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LE BR, LA ‘NDRANGHETA, SEPARAT E l’OLP DA VIA FANI ALLA BALDUINA – PARTE II

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 di Vito Sibilio

Proseguiamo l’inchiesta sugli Atti della Commissione Fioroni e sulle informazioni utili alla Pista Rossa del Caso Moro. Il nome più importante tra gli inquilini degli edifici della Balduina è quello di Omar Yehia, finanziere mediorientale, legato all’OLP, amico del SIFAR prima e del SID dopo, che aveva presentato ai nostri servizi una delle loro fonti principali proprio nell’OLP, ossia Azzedine Lahden, detto Damiano, assassinato poi nel 1981. Questo Yehia aveva i suoi uffici in Via Massimi 91. Il suo nome ci permette di riprendere il tema del rapporto tra BR, OLP e Separat nel Caso Moro.

La ricostruzione delle relazioni tra BR e OLP aiuta ad approfondire i nessi tra le prime e il terrorismo rosso mediorientale posto sotto l’egida di  Alexander Alexevitch Soldatov. Innanzitutto la Commissione Fioroni ammette che l’allarme lanciato da Giovannone sul rischio di un attentato terroristico in Italia e che Moro conobbe – e con lui Cossiga – dà credibilità alle controverse rivelazioni di Antonino Arconte. Il SISMI aveva a sua volta messo in guardia da una azione terroristica internazionale prima del processo a Renato Curcio, il cui nome si può leggere anche negli archivi STASI. A gennaio e a febbraio del 1978 la Giunta di Coordinamento Rivoluzionario della FPLP, di Lotta Continua e di altri sodali di sangue si era riunita a Madrid e a Parigi, anche se il SISDE escluse che fosse stato in vista del Sequestro di Moro. In genere, i servizi segreti italiani tesero sempre a negare i rapporti tra BR e OLP per non compromettere la politica estera filoaraba dell’Italia, ma alla fine rimasero irretiti nel loro gioco, perché anche i palestinesi filoitaliani dovettero ad un certo punto obbedire a Soldatov. Il SISDE attestò che le BR erano collegati con Giugno Nero, frazione dell’OLP, e che con esso ebbero degli scambi in merito alla questione di Moro, sul cui sfondo vi era il coordinamento terroristico svolto da Habbash in Libia ed Iraq e nel quale potevano rientrare anche le BR. Anche Patrizio Peci attestò nel 1980 le relazioni tra BR e OLP e tra questi e l’Hyperion, sullo sfondo di un ampio traffico di armi che vedeva coinvolta anche la ‘Ndrangheta e il famoso Bar Olivetti di Via Fani. Dalla documentazione del SISMI e della DIGOS risulta che le BR ebbero accordi con l’FPLP per l’addestramento dei loro membri nei campi militari della Repubblica Popolare dello Yemen del Sud dal 1974 al 1978. Inoltre, tra il 1974 e il 1975 le due organizzazioni terroristiche avevano un piano per far evadere Alberto Franceschini. In genere, si può affermare che in quegli anni fu proprio il FPLP a cercare di portare le BR nell’ambito del terrorismo internazionale, mentre gli informatori dei servizi italiani nell’OLP erano concordi nell’attestare rapporti stretti tra quell’organizzazione, il FPLP  e le BR.

