
di Gianvito Caldararo
Nessuna riforma della giustizia, forse, impedirà in futuro di vedere un innocente in carcerazione preventiva. Dal caso Tortora in poi i casi di innocenti finiti in carcere sono diventati tantissimi. Il periodo dove è stato raggiunto l’apice è stato quello di ” Tangentopoli ” o di ” Mani pulite “. In quegli anni abbiamo assistito ad un uso spropositato della carcerazione preventiva, usata per demolire l’imputato che, pur di riavere la libertà si rende disponibile a tutto. Anche ad ammettere cose che non ha compiuto.
Tutto converge in uno scientifico disegno che mira all’annullamento della personalità. I pubblici ministeri – come afferma Giovanni Terzi – un innocente finito in carcere, ” sono professionisti della distruzione psicologica e sociale dell’imputato “. I Pm – afferma Giovanni Terzi – “non sempre seguono gli indizi: usano gli indizi per confermare i propri teoremi”. E quanta gente è morta in carcere. Quanta gente si è tolta la vita per la vergogna di ciò che non aveva commesso.
La vicenda di Giovanni Terzi è quella di un giovane architetto assessore all’urbanistica di un comune della provincia di Milano, Bresso, che affronta la definizione di una sistemazione urbanistica, che si trascinava da più di vent’anni. Si trattava di un’area strategica, in quanto centrale ed appetibile per il Comune per realizzare un grande parco. Ma l’idea del parco, per il Comune, poco “ci azzeccava” come direbbe il magistrato Di Pietro, uno dei protagonisti di ” Mani pulite “.
Così , dal 1970, tutto fermo, tutto bloccato. Dieci giunte cadute per la variante dell’area, fino a quando un giovane architetto di Milano, neo assessore all’urbanistica, decide di portare avanti un piano di lottizzazione. Dopo anni di indagini è accusato di aver preso una corposa tangente dai proprietari dell’area, una famiglia seria, di solidi imprenditori milanesi. Dopo mesi di indagini, il 13 ottobre del 1998 viene arrestato per corruzione e trasportato in isolamento giudiziario nel carcere di Opera a Milano. Il 29 di ottobre 1998 sarà trasferito in massima sicurezza al carcere di Novara. Il suo dramma di ” innocente in carcerazione preventiva ” è dettagliatamente descritto nel suo libro edito da edizioni Ares, dove afferma che ” la carcerazione preventiva è una violenza psicologica disarmante “. Dove dalle intercettazioni telefoniche vengono estratte ” diaboliche estrapolazioni. per non dire manipolazioni, trasformano anche un semplice saluto in un potenziale messaggio criptico, frutto di un ipotetico disegno criminoso: e se si è sotto inchiesta, bisogna dimostrare il contrario”.
Vi assicuro, dice Terzi, ” che dimostrare l’evidente è cosa assai difficile “. Una telefonata ad una amica, nelle intercettazioni diviene che ” trattasi di amante dell’architetto Terzi “. E di valutazioni inopportune nelle intercettazioni se ne trovano a iosa. L’architetto. Terzi, afferma: ” A tutto si è pronti nella vita: ai lutti, alle malattie, ma non alla privazione repentina, improvvisa della libertà personale”. Andare in prigione dopo un “giusto processo” appare, nella sua drammaticità, un fatto sociale corretto, la carcerazione preventiva no (se non in casi di conclamata e ravvisata pericolosità). ” Da quella notte non sono più tornato libero veramente, dichiara Terzi. Esiste (chiedo scusa per il paragone forse non appropriato)” una somiglianza con la violenza sessuale perpetrata alle donne. La stessa violenza, l’invadenza improvvisa nella propria intimità da parte di altri”.
E poi vi è il dramma dei bambini, della moglie e della famiglia. Il piccolo Lodovico, da quel giorno, tutte le volte che suona il campanello scappa e si va a rifugiare sotto il letto, pensando che sono i carabinieri. Quei carabinieri che la mattina del 13 ottobre 1998, alle ore 6,30 suonarono al campanello, intimando, in modo risoluto: “carabinieri, signora apra”. E alla richiesta della moglie: ” mi faccia vedere il distintivo “, come se non bastasse: ” Signora apra, o saremo costretti a entrare con la forza, fu la risposta”.
