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LA FINE DEL CATTOCOMUNISMO ULIVISTA

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LA FINE DEL CATTOCOMUNISMO ULIVISTA

Le elezioni europee, per quanto riguarda la ricaduta sull’Italia, hanno messo in evidenza tre fattori fondamentali per il futuro del Paese: la netta vittoria di Giorgia Meloni e del centro destra, con la conseguenza che il governo attuale finirà solo con la fine della legislatura; la scomparsa delle illusioni del cosiddetto centrismo riformista sorosiano; la fine del cattocomunismo ulivista.

Partiamo da quest’ultimo dato, che è il meno visibile, ma che ha una portata di grande spessore.

Elly Schlein, portando il Pd a quota 24 per cento, si aggiudica la leadership del partito mettendo fine alle speranze della solita orchestra che comprende Romano Prodi e Dario Franceschini e che si allarga, sotto le fronde dell’Ulivo, alla Ditta di Massimo D’Alema e, giù giù per li rami (è il caso di dirlo: molto giù) al perdente Giuseppe Conte, il dalemian-cattocomunista, allevato dai silvestrini (leggi gruppo di San Gallo, ossia Vaticano).

La beffa della storia è che la Schlein era stata messa dov’è proprio da loro, i cattocomunisti prodiani, per bloccare Bonaccini, con l’intento di utilizzarla come una sorta di pupazzo da scaricare al momento opportuno, ossia quando Paolo Gentiloni Silveri fosse stato in grado di tornare a dirigere il Pd, proseguendo l’opera di quell’accordo che è durato quasi trent’anni e che ha portato alla svendita dell’Italia, programmata nel 1992 sul Britannia, e alla supina posizione del Bel Paese alle logiche della diarchia franco tedesca (oggi in rovina), cammuffata da europeismo.

Che la fase trentennale dell’ircocervo cattocomunista guidato dal duo Prodi-D’Alema sia a fine corsa si era avvertito anche da alcuni segnali pre elettorali, ma le urne hanno messo una pietra tombale su un grumo di potere che ha tenuto in ostaggio l’Italia per un trentennio: dieci anni più del ventennio fascista.

Cosa farà Elly Schlein del Pd è tutto da vedere. Probabilmente sposteràulteriormente il partito sulle posizioni di un progressimo radical chic, in sintonia con i Dem Usa, con qualche sentiment di ascendenza Soros.

Cosa faranno i cattocomunisti sarà da vedere. Rimane il fatto che il loro grumo di potere è in rottamazione e questo indebolisce obbiettivamente anche Sergio Mattarella, che del cattocomunismo ulivista è stato espressione.

Non solo. A indebolire la squadra da sempre legatissima alla parte francese della diarchia franco tedesca è il crollo di Macron, che fa venir meno la sponda transalpina, non solo ai cattocomunisti, ma anche al Colle.

La fine di un regime, che ha alla base la sinistra democristiana incarnata da Romano Prodi, apre nuovi scenari e possibili rimescolamenti di carte oggi difficilmente prevedibili.

Prevedibile è la fine di Giuseppe Conte, l’uomo che ha commissariato, per conto del cattocomunismo, il Movimento Cinque Stelle e che ora dovrà fare i conti con una sconfitta che ne mette in discussione, forse definitivamente, la leadership.

Il Vaticano dei silvestrini ha perso il proprio strumento politico nel Paese.

La fine del cattocomunismo è anche la fine della cordata cinese che, guarda caso, finisce male anche con la caduta del napoleoncino d’oltralpe.

Diciamo che Sant’Elena, protettrice di Macron Napoleon, ha esteso la sua protezione agli aspiranti alla Légion d’honneur.

Il secondo fattor da tenere in considerazione è la misera performance dei partiti del cosiddetto riformismo centrista.

Finisce malissimo Stati Uniti d’Europa, dove alla Bonino si è aggregato Matteo Renzi. Il partitello finanziato da Soros è caduto nel nulla.

Nel nulla è finito anche Carlo Calenda.

Nel complesso il riformismo centrista è il nulla.

Veniamo alla vittoria di Giorgia Meloni.

Leader in Italia, confermata dalle urne e dalle urne proiettata come leader europea, al 50° vertice del G7, che si svolgerà dal 13 al 15 giugno prossimi, nel comune di Fasano, presso l’hotel Borgo Egnazia, in Puglia, Giorgia Meloni si presenterà come una leader vincente, mentre i due ex pilastri dell’Unione Europea, ossia Emmanuel Macron e Olaf Scholz si presenteranno come leader perdenti e, con tutta probabilità, uscenti dalla scena politica.

Al G7 si intrecciano molte strade e anche molti dossier internazionali, ma con una diarchia franco tedesca frantumata, a Giorgia Meloni si apre la possibilità di affermarsi come leader internazionale nel quadro delle alleanze occidentali e come attore fondamentale per un’azione geopolitica in un mondo ormai chiaramente multipolare.

Per quanto riguarda l’Italia, la solida affermazione del centro destra, che naviga intorno al 48 per cento dei voti alle europee, consentirà a Giorgia Meloni di portare a compimento alcune riforme fondamentali e una postura dell’Italia in politica estera che riporti il Paese ad essere membro attivo dell’Alleanza Atlantica. Alleanza che, a tutti gli effetti, continua ad essere uno dei punti di riferimento essenziali anche per l’Unione Europea che, così com’è, in quanto ad assetto giuridico, non sarà mai in grado, nonostante i desideri di Mattarella, di esprimere alcuna reale sovranità, in quanto per essere sovrana dovrebbe essere ciò che non è: una federazione di Stati come sono gli Stati Uniti d’America e non una sorta di tricorno senza una costituzione e con un apparato burocratico mostruoso.

Dulcis in fundo. Forse, dopo la fine del cattocomunismo, potremo continuare a sentirci una nazione e non una “collettività”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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