
Oggi, a parte le due tragiche guerre in corso in Europa, esistono due problemi che, se non risolti, avranno un’influenza immensa, e forse altrettanto tragica nei prossimi anni o decenni. A mio parere essi sono: la rapida variazione del clima, e la distruzione del sistema economico che ha regolato il mondo come lo abbiamo visto dopo la seconda guerra mondiale.
Oggi parleremo delle problematiche legate al clima. L’inquinamento e la variazione climatica di origine antropica: esiste o è un imbroglio?
Non è un paradosso. Per parecchi scienziati e una gran parte dell’opinione pubblica, la variazione climatica, e per di più causata da attività umane, è una fandonia, o, peggio, una vera e propria truffa architettata dai soliti “poteri forti” che vogliono piegare il mondo ai loro interessi. Senza entrare in troppi dettagli tecnici, possiamo dire che nel 2021 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera era 419 ppm, il livello più alto da quando sono iniziate le misurazioni regolari dirette. Prima della rivoluzione industriale la concentrazione era di 278 ppm, nel 2013 è stata superata la soglia di 400 ppm, e in soli otto anni siamo sostanzialmente arrivati a 420. Con vari metodi, come i carotaggi nella calotta antartica, si è visto che valori analoghi a quelli odierni sono stati raggiunti soltanto nel pleistocene, oltre quattro milioni di anni fa. Le obiezioni di molti si basano proprio su questi numeri. “Come è possibile – si sostiene – che cambiamenti nell’ordine di ppm possano creare variazioni così rapide e significative del clima?” Altri sostengono che variazioni climatiche molto significative si sono effettuate varie volte sul nostro pianeta, con passaggi da grandi glaciazioni a periodi caldissimi. E’ vero! Ma, salvo tragedie cosmiche come lo scontro con giganteschi asteroidi o catastrofiche e prolungate eruzioni vulcaniche, le variazioni climatiche si sono verificate nell’arco di millenni, ossia tempi addirittura non percepibili dagli esseri umani, e in genere da tutte le specie viventi, che avevano quindi tempo per potersi adattare. Purtroppo questa non è una semplice disputa scientifica che non ci tocca, ma ha a che fare con decisioni importantissime che bisogna prendere a livello globale.
E infatti, qualunque ne sia la causa, antropica o naturale, i fatti dimostrano che la temperatura globale sta salendo rapidamente, che ad essa si associano fenomeni temporaleschi, tornado, inondazioni che, anch’essi, non si sono mai verificati in questa intensità e con questa frequenza. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La desertificazione progressiva dell’Africa è una delle cause delle migrazioni odierne. In Italia cambiano le colture, la fauna e prodotti caratteristici del Mediterraneo si spostano verso l’Europa centrale. L’innalzamento del livello delle acque oceaniche ha già determinato l’evacuazione forzata di alcune piccole isole abitate da millenni. La prima grande città a dover affrontare questo problema è stata Giacarta, la cui parte più bassa e vicina alla costa è già stata sostanzialmente svuotata, spostando gradualmente la popolazione verso l’interno L’aumento di temperatura dell’aria ed essenzialmente dell’acqua, ha creato una maggiore evaporazione e quindi pioggia sempre più violenta e catastrofiche, in parallelo a uragani altrettanto violenti o a fenomeni prima rarissimi, come le cosiddette “turbolenze in aria chiara”, prima tanto rare da non richiedere un addestramento specifico ai piloti, e ora più frequenti, con morti e feriti.
Termino questo capitolo affermando che, qualunque ne sia l’origine, naturale o antropica, gli effetti di questa variazione sono così rapidi che non si può semplicemente accettarli, ma è necessario bloccarli, o come minimo rallentarli fino a una velocità tale che noi “umani” e tutto ciò che ci circonda non riusciamo a percepirli individualmente e abbiamo tempo e modi per adattarcisi e sopravvivere. In caso contrario il nostro pianeta, di cui la razza umana è una porzione infinitesimale, raggiungerà certamente prima o poi un nuovo equilibrio, senza alcun riguardo agli sconvolgimenti che potrebbero coinvolgerci.