Inizia così il trasferimento in carcere, i continui interrogatori, le lunghe attese, la inesistenza delle prove della corruzione, i processi durati anni, cioè dal 1998 a tutto il 1 febbraio 2006. Otto anni di processo mediatico, di distruzione di una vita, di una famiglia, di una carriera e la compromissione anche della salute, per vedere alla fine giungere la piena assoluzione per non aver commesso il fatto. E che dire del trasferimento dal carcere di Milano a quello di Novara, incatenato. Catene ai polsi e alle caviglie. Era assurdo: dove pensavano che andassi, chi pensavano che fossi? ” Non riesco ancora adesso a descrivere quel momento”, dice Terzi.
E’ troppo dentro di me quell’ennesima violenza, la sensazione di essere un vero disgraziato da cui la società perbene deve difendersi. Ero spaccato in due. Da una parte il ricordo del Giovanni Terzi bravo ragazzo, figliolo modello, laureato; dall’altra l’immagine che avevo di me in quel momento. Legato a delle catene, scortato da agenti armati dentro un blindato al cui interno una gabbia bianca doveva accogliere il pericoloso ospite: io. Non riuscivo a capire chi fossi. Inutile pensare che, in quei momenti, una persona sia in grado di discernere razionalmente. Emozioni violente e nient’altro.
Ti rendi conto, continua Terzi, ” che la scelta tra vivere e morire è di un istante “. Se avessi avuto un qualsiasi arnese, dalla famosa pastiglia al cianuro a una pistola…volevo farla pagare a coloro che mi stavano mettendo in quella condizione; volevo che un momento eclatante li mettesse in castigo, dopo il mio gesto, per tutta la vita. Mi sentii sequestrato, mi arrestarono un’altra volta. Ma questa volta fu più cruenta, cattiva, non ero più il ” colletto bianco ” da trattare con attenzione. Ormai da oltre un mese ero un ” detenuto ” e quindi con i diritti (nessuno) dei carcerati e i doveri (tutti) dei prigionieri.
Ma anche qui avvenne un miracolo. L’odio che fino a pochi istanti prima imprigionava il mio corpo e il mio pensiero, si trasformò in distacco. Un distacco che aveva fatto abbandonare, e con ribrezzo, l’idea del suicidio. Un distacco per me benevolo, generato dalla Provvidenza. Che cosa mi rimaneva? La lucidità di dirmi: “Tutto finirà. È un incidente di percorso. Tutto finisce. Di certo, nella vita, c’è solo la morte. E la fine di un incubo avverrà il febbraio 2006 quando giungerà la definitiva assoluzione da parte della Corte di Cassazione.
Questo è il dramma di ” un innocente in carcerazione preventiva “, che nessuna riforma potrà mai impedire. La riforma che necessita è quella culturale, cioè la magistratura, ma in modo particolare certi pubblici ministeri, che si appropria delle sue virtù che sono l’obiettività, la verità, l’equilibrio , la serenità e l’umanità. E per i giustizialisti passare da innocenti in carcerazione preventiva per divenire garantisti, in piena armonia con il principio di innocenza stabilito dalla nostra Costituzione. In carcere Terzi ha trovato anche tanta umanità. Il suo amico di cella, gli disse: Forza Giovanni, sei un uomo coraggioso e un combattente.
Coraggioso e combattente, due aggettivi che non credevo di meritare, ma che incisero fortemente sul modo di affrontare questa dura prova. Dovevo farcela. ” Io ragazzo fortunato, cui la vita aveva sempre donato gioie, cresciuto negli anni ’80, in pieno edonismo reaganiano, credendo che, in fondo, il mondo aspettasse solo me, potevo dimostrare che rispondevo da uomo a quella prima violenta prova dell’esistenza “. Il libro è ” il diario di 75 giorni di carcerazione che cercarono di cambiarmi la vita “. Bisogna finirla con la giustizia spaccalo e soprattutto con quei pubblici ministeri che si proclamano ” sacerdoti di una rivoluzione “, innamorati di teoremi e non di solide prove.