Nella documentazione relativa ad Abu Hol (-1991), responsabile della sicurezza dell’OLP, sulla trattativa palestinese su Moro, troviamo poi molti altri elementi suffraganti le relazioni stabili tra la sua organizzazione e le BR. Hol, responsabile della sicurezza dell’OLP, assicurò l’Italia che avrebbe contattato Habbash per sapere qualcosa di Moro e per far sapere ai sequestratori che l’OLP non condivideva quel rapimento e avrebbe ostracizzato i colpevoli. In realtà avvenne il contrario, ma lo Stato italiano non avrebbe contattato Hol se non fosse stato a conoscenza dei contatti tra OLP e BR e in particolare dei canali privilegiati di essi, appunto Habbash e Haddad, che pure fu interessato al Caso Moro. Lo Stato voleva indurre le BR alla trattativa facendo la corte ai loro complici, che considerava meno motivati nel sequestro e ai quali poteva fare concessioni senza rischiare troppo prestigio. La trattativa era tenuta in tal conto che pure Moro dal carcere fece riferimento alla liberazione di ostaggi palestinesi in paesi terzi per alludere ad una soluzione del suo caso,  mentre persino Cossiga avrebbe dovuto ricevere un rappresentante dell’OLP, cosa che però sembra non sia accaduta. Il Presidente però ammise col Corriere della Sera che c’era stata una trattativa tra l’Italia, le BR sostenute dall’Est, la Jugoslavia, l’OLP e la DDR. Quello che l’Italia e l’OLP non sapevano è che la trattativa non sarebbe stata condotta nell’interesse di tutte le parti coinvolte ma solo dell’URSS, che infatti alla fine le fece saltare per i suoi scopi politici, non senza che avesse avuto in merito un proprio acceso ma oscuro dibattito interno.

Questo si riverberò anche nelle BR: Mario Moretti fu ligio alle direttive di Mosca e cercò di esasperare l’ala trattativista dell’OLP, mentre Valerio Morucci e Adriana Faranda, vicini ai palestinesi e favorevoli alla liberazione del prigioniero, furono molto più possibilisti. Anche la famiglia Moro dovette riporre molte speranze nello scambio tra i terroristi della RAF detenuti in Jugoslavia e lo statista prigioniero. Si è addirittura sospettato che Giovanni Moro, figlio del Presidente DC, dovesse andare nello Yemen del Sud in concomitanza del trasferimento dei terroristi RAF dal Libano a quel Paese, accompagnati da Giovannone. L’interessato ha smentito, ma se fosse vero il piano poteva essere stato concepito come una sorta di controassicurazione sullo scambio in corso.

Abu Hol poi ha ammesso che Carlos lo Sciacallo operò in Italia, negando che lo facesse per conto dell’OLP e asserendo che dipendesse dalla Libia. Questo richiama la notizia dell’ingresso dello Sciacallo in Italia da quel Paese proprio durante i giorni del Sequestro Moro. Il gerarca palestinese ha ammesso che Arafat in persona aveva avviato, in tempi non sospetti, trattative tra le BR, la RAF e alcune organizzazioni palestinesi, servendosi di Wadi Haddad, la cui rete, comprensiva dei terroristi nostrani, passò poi nelle mani di Abu Nidal e Carlos. Da notare che lo Sciacallo è menzionato spesso ma solo come appendice dell’OLP, sebbene all’epoca egli fosse agli ordini del GRU con la sua Separat. Evidentemente Carlos oramai in carcere non faceva paura a Hol quando deponeva, ma il servizio militare russo, ancora esistente, si. In ogni caso nel 1982 venne asserito esplicitamente che il gruppo di Abu Nidal e di Carlos collaborarono con le BR per sequestrare Moro. Ciò ovviamente divise l’OLP e una parte di esso si mise contro Abu Nidal, mentre le BR, morto Moro, si inserirono a cuneo nelle divisioni dei Palestinesi, mandando, come dicevo, i verbali degli interrogatori di Moro contenenti passaggi sui Palestinesi direttamente al FPLP.  La cosa che poi attesta la presenza di un circuito informativo  che avviluppava la rete terroristica è che tali notizie giunsero alla stampa, ossia al solito Espresso, nell’ottobre 1978. La regia di questa doppia rappresentazione, criminal-politica e mediatica, è visibilmente solo dei servizi sovietici, nelle cui mani erano tutti i protagonisti di queste vicende.