Il COP 21 di Parigi firmato il 12 dicembre 2015
Alle 19.26 del 12 dicembre 2015 Laurent Fabius diede l’annuncio “l’accordo di Parigi sul clima è stato adottato”. Era la prima volta che 196 delegazioni di tutto il mondo, dopo un lungo e difficilissimo negoziato, raggiungevano un accordo sulla protezione del pianeta, che fu poi ratificato dai vari Parlamenti della gran parte delle nazioni. E’ questa una data fondamentale per tutto ciò che ha a che fare con il clima. C’erano state varie conferenze internazionali prima di questa, ma erano rimasti dibattiti puramente scientifici, ignorati dalla politica internazionale. Questo invece ebbe un successo enorme essenzialmente perché i due Paesi che contribuiscono maggiormente all’emissione di gas serra e delle polveri sottili, gli Stati Uniti e la Cina, decisero che era giunto il momento di affrontare seriamente il problema. Come è mia abitudine ho studiato il testo (noiosissimo come tutti gli accordi internazionali) e pieno di inevitabili tecnicismi. Cercherò di riassumervi i punti principali, fra cui, essenziali, le premesse.
Si riconosce che le variazioni climatiche sono un motivo di preoccupazione per tutto il genere umano.
Le Parti, nell’attivare ogni azione volta a mitigare i problemi climatici, dovranno tenere presenti i diritti umani, i diritti alla salute, i diritti delle comunità indigene, dei migranti, dei bambini, e i diritti allo sviluppo dei popoli.
Si riconosce il bisogno di una risposta efficace alla sfida urgente che viene posta dai cambiamenti climatici, sulla base delle più avanzate conoscenze scientifiche.
Si riconoscono le necessità specifiche e le circostanze particolari dei Paesi in via di sviluppo, specialmente quelli più vulnerabili ai problemi posti dal cambiamento climatico.
Si riconosce che non solo i cambiamenti climatici, ma anche le risposte che la comunità internazionale potrà dare, potranno creare a loro volta problemi ai singoli Paesi.
L’accordo si basa sul riconoscimento e sul rispetto dei bisogni specifici e delle situazioni particolari dei Paesi meno sviluppati con particolare riguardo agli strumenti finanziari ed al trasferimento delle tecnologie necessarie.
Si riconosce in particolare l’assoluta priorità di salvaguardare la lotta alla denutrizione ed alla fame nel mondo, Si prende atto in maniera particolare dell’importanza di assicurare l’integrità degli ecosistemi (inclusi gli oceani), della protezione delle biodiversità, considerate in alcune culture come “Madre Terra”, e del concetto di “giustizia climatica”.
Tutto ciò (e molto altro) premesso, si entra nel corpo del trattato.
L’obiettivo principale è quello di aumentare la risposta mondiale ai cambiamenti climatici. Ciò si realizza “nel mantenere l’aumento della temperatura media mondiale significativamente al di sotto di 2°C di aumento rispetto al livello preindustriale, facendo un sforzo per mantenere tale aumento al di sotto di 1,5°C, sempre rispetto al livello preindustriale. Si riconosce che tale obiettivo potrebbe ridurre significativamente il rischio e l’impatto del cambiamento climatico.
E’ questa una clausola chiave perché anzitutto tentava di mettere la parola fine a ogni “negazionismo” circa l’esistenza e gli effetti negativi del cambiamento climatico. Fissava inoltre un obiettivo minimo, ma menzionava anche un altro valore (1,5°C) realisticamente molto difficile, ma scientificamente più corretto. Si trattava quindi di un compromesso. Per inciso, sappiamo oggi che già l’obiettivo di 2,0°C sembra quasi impossibile. Nel far ciò, fatto molto importante, non viene posto alcun obbligo, neanche larvato, come si evince dall’uso accuratissimo delle parole. Si parla di “pursue efforts”, evitando accuratamente le parole “utmost efforts” o “best efforts”, che avrebbero già un peso molto maggiore nella contrattualistica internazionale, specie anglosassone. Ogni parte dovrà definire e comunicare i valori specifici dei target che intende raggiungere e la maniera in cui pensa di farlo. Dovrà altresì dare comunicazioni periodiche dei livelli raggiunti.
