota significativa di energia russa a basso costo. Vantaggi comparativi eccezionali. Non si può negare – lo riconosce anche la Banca Mondiale – che nello stesso tempo la leadership della via cinese al socialismo ha saputo “estrarre dalla povertà” circa 800 milioni di persone e che, oltre a qualche centinaio di multi-miliardari, circa 300 milioni di cinesi sono oggi benestanti o “classe media”. Un indubbio successo economico e sociale del capitalismo di Stato e della “via cinese al socialismo”, realizzato in una trentina d’anni. Nello stesso periodo di tempo, invece, la classe media americana ed europea, grazie alle teorie neoliberiste, si è impoverita, ha perso potere d’acquisto e servizi di welfare, mentre la ricchezza si è concentrata in modo spropositato in un manipolo di individui.

Oggi, anche il neoliberalismo – quel movimento capitalistico occidentale nato negli ’20 con l’ambizione di creare un nuovo ordine mondiale fondato sulle regole – è in crisi. Il fallimento delle istituzioni mondiali sovranazionali create dal neoliberalismo (FMI, ONU, OMC) si è realizzato nel momento del suo massimo successo, dopo il 1989. Come scrive David Singh Grewal nel numero 4/2023 di Limes, l’ideale neoliberale iniziale è stato fagocitato dal neoliberismo – la dottrina estrema del libero mercato che ha generato la globalizzazione degli anni Novanta – per cui “un mondo pacifico e organizzato attraverso un sistema globalizzato sembra sempre più assurdo e pericoloso”. All’ideale neoliberale di superamento degli Stati (e dei nazionalismi) in un sistema mondiale di cooperazione economica, oggi si contrappone il ritorno in forza degli Stati e di nuovi imperialismi. Punto di svolta è stata la fallimentare irruzione americana in Iraq (2003). Dopo di allora, alla concorrenza del mercato si sta sostituendo la forza dei cannoni.  

Oggi, l’imperialismo cinese si scontra con quello degli Stati Uniti (gli imperialismi europei si suicidarono nel ’14). Sul piano commerciale globale le due potenze imperialistiche si equivalgono, con un vantaggio attuale cinese che sarà decrescente per ragioni demografiche. Quindi, la contesa si è spostata sull’innovazione tecnologica, con gli Stati Uniti che hanno imposto sanzioni decise unilateralmente in base a presunte violazioni cinesi del sistema (americano) di regole (international rule of law). E’ indubbio che finora, ma non lo sarà per sempre, la “potenza della sovranità normativa” americana (e al seguito europea) è più efficace ed effettiva rispetto a quella cinese.

Seppur con narrazioni e sintattiche diverse, all’apparenza opposte, la Cina e gli Stati Uniti praticano entrambe “l’esportazione di capitale e la divisione del mondo tra potenze “progredite” e “civilizzate” da una parte e coloniali dall’altra”. Tuttavia, va subito segnalata una differenza fondamentale: secondo il Washington Consensus gli americani esportano unilateralmente un unico modello finanziario che centralizza verticalmente i profitti sull’asse Sud-Nord generando la subordinazione economica e politica; secondo il Beijing Consensus si sviluppa una direzione differente – la versione economica e sociale di Bandung – che predilige la “localizzazione” (adattamento alle diversità e bisogni di ciascun territorio) e il “multilateralismo” (riconoscimento dell’importanza della cooperazione interstatale nella costruzione di un nuovo ordine globale fondato sull’interdipendenza economica ma rispettoso delle differenze politiche e culturali). Come ha scritto Joshua Cooper Ramo nel suo “The Beijing Consensus: notes on the new physics of Chinese power”, “la Cina sta conducendo la sovversione dell’ordine gerarchico globale della ricchezza” attraverso “un percorso che non porta solo allo sviluppo delle altre nazioni nel mondo ma anche alla loro partecipazione in un ordine internazionale che permette loro di essere effettivamente indipendenti e di proteggere il loro stile di vita (way of life) e le proprie scelte politiche”. Sul piano geopolitico e militare la Cina non mostra una strategia aggressiva mentre gli Stati Uniti (con i riluttanti europei al seguito) vogliono applicare alla Cina le condizioni di “contenimento” spaziale, soprattutto marittimo, che caratterizzarono la Guerra Fredda. La crisi di Taiwan è davanti ai nostri occhi!

La strategia geopolitica americana nei confronti del resto del mondo, e della Cina, resta ancorata a tre visioni: la prima è quella del “terzo vince” già praticata nella prima metà del XX secolo in Europa quando gli Stati Uniti finanziavano e approvvigionavano gli Stati in guerra tra loro; la seconda elaborata da Kissinger prevede di cooptare la Cina in un riformato ordine mondiale incentrato sugli Stati Uniti per preservare il dominio del Nord nel mondo; la terza elaborata da Robert Kaplan è una riedizione della Guerra Fredda incentrata sull’Asia sotto la guida americana di una coalizione che a fronte di qualche concessione sarebbe sostenuta da paesi del Sud del mondo. Ognuna di queste strategie, o la loro combinazione, rischiano di sovrastimare il potere degli Stati Uniti non tenendo conto dell’indebolimento del sistema finanziario americano ed europeo.  Oltre ad un possibile rischio di olocausto nucleare, i segnali di riorientamento dei surplus di capitale al di fuori degli Stati Uniti e dell’area dollaro/euro dovrebbero far ponderare la possibilità di rischio depressione e di crisi finanziaria che, come avvenne nel 1997-98, inevitabilmente comporta il “rimpatrio degli asset” ai giusti proprietari. Le mosse della Cina, dell’India, dell’Arabia Saudita e dell’Iran dovrebbero far riflettere.

Per concludere, non credo affatto che il mondo tremi a causa del “risveglio” della Cina. Invece, è arrivato il momento per l’Occidente di capire che è necessario abbandonare il logocentrismo del suo retaggio greco, e che la Cina dimostri di riuscire a pensare il mondo oltre l’universalismo. Questo permetterebbe un vero dialogo fra le interrogazioni radicali dell’uno e l’originale concezione dell’altra. L’assenza dei paesi europei è tristemente evidente e, a mio parere, non recuperabile.   (Continia)

 

[1] https://ilviaggiodiodisseo.wordpress.com/2017/10/04/lintroduzione-delle-armi-da-fuoco-in-giappone/

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