Home Opinioni L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA E UNA CERTA SINISTRA CHE ORA PARLA DEL TRICOLORE

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA E UNA CERTA SINISTRA CHE ORA PARLA DEL TRICOLORE

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di Martino Mora

Occorre riconoscere che dopo due anni di nulla cosmico (o, peggio ancora, di scelte suicide) la maggioranza di governo, con l’Autonomia differenziata, ha realizzato, almeno sulla carta, una buona riforma.
Essa si basa sul principio di sussidiarietà o competenza sufficiente, secondo il quale il livello regionale di governo potrà svolgere ciò che in grado di fare da solo (richiedendo ulteriori competenze) senza l’intervento del livello superiore, cioè dello Stato centrale.
Ben lungi dall’essere la “secessione mascherata”, additata dalla più becera propaganda assistenzial-sinistroide, l’Autonomia non è nemmeno quella seria riforma federalista di cui ci sarebbe bisogno.
Il regionalismo differenziato, infatti resta un gentile concessione (revocabile unilateralmente dopo 10 anni) dello Stato centrale. Resta nell’ambito del regionalismo, non certo del federalismo, che prevederebbe l’introduzione in Costituzione della condivisione della sovranità tra Stato e Regioni (o Macroregioni), come in Germania, in Svizzera, in Austria, negli Usa e in qualunque altro Stato federale.
Inoltre la presenza dei prefetti in ogni Provincia italica mostra una palese incompatibilità con qualsiasi federalismo.
L’Italia resta uno Stato unitario regionale, cui si aggiunge come cennato aggiunta la presenza ingombrante dei prefetti,  non è certo un vero Stato federale. Con l’Autonomia vi sarà semplicemente una più completa applicazione del principio di sussidiarietà.
Meglio di niente: (“piutost che niente, l’è mei piutost” si dice a Milano). Non è una riforma epocale, come sostiene la Lega, ma tantomeno è una “secessione” come l’addita la solita demagogia sinistroide. E’ una buona riforma non epocale.
Meglio il regionalismo, basato sull’amore delle piccole patrie, del centralismo giacobino.
Amore per le piccole patrie, che, detto per inciso, ha sempre fatto infuriare i sovversivi di qualsiasi colore.
E’ anche interessante constatare come la sinistra, per reagire ostruzionisticamnete all’Autonomia, abbia addirittura abbracciato il Tricolore, cioè quella che fu la prima bandiera della sua storia. Quando la sinistra era massonica, carbonara, borghese, mazziniana o liberale (non comunista  beninteso ndr). Quando il Tricolore voleva dire la triade rivoluzionaria del 1789, la presa della Bastiglia, Il terrore giacobino e il grido nazionalista degli straccioni di Valmy.
Poi l’invasione napoleonica, le “Repubbliche sorelle”, la repressione degli Insorgenti, il rapimento di due Pontefici (d cui uno, Pio VI, morto in prigione) e infine il Risorgimento.
Un vessillo che invece la sinistra comunista amava molto poco, in quanto considerava lo stesso il simbolo giacobino della Rivoluzione del Terzo Stato e di quel nazionalismo moderno, superato dalla Storia e dall’avvento del proletariato.
Oggi la sinistra liberal, non più rossa ma fucsia e arcobaleno, non più antiborghese e anticapitalista ma ultraborghese e ultracapitalista, non più antiliberale ma superliberale, anzi liberal, riscopre, o meglio, riabilita (in nome del “piagni e fotti”, se non per opportunismo) il tricolore, la bandiera simbolo dei principi massonici e giacobini della Francia rivoluzionaria e del Risorgimento anticattolico.
Per chi non lo sapesse, il primo Tricolore italiano, copiato da quello francese del 1789, venne adottato dal Congresso della Repubblica cispadana del 1796, a Reggio Emilia, su proposta dell’ex sacerdote spretato e massone Giuseppe Compagnoni (1754-1833), come segno di solidarietà con gli invasori d’Oltralpe e di condivisione dei loro valori. Poi ripresi dal Risorgimento laicista e anticlericale.
La sinistra ha ritrovato la sua prima bandiera.

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