Ogni parte potrà ritirarsi e recedere da quest’accordo in ogni momento dopo almeno tre anni dalla sua entrata in vigore, con apposita notifica formale. Tale recesso avrà effetto dopo un anno dalla notifica. E arriviamo a ciò che successe dopo.
Come succede spesso nel mondo di oggi, l’argomento passò nel dimenticatoio, fino a che ci fu la prima grande scossa. Trump, vinte le elezioni che lo fecero Presidente, per mantenere gli impegni presi con i lavoratori della “rust belt” decise di uscire dall’accordo con un “ordine presidenziale esecutivo” . Fortunatamente varie inerzie burocratiche mitigarono i danni, e addirittura alcuni stati, come la California, continuarono con la politica “green”. Il colpo era stato comunque gravissimo perché uno dei “grandi inquinatori” era venuto meno e avrebbe potuto mettere in dubbio l’intero castello che era stato creato con grande fatica. Anche questa volta se ne parlò per un po’ e quindi tornò il silenzio. Poi arrivò Greta. Oggi in pochi la ricordano, ma lo scossone fu violento. Greta Thunberg era un’adolescente nata a Stoccolma il 3 gennaio 2003. Il 23 agosto 2018, sorpresa e spaventata dalle eccezionali ondate di calore e dagli incendi boschivi senza precedenti che colpirono il suo Paese in quella fine estate, decise di protestare perché la Svezia non faceva abbastanza per applicare appieno gli accordi di Parigi. La sua protesta consisteva nel non andare a scuola e rimanere seduta davanti al Parlamento con un cartello di protesta. La notizia si sparse, essenzialmente attraverso i social, e la protesta cominciò a dilagare. Fu come la rottura di una diga. Greta fu invitata a parlare alla nuova sessione della conferenza sul clima in Polonia e pronunziò parole di fuoco contro l’egoismo delle classi abbienti e dei potenti che ignoravano il problema perché nessuno di loro, per questioni di età, ne avrebbe visto le conseguenze; esse avrebbero invece colpiti gli adolescenti. E lanciò un ultimatum “La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi… Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema …”. Era diventata celebre. Fu invitata a Davos, poi al parlamento europeo e infine al Palazzo di Vetro il 21 e poi il 23 settembre. “Voi ci state tradendo. Ma i giovani hanno cominciato a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le future generazioni sono su di voi e se sceglierete di tradirci vi dico che non vi perdoneremo mai”. Fu il terremoto. Ormai i giovani di tutto ilo mondo marciavano pacificamente perché i governi rispondessero alle loro richieste. Era dagli anni ’70, nell’ultimo periodo della guerra del Vietnam, che non si vedevano manifestazioni giovanili così imponenti e così diffuse in tutto il mondo. E i giornali si scatenarono. Il Guardian paragona le parole di Greta al discorso di Abraham Lincoln a Gettysburg il 19 novembre 1863. Come Lincoln che parlò solo tre minuti, Greta ha sintetizzato il suo messaggio in cinque brevi paragrafi recitati con rabbia a stento contenuta “non è venuta a parlarci di un sogno, ma di un incubo”. Come Lincoln, anche Greta parla di eventi di cui ancora, con molta probabilità, non abbiamo capito la portata. New Yorker. Greta ha spiegato “Vedo il mondo in maniera differente, da un’altra prospettiva. E’ molto comune fra le persone che vivono nello spettro dell’autismo avere un interesse preciso per qualcosa… Io posso fare le stesse cose per ore”. Con ciò spiega la sua capacità di studiare e approfondire per ore il problema del clima. Psycology today. Greta ha dimostrato chiaramente di essere una leader, e il suo autismo non le sta impedendo di portare a termine quello che si era prefissata. The New York Times. Il movimento giovanile che si sta battendo per proteggere il nostro pianeta ha dimostrato di avere il potere di destabilizzare i media e i politici