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L’ALLEANZA DEL DISONORE E IL GRANDE SHOW DOVE A RIMETTERCI È SEMPRE LUI, IL CITTADINO

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di Giorgio Cattaneo
 
L’incredibile è che si riesumi dalla storia del Novecento una sigla a suo modo gloriosa – Fronte Popolare, emblema della lotta contro l’oligarchia – per tentare un’operazione gattopardesca: mantenere in sella l’oligarca Marcon, ancorché ammaccato, per lasciare ancora fuori dalla porta l’opposizione gridata, populista e nazionalista. L’ultimo giro di valzer in Francia, “l’alleanza del disonore” tra il rosso Mélenchon e il signore dell’Eliseo (conventio ad excludendum, mediante la spudorata desistenza elettorale) sembra confermare due costanti: il ruolo ancillare della sinistra post-comunista, sempre funzionale ai piani della peggiore élite neoliberista, e l’altrettanto autolesionistico Fronte Nazionale, oggi Rassemblement National, utile a spaventare i francesi moderati spingendoli a rassegnarsi all’establishment.
Ai lepenisti non è bastato occultare il fantasma fascistoide del vecchio Jean-Marie Le Pen esponendo il giovanissimo e rampante Jordan Bardella, l’uomo che oggi denuncia il “disonore” incarnato dal patto tra Marcon e Mélenchon. L’anziano leader della sinistra transalpina, salito a sorpresa in cima alla classifica (sempre che l’esito del ballottaggio sia davvero trasparente), ha potuto affermarsi solo grazie alla sistematica intesa con l’arrogante capo dello Stato, una creatura dell’oscuro Jacques Attali. Monsieur le Président? Se si atteggia a Piccolo Napoleone, probabilmente, è anche per far dimenticare il suo pédigree di fidato maggiordomo dei Rothschild. Grazie agli elettori di sinistra (e alla destra nazionale, in funzione di spaventapasseri) resta al suo posto lo spietato manganellatore dei manifestanti francesi, il tagliatore di teste che vorrebbe allontanare all’infinito la soglia dell’età pensionabile.
Forse, ancora una volta – nonostante i drammatici aggiornamenti internazionali (ieri il rigore sanitario, oggi le infami guerre in corso) – la Francia riproduce plasticamente il copione europeo andato in scena all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Lo ricostruì con lucidità Paolo Barnard nel suo saggio “Il più grande crimine”, uscito quasi quindici anni fa: l’élite ordoliberista scelse proprio la sinistra come vettore strategico. Missione: “tradire il popolo” a suon di super-tasse e controriforme impopolari, varate allo scopo di smontare il welfare, impugnando l’austerity come clava per imporre le più devastanti privatizzazioni. Non era che una tessera del puzzle chiaramente mostrato dal profetico Jean Ziegler in un saggio come “La privatizzazione del mondo”, che denuncia il carattere unilaterale del globalismo incarnato dalle multinazionali finanziarie.
Un piano interamente supportato dalla post-sinistra del politicamente corretto, quella che in Italia premia Mimmo Lucano e Ilaria Salis dopo essersi inchinata al Vangelo di Greta, scritto dai maghi neri nei palazzi della City di Londra per assolvere il sovrano inquinatore e opprimere solo i sudditi, ancora e sempre. E così, a vincere è l’antico: accade anche oggi, nelle elezioni francesi. L’impavido compagno Mélenchon si avvale dei decisivi favori resigli da sua maestà Emmanuel Macron, lo stratega che sabotò in ogni modo il velleitario e timido “governo gialloverde” nato in Italia nel 2018 sull’onda del “sovranismo” ruspante, salviniano, immediatamente demonizzato e neutralizzato con ostruzionismi, minacce e ricatti. Quello francese sembra un possibile replay, a scoppio ritardato: vale tutto, se si tratta di delegittimare e fermare il populismo tribunizio.
Il caro estinto, in Francia, si chiama Partito Socialista. Con il primo Mitterrand, aveva dato l’impressione di poter promuovere davvero i diritti sociali, in Europa, anche dopo la tragica uccisione del premier svedese Olof Palme, vero leader laico dei progressisti continentali. Poi il sipario calò con il secondo mandato dello stesso Mitterrand, quando all’Eliseo – sostenne l’economista Alain Parguez – in veste di spin doctor si fece strada il “monarchico” Attali, futuro padrino di Macron. Ultimi lampi nel 2012 con Hollande, incaricato di contrastare l’euro-rigore interpretato dalla Merkel: ma la bomba esplosa a due passi da lui, allo stadio di Parigi, proprio nel sanguinoso giorno del Bataclan, spinse il presidente a rintanarsi nel palazzo per poi sparire dalle scene.
Il resto è cronaca di ieri: con l’ascesa di Macron finì l’incubo dei kamikaze stragisti e prese il via la feroce repressione dei Gilet Gialli. Neppure l’ultimissimo passaggio elettorale lascia presagire grandi rivolgimenti, al netto dell’eventuale instabilità parlamentare e governativa. Non è certo con le Le Pen e i Mélenchon, par di capire, che si possano sfrattare i poteri che tuttora si avvalgono di camerieri come Macron per sottomettere i popoli europei all’Agenda del Dominio. Gli stessi francesi, per primi, ammettono di aver votato anche stavolta turandosi il naso. Per una radicale rifondazione della democrazia, ormai è evidente, servirebbe un’altra politica: con un diverso lessico, per leggere il mondo in modo adeguato e restituire agli elettori la piena dignità di una cittadinanza consapevole. Rottamando per sempre le ridicole retoriche rosse e nere, tanto care agli eterni burattinai che organizzano il grande show.

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