Una menzione particolare meritano poi le armi usate a Via Fani, secondo la ricostruzione della Commissione Fioroni. Esse erano italiane ma destinate all’Egitto, dal quale tornarono tortuosamente in patria per essere usate in quella strage. Tra di esse poterono essercene anche di destinate all’Arabia Saudita. Esse erano tutte a disposizione dei Palestinesi. La notizia fu occultata sapientemente dalla disinformazione sovietica che mise in giro la notizia delle armi di Gladio, ma poi arrivò alla stampa grazie all’ennesima redazione infiltrata, quella dell’Astrolabio, che però questa volta fece un passo più lungo della gamba, tanto che i due giornalisti che avevano firmato lo scoop, Italo Toni (1930-1980) e Graziella de Palo (1956-1980), furono uccisi a Beirut, nella tana di Soldatov, per mano del FPLP. Che i proiettili usati fossero anch’essi italiani ma non di Gladio, bensì della Fiocchi, lo seppe anche il presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

In realtà, Luigi Guardigli, ufficialmente di estrema destra ma anch’egli con simpatie rivoluzionarie, vendeva armi in Medio Oriente e in Africa del Nord e solo su richiesta di Tullio Olivetti accettò di passarne anche in Libano. Fu Olivetti a presentare a Guardigli un mediatore libanese ed entrambi erano in rapporto col clan  De Stefano della ‘Ndrangheta. Probabilmente Guardigli fu forzato a iniziare un commercio, che riteneva pericoloso, dalle circostanze abilmente manipolate dai servizi dell’Est. Infatti la notizia del suo traffico di armi divenne uno scandalo sin dal 1977, quando la stampa infiltrata dal KGB (Paese Sera, Tempo, Corriere della Sera) la riprese amplificandola a dismisura e creando il nesso, fasullo, tra massoneria e ‘Ndrangheta come retroscena. L’unica testata che rivelò la provenienza delle armi dal Grossetano e il coinvolgimento nel traffico di un funzionario ENI in quota PSI fu l’Osservatorio Politico di Mino Pecorelli. Poi le inchieste furono ridimensionate e lo stesso Guardigli fu presentato come un mitomane da Franco Ferracuti e Aldo Semerari, i quali dipinsero in modo fosco anche le condizioni di salute di altri imputati, col risultato che tutti i coinvolti furono prosciolti. Tutto questo, oltre a dimostrare su quali appoggi e connivenze poteva contare in Italia il traffico d’armi verso il Medio Oriente – primo tra tutti quello dell’applicazione del Lodo Moro –  rendeva ricattabile Guardigli e preparava il terreno del coinvolgimento dei trafficanti di armi nel Caso Moro, in particolare per la questione del Bar Olivetti, il cui fallimento fasullo fu inscenato sei mesi prima del Sequestro, onde poterlo riaprire senza dare nell’occhio per usarlo come base degli aggressori e avendo cura di tenere nascosto questo elemento agli inquirenti. Quanto poi Guardigli, molto meno di Olivetti, fosse motivato nel commercio con l’OLP, lo si capisce dal fatto che per ben due volte ha modificato le sue deposizioni, avendo subito ammesso le sue responsabilità, per poi ritrattare sotto la minaccia dei De Stefano e nuovamente ammettere le sue colpe innanzi alla Commissione Fioroni nel 2016.

In ogni caso, qualunque sia la verità – armi di Gladio rubate o della Fiocchi – tutte andarono all’estero tramite la mafia calabrese verso i palestinesi onde tornare, tramite costoro, alle BR, alla RAF e a Separat per la strage di Via Fani. Un giro tortuoso voluto dai servizi segreti dell’Est, in quanto le BR avrebbero potuto rifornirsi direttamente dalla ‘Ndrangheta se avessero voluto: infatti Mario Moretti e Barbara Balzerani si recarono più volte in Calabria tra il 1975 e il 1976 per traffico di armi e riciclaggio di denaro estorto tramite sequestri di persona. Le BR erano infatti assai bene inserite nel commercio delle armi del FPLP e da molto prima del Sequestro Moro e con esse la RAF. A tale scopo Sergio Spazzali e Valerio Morucci sin dal 1972 e fino al 1974 si recarono spesso in Svizzera. Dal canto loro i palestinesi si attivarono a livello planetario per la RAF, spedendo George Habbash a Cuba per perorare la sua causa, in una missione nota anche ad Autonomia Operaia. Tutto ciò dovrebbe essere sufficiente per convincere anche i più scettici dei rapporti strutturati tra il terrorismo nostrano e quello mediorientale di matrice marxista prima, durante e dopo il Caso Moro.

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