conservatori. I ragazzini non sembrano aver paura di ciò che pensano adulti, scettici, negazionisti, e politici scontrosi. “Semplicemente non prestano attenzione ai loro nemici”. Anche in Italia si scatenano le polemiche. Il Giornale. Cara Greta, non ti ho rubato niente… Non siamo stati, parlo della mia generazione, ladri di sogni, ma sognatori che hanno combattuto, e in buona parte sconfitto, la malvagità degli uomini e migliorato il mondo in una corsa a tappe tuttora in corso… Non sarà Greta a rubarci questi meriti, e vediamo se i gretini saranno altrettanto capaci”. A supporto delle sue affermazioni Sallusti cita la mortalità infantile dimezzata in quarant’anni e la più che dimezzata percentuale di persone con gravi problemi di nutrizione. Wired. Cita varie dichiarazioni, fra cui Massimo Cacciari “Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta, siamo fritti… Siamo all’ideologia dell’incompetenza”, Giuliano Ferrara “Detesto la figura idolatrica di Greta, aborro le sue treccine e il mondo falso e bugiardo che le si intreccia intorno”, Giulio Tremonti “Se uno pensa che sia un fatto spontaneo e naturale, forse non ha idea di quale macchina politica e mediatica sta dietro Greta”. E dopo un lungo excursus di commenti, Wired chiosa “Chi più delle nuove generazioni deve avere a cuore il tema dell’ambiente? Nessuno, perché quel futuro grigio che si prospetta per il pianeta sarà il loro futuro. Un futuro che gli sta sfuggendo di mano a causa delle scelte fatte dalle generazioni precedenti e che vogliono riprendersi… Feltri, Ferrara, Cacciari, e tutti quegli adulti che criticano l’attivista svedese e il suo movimento sono abbastanza avanti negli anni da essere sicuri di non subire sulla propria pelle gli effetti dei cambiamenti climatici”. E sempre Vittorio Feltri, in un Twitter “la vocazione delle masse è da sempre quella di dare retta ai pazzi, meglio se criminali come Stalin e Hitler… Quindi non stupiamoci se oggi ha molto seguito una ragazzina goffa che ha finito a mala pena la terza media”. Sulla stessa linea di Wired, Federico Fubini in un articolo chiaro e misurato sul Corriere della sera, fa un quadro crudo e impietoso del problema del clima. Già il titolo spiega il contenuto “Alla generazione di Greta mancano i voti”. I Paesi ricchi mai come oggi hanno dovuto affrontare tanti problemi, e così complessi, come oggi. Il clima è uno di essi. Greta dice “Come osate”. Ma i capi di stato presenti potrebbero rispondere “Come osa lei?” I leader mondiali a cui dedica tanto astio sono stati votati, rappresentano le maggioranze delle loro democrazie. E chi ha delegato Greta a trattarli così? Questo è il senso delle lacrime di Greta. Non solo una guerra fra idee o fra generazioni, ma fra tempi e fra numeri diversi. Prendiamo l’Europa. Ci sono 512 milioni di persone ma le diverse generazioni non hanno dimensioni paragonabili una all’altra. Nella UE ci sono 137 milioni di persone fino a 25 anni e, togliendo i bambini, solo 39 milioni di elettori. Fra 26 e 50 anni sono 171 milioni, tutti elettori, e fra 51 e 75 anni 153 milioni che hanno tutti diritto di voto. Purtroppo solo il primo gruppo si troverà a dover affrontare le conseguenze di una mancata azione oggi. Per gli altri resta un problema accademico, che non li tocca direttamente. Se però, attenzione, qui sta l’originalità dell’articolo, se non si guarda a chi vota, ma al patrimonio di vita residua di ogni individuo, il primo gruppo ha un patrimonio di 9,3 miliardi di anni, molto più di tutti gli altri gruppi messi assieme. Di fronte a questo problema Greta e i suoi pongono una questione diversa: quanto deve contare un singolo voto in democrazia? Per loro uno non vale uno. Non perché i giovani sono più competenti o altro, ma perché il loro patrimonio di vita è più vasto e dovrebbe contare di più.
