
di Sergio Restelli
Le utopie rinascimentali, spogliate dei loro aspetti più fantasiosi, rappresentano trasposizioni immaginarie di desideri etici e politici molto concreti. Non si tratta di progetti realizzabili, ma di ideali che riflettono un forte desiderio di rinnovamento sociale e istituzionale. Questi ideali sono stati spesso formulati da autori che avevano una conoscenza diretta e drammatica della politica del loro tempo: Tommaso Moro fu messo a morte per tradimento, Francesco Bacone condannato per corruzione e Tommaso Campanella incarcerato per molti anni.
Le loro opere ci lasciano una critica profonda delle società in cui vivevano, utilizzando l’espediente della narrazione utopica per evidenziare i difetti e proporre visioni alternative di giustizia, progresso e organizzazione sociale. Tuttavia, il prezzo che pagarono per le loro visioni utopiche fu spesso altissimo, manifestandosi in persecuzioni personali e giudiziarie, dimostrando quanto le loro idee fossero in contrasto con le realtà politiche e sociali del loro tempo. Le utopie rinascimentali, spogliate dei loro aspetti più fantasiosi, rappresentano trasposizioni immaginarie di desideri etici e politici molto concreti. Non si tratta di progetti realizzabili, ma di ideali che riflettono un forte desiderio di rinnovamento sociale e istituzionale. Questi ideali sono stati spesso formulati da autori che avevano una conoscenza diretta e drammatica della politica del loro tempo: Tommaso Moro fu messo a morte per tradimento, Francesco Bacone condannato per corruzione e Tommaso Campanella incarcerato per molti anni.
Le loro opere ci lasciano una critica profonda delle società in cui vivevano, utilizzando l’espediente della narrazione utopica per evidenziare i difetti e proporre visioni alternative di giustizia, progresso e organizzazione sociale. Tuttavia, il prezzo che pagarono per le loro visioni utopiche fu spesso altissimo, manifestandosi in persecuzioni personali e giudiziarie, dimostrando quanto le loro idee fossero in contrasto con le realtà politiche e sociali del loro tempo. Le utopie rinascimentali, spogliate dei loro aspetti più fantasiosi, rappresentano trasposizioni immaginarie di desideri etici e politici molto concreti. Non si tratta di progetti realizzabili, ma di ideali che riflettono un forte desiderio di rinnovamento sociale e istituzionale. Questi ideali sono stati spesso formulati da autori che avevano una conoscenza diretta e drammatica della politica del loro tempo: Tommaso Moro fu messo a morte per tradimento, Francesco Bacone condannato per corruzione e Tommaso Campanella incarcerato per molti anni.
Le loro opere ci lasciano una critica profonda delle società in cui vivevano, utilizzando l’espediente della narrazione utopica per evidenziare i difetti e proporre visioni alternative di giustizia, progresso e organizzazione sociale. Tuttavia, il prezzo che pagarono per le loro visioni utopiche fu spesso altissimo, manifestandosi in persecuzioni personali e giudiziarie, dimostrando quanto le loro idee fossero in contrasto con le realtà politiche e sociali del loro tempo. Machiavelli, diversamente si impegna, e con tutte le forze, fino alla morte, nell’individuare le vie per contrastare la Fortuna – anche quelle più estreme ed «eccessive», quelle «pazze», perché con i mezzi ordinari non è possibile contrastarne il potere e il predominio. Questo, in fondo, è l’assillo più profondo di Machiavelli: come riuscire a costituire un principio di libertà dell’uomo e dell’iniziativa umana in un mondo dominato dal caso, dal disordine, dalla Fortuna. Ciò può avvenire solo sulla base di una considerazione lucida e rigorosa della realtà e dei rapporti di forza. Ma la ragione non basta; ci vuole qualcos’altro. È qui che si apre lo spazio della «pazzia»: la tensione fra «ragione» e «pazzia» è un elemento costitutivo del discorso di Machiavelli, ma la «pazzia» – cioè l’eccesso – ha un senso, e un fondamento, solo se è un’accensione della ragione, il lampo che conclude e realizza un ragionamento, spostandolo oltre i termini di una ordinaria analisi della situazione.
La politica – è questo che Gramsci intuisce nei Quaderni – deve essere «affetto», febbre, fanatismo di azione; a patto, però, di essere fondata sulla ragione. Altrimenti, scade in pura fantasticheria: in politica, per Machiavelli, la cosa peggiore. La politica è una sfida estrema, e richiede per questo una «eccessiva virtù». In Machiavelli, in forma implicita o dichiarata, agisce una dialettica strutturale tra disperazione e speranza ed eccesso, pazzia: è dal massimo della disperazione che nasce, e si sviluppa, d’improvviso e imprevedibile – attraverso iniziative inopinate – la speranza, l’azione.
Sta qui la ragione dell’utilizzo da parte di Machiavelli, che certo non è un profeta, di un lessico di tipo profetico-religioso nella Exhortatio che chiude il Principe. Quando la politica diventa lotta per la vita o per la morte cambia anche il lessico, e non può non essere così, se si vuole rendere chiaro al lettore il trascendere dal piano logico a quello della febbre, del fanatismo dell’azione,, «l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di ‘appiccicato’ dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un ‘manifesto politico’.
Machiavelli è stato in senso proprio un riformatore e anche un utopista – termine, quest’ultimo, esplicitamente –, muovendo però sempre da un’analisi lucida, rigorosa, disincantata della realtà. Sono due aspetti di un pensiero fortemente unitario, che non possono essere staccati l’uno dall’altro. Quando ciò accada si cristallizzano due stereotipi privi entrambi di fondamento: il Machiavelli che spiegherebbe ai popoli come funziona il potere o il Machiavelli dei teorici della ragion di Stato, cioè il Machiavelli del machiavellismo, il contrario di quello che egli storicamente è stato e, soprattutto, ha voluto essere. Se cercare di afferrare il nucleo originario di un pensatore è sempre opportuno, nel caso di Machiavelli è indispensabile, proprio tenendo conto dei caratteri della sua ‘fortuna’ – effetto, in molti casi, della drastica separazione degli elementi che costituiscono l’unità viva della sua esperienza umana, intellettuale, politica.