. Si può anche ridere, ma questa domanda va dritta al cuore dei nostri sistemi politici messi di fronte ai grandi temi del secolo. E’ un argomento di cui ho parlato più volte e che mi appassiona. Oggi il tempo corre molto più velocemente di quanto succedesse in passato. Nell’ambito della stessa generazione assistiamo a cambiamenti che prima si verificavano in vari secoli. Io stesso sono nato quanto il telefono (e non lo avevano tutti) era appeso al muro di casa, spesso esisteva una sola linea per due famiglie (il duplex), e per parlare da una città all’altra per massimo tre minuti, era necessario telefonare al centralino, mettersi in coda e aspettare che richiamasse. Parlare con l’estero era in pratica impossibile. Oggi ci si connette coll’altro capo del mondo in un istante, stando seduti su una poltrona di casa o addirittura in un prato. Con ciò voglio dire che le decisioni prese dai politici di una generazione graveranno in maniera pressoché esclusiva sulle generazioni seguenti. Tipico di ciò è il caso del debito pubblico. La mia generazione si è indebitata in maniera incredibile e talvolta dissennata. Ma questo debito non dovrà essere pagato da chi lo ha creato, bensì da chi è assolutamente impossibilitato ad opporsi oggi per questioni di età. Le nostre regole democratiche, nate in un tempo che scorreva molto più lentamente non potevano prevedere ciò, ma oggi bisognerebbe adattare queste regole alle situazioni attuali che sono drammaticamente mutate. Ma non è il tema di oggi.
Chi sono i grandi inquinatori?
Mi riferisco solo alla CO2 e alla produzione di energia, non al totale di GHG (green house gas) emessi ogni anno. E’ una semplificazione ma sufficiente per i nostri scopi. I maggiori produttori suddivisi per blocchi politici sono Cina, USA, Unione Europea, Russia, India, Giappone.
Una domanda sorge spontanea: perché dobbiamo considerare la UE come un singolo blocco? Se considerassimo l’Italia come stato indipendente, il suo contributo all’inquinamento sarebbe marginale (0,94%) e quindi ininfluente. Perché fare sacrifici e complicarci la vita? La risposta, dal punto di vista altrui è speculare. “Perché allora dobbiamo considerare gli USA come un singolo Paese, e non piuttosto, separatamente, la California, o il North Dakota, o l’Illinois etc., che hanno un loro governo?”. Disaggregando i dati in questo modo, dovrebbero essere considerate a se stanti anche le varie province cinesi, ognuna più grande dell’Italia, e con un proprio governo. In questa nuova classificazione l’Italia non sarebbe più insignificante.
E’ comunque evidente che la mancata partecipazione, o l’indifferenza di fatto, di uno di questi grandi blocchi politici renderebbe inefficace l’intero accordo. Ma esiste un altro punto di vista. Come si evince dalla stessa dichiarazione dei diritti dell’Uomo approvata dall’ONU nel 1949, il nostro pianeta è la casa di tutti, e tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri. Da questo punto di vista una persona (dati pre-covid) in India produce 1.8 T di CO2, la stessa persona in USA ne produce 14.9T. Non si può quindi chiedere a entrambi di fare gli stessi sacrifici. Conclusione: il miglioramento giusto, e comunque inevitabile, delle condizioni di vita in India porterà sicuramente a un aumento della loro produzione pro-capite d GHG, anche considerando i miglioramenti della tecnologia; e sono 1.4 miliardi di persone! Analogamente sarà difficile convincere gli americani che si può vivere benissimo in una maniera “più morigerata” e rispettosa dell’ambiente Approfondiamo questo punto di vista. La produzione media pro-capite (sempre pre-covid) è nel mondo pari a 4350 Kg di CO2. Questo può quindi essere considerato il valore medio di riferimento, che, comunque, ci si propone di ridurre. In Kuwait (e in quasi tutti i Paesi Arabi) esso è 22253 Kg, in Australia 16003, in USA 14945, in Canada 14912, in sud Korea 11497, a Taiwan 10982, in Olanda 9226, nella Fed. Russa 9067, in Giappone 9035, in rep. Ceca 9598, in Germania 8864. In tutti questi Paesi il consumo è almeno doppio, e talvolta triplo o quadruplo e più ancora del valor medio! Ma ancora, oltre la media, possiamo considerare Finlandia 8264, Belgio 8106, Irlanda 7873, Polonia 7628, S. Africa 7412, Austria 7195, Cina 6159, UK 5653, Italia 5372, Francia 4381. Da notare che perfino nell’ambito europeo ci sono differenze sostanziali; la rep. Ceca e la Germania hanno una produzione pro-capite doppia della Francia. La graduatoria dei Paesi sotto la media potrebbe considerarsi un indice della povertà talora assoluta. Vi cito solo alcuni esempi. Marocco 1568 Kg, Ghana 453, Kenya 324, Tanzania 191. Rendiamoci conto quindi che i popoli di questi popolatissimi Paesi hanno l’assoluto diritto di crescere, di uscire da questa situazione terribile e direi non degna di un essere umano. E’ inevitabile e perfino giusto che la loro produzione di gas serra aumenterà, e di questo dovranno tener conto i paesi che arrivano oggi ad una produzione di CO2 pro-capite pari fino a oltre 100 volte quella dei paesi più poveri. Non è accettabile, e per questo già l’accordo di Parigi ha previsto eccezioni per i Paesi poveri e contributi economici grandissimi perché il loro sviluppo avvenga attraverso sistemi a basso impatto ambientale. Peccato che ben poco di quanto promesso sia stato realmente pagato.
Questo è un fatto che non si può assolutamente ignorare e renderà sempre più difficili le trattative fra i singoli stati, pressati dai rispettivi popoli che non hanno alcuna voglia di sacrifici, come stiamo vedendo in questi giorni. Mi limito inoltre a citare alcuni calcoli, non privi di significato, che pure sono stati fatti, e ignorati senza essere stati neanche messi in discussione.
Il primo. La situazione attuale dell’atmosfera è la somma dei gas serra emessi dalla rivoluzione industriale fino ad oggi e che il nostro pianeta non è riuscito a smaltire. Sotto questo punto di vista nell’‘800 e nella prima parte del ‘900 l’emissione di gas serra di tipo industriale (non quindi legata direttamente all’agricoltura e all’allevamento) era concentrata in pochissimi Paesi al mondo.
Il secondo è ancora più importante. Gli USA e l’Europa importano una gran quantità di prodotti la cui origine è in India, in Cina, o in Vietnam. Ne consegue che USA ed Europa utilizzano questi beni senza creare un solo grammo di emissioni inquinanti nel proprio Paese. Tutto l’inquinamento va invece “in capo” al Paese che li ha prodotti. Se, in accordo con le politiche semi-autarchiche che si stanno gradualmente adottando nei Paesi Occidentali, le produzioni di cui parlo venissero rilocalizzate in USA o Europa nei prossimi dieci anni, gli obiettivi di questi Paesi sarebbero immediatamente vanificati, pur tenendo conto delle nuove tecnologie perché, di colpo, la produzione di una gran parte di gas serra industriali si sposterebbe dai Paesi in via di sviluppo al blocco occidentale. Certo, a livello globale le emissioni non cambierebbero, ma l’obbligo assunto al COP di Parigi dagli USA e dall’Europa, e confermato nelle assemblee successive, diverrebbe estremamente gravoso in un attimo, mentre India, Cina, Vietnam etc. avrebbero praticamente già raggiunto i loro obiettivi. Forse i nostri politici non hanno mai valutato questo aspetto quando cercano disparatamente con dazi, embarghi etc. di ridurre le esportazioni di alcuni “grandi inquinatori”!
La parola d’ordine più diffusa oggi è “produciamo energia verde” che implicitamente significa anche “riduciamo, con l’obiettivo finale di abolire, le sorgenti di energia fossile” cioè carbone e idrocarburi di ogni tipo. Ovviamente esse resteranno comunque necessarie per la petrolchimica e gran parte della chimica. Qual è la situazione quando ormai siamo in vista della prima fatidica data di verifica, il 2030? Il confronto di questi dati pubblicati dall’International Energy Agency è assolutamente chiaro: rispetto ai dati riguardanti l’intero pianeta, la nostra Europa è nettamente in testa. Anche la Cina però si è mossa rapidamente ed è oggi di gran lunga il più grande produttore mondiale di energia verde. Gli USA, il secondo Paese “grande inquinatore” è nettamente staccato, e addirittura al di sotto del valore medio mondiale. Dobbiamo quindi considerarlo un Paese “trainato” piuttosto che un motore del mondo. E veniamo al dunque. ANALISI GEOPOLITICA L’Unione Europea. La situazione è complessa e ci tocca da vicino. Non dobbiamo dimenticare che si partiva da situazioni molto diverse. La Germania era ed è tuttora, abbastanza indietro rispetto agli altri Paesi della UE, mentre la Francia è molto avanti, anche per l’uso estensivo dell’energia nucleare. La Commissione ed il Parlamento europei, che si sono susseguiti nel tempo fino all’ultima oggi a fine mandato, hanno impostato una politica molto seria, dettagliata, e con controlli minuziosi, volta ad ottenere una serie di risparmi energetici, e di produzioni a basso tasso di inquinamento. Essa impatta in tutti i settori: l’edilizia, con coibentazioni, risparmi energetici e autoproduzione, l’agricoltura e l’allevamento, i trasporti pubblici e privati, la produzione di energia verde etc. Queste regole sono ancora in vigore, ma sono state ampiamente contestate da tutti. Penso che tutti conoscano le polemiche sulle auto elettriche e il mantenimento della libertà di acquisto di auto a combustione interna. Ma penso anche alle direttive sulle case “green”. Non tanto su quelle di nuova costruzione, sulle quali i costruttori si stanno già orientando, ma su quelle esistenti. L’Italia in particolare è rimasta scottata dalla storia del “superbonus”, di per sé corretto ma mal progettato e peggio gestito. Molto difficilmente un governo italiano, di qualsiasi colore politico, riprenderà il discorso. A brevissimo sarà inaugurata la nuova legislatura europea ed entreranno in carica tutte le posizioni apicali. Non ho idea di cosa succederà, ma credo che, a meno di pressioni forti dagli USA (che non mi aspetto) un rilassamento delle prescrizioni sarà inevitabile. Se USA e UE dovessero fare dei passi indietro, tutto il castello costruito fino ad ora verrebbe vanificato. Gli USA che, piaccia o no, sono il Paese guida e si tirano dietro le decisioni europee. All’inizio essi, entusiasti dell’idea, si mossero in maniera rapida ed efficace. Purtroppo Trump, appena entrato alla Casa Bianca, cancellò tutto ciò che era stato fatto, e addirittura uscì dall’accordo. Fortunatamente le varie inerzie burocratiche mitigarono i danni. Dopo quattro anni Biden divenne Presidente, con lo slogan “America is back”, e, come se niente fosse successo, riprese “a dare istruzioni” agli altri. A metà del suo mandato però, anche in conseguenza della guerra in Ucraina e del conseguente tentativo, mal riuscito, di bloccare la produzione (e vendita) di idrocarburi russi, spinse al massimo la produzione domestica di gas e petrolio, rendendo gli USA un esportatore netto. Ciò ha certamente creato un vantaggio economico per il Paese ma non è stato certamente positivo per la produzione di gas serra. Fra poco più di quattro mesi ci saranno di nuovo le elezioni, e Trump potrebbe ritornare al potere. Come si comporterà? Ha già detto che, ove fosse eletto, uscirebbe di nuovo immediatamente dall’accordo di Parigi (e successivi aggiornamenti). Molti osservatori sono convinti che, se diventerà Presidente, metterà a frutto le esperienze del suo primo mandato e, in questa come in altre decisioni, riuscirà a bloccare le eventuali ritrosie del sistema di governo. Africa. Siamo ovviamente in una situazione molto diversa. Oltre due terzi della popolazione usa la tradizionale biomassa solida per cucinare, e l’illuminazione domestica è realizzata da candele o lampade a kerosene, e su questo bisognerà agire per portare la qualità della vita ad un minimo accettabile. Non esistono praticamente standard di inquinamento e tutto ciò si aggraverà a causa del previsto aumento della domanda di energia. Il tutto aggravato da un incredibile aumento della popolazione. Nel 2050 saremo al mondo circa dieci miliardi, di cui 2,5 in Africa. Posto che non è possibile chiedere un blocco della domanda di energia in Africa, la comunità internazionale dovrà mettere in piedi, e attuare, un piano colossale di aiuti per far si che le nuove infrastrutture siano realizzate usando al massimo tecnologie ”pulite” in modo da saltare il classico passo intermedio, cioè “energia a basso costo senza badare all’inquinamento e ai gas serra.” Vari anni fa il prof. Pistella, ex presidente del CNR, spiegò in un articolo, ripreso poi da altri scienziati che “…L’utilizzo delle risorse disponibili nei Paesi avanzati per investimenti di contenimento delle emissioni avrebbero un impatto molto maggiore se impiegate nei Paesi dove la dinamica delle emissioni sarebbe altrimenti incontenibili…” del resto, l’obiettivo ultimo, anche da un punto di vista utilitaristico, è abbassare l’emissione di gas serra a livello globale, e non solo nel proprio Paese dove sarebbero necessari grandi investimenti per realizzare un miglioramento abbastanza ridotto. In Europa ci sarebbe poi il vantaggio aggiuntivo che, migliorando significativamente le condizioni di vita dei popoli dall’Africa, potremmo porre un freno alle migrazioni, che altrimenti cresceranno in maniera inarrestabile. Resta la CINA. Come tutti sappiamo, l’inquinamento in quel Paese è una storia vecchissima. Ricordo che già negli anni ’80, all’azienda in cui lavoravo, fu aggiudicato uno studio per la valutazione dell’inquinamento nella città di Pechino e suggerimenti su alcune misure iniziali per migliorare la situazione. Ma erano altri tempi e i problemi erano ben altri. Bisognava crescere e migliorare le condizioni di vita ad ogni costo per evitare un disastroso sconvolgimento sociale. Non si poteva pensare a problemi tipici dei “Paesi ricchi”. Una ventina di anni fa, essi presero coscienza degli innumerevoli casi di tumore dovuti all’inquinamento e ad altre pratiche scorrette. Il governo quindi divenne sensibile, e lo è ancora, a un ambiente migliore. Come in tutti i Paesi dirigisti, i risultati si vedono rapidamente anche da dettagli apparentemente secondari, come la quantità di alberi che sono piantati ovunque, e adeguatamente protetti e curati. Oggi tutti i cinesi controllano giornalmente sui loro cellulari i vari tassi di inquinamento, quartiere per quartiere. Ma non solo. L’area della “grande Pechino”, e più in generale tutte le zone più popolate avevano una serie incredibile di sorgenti inquinanti da stabilimenti industriali costruiti con criteri ormai superati. Il popolo cinese non era, e non è, direttamente sensibile al problema dei gas serra, ma lo, e molto, a quello dell’inquinamento, di cui i gas serra sono comunque una conseguenza. Il COP 21 fu quindi l’occasione per iniziare un programma vastissimo di smantellamento d’impianti obsoleti (specialmente acciaierie e petrolchimica), e lo spostamento di altri in posti lontani dalle città e rimodernati per l’occasione. Furono inoltre sostanzialmente messe al bando le auto a combustione interna, non aumentando il numero delle targhe in circolazione per questo tipo di veicoli, e liberalizzando invece la disponibilità di targhe per auto elettriche. Fu dato infine un grande impulso alla produzione di energia verde di cui siamo tutti a conoscenza. Del piano presentato al COP 21 si ricorda solo una cosa: che il target temporale finale che si auto-impose la Cina non fu il 2050, come richiesto durante il COP, ma il 2060: sembra che lo stia rispettando. Forse erano più realisti degli altri. L’India sarà forse più sensibile alle pressioni internazionali, se esse verranno fatte, ma il loro sviluppo economico, e l’aumento della popolazione, renderanno a mio avviso inevitabile un aumento delle emissioni di gas serra. Che cosa resta dunque delle grandi speranze riposte nel COP 21 e in tutte le assisi successive? Fino ad ora siamo più o meno in linea con i vari programmi, ma molte nubi si addensano all’orizzonte, e non molto lontane. Staremo a vedere cosa succederà nei prossimi dodici mesi: ANCORA UNA VOLTA, NEL BENE E NEL MALE, L’OCCIDENTE SARÀ L’ARBITRO DI CIÒ CHE SUCCEDERÀ NEL MONDO.





