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MANI PULITE, IL VERO SCOOP È LA TEMPISTICA

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L’intervista di Giovanni Pellegrino al Corriere della Sera ha suscitato molti commenti, tutti basati sulle affermazioni dell’ex senatore comunista, quasi fossero una novità eclatante, una rivelazione che mette a nudo i segreti di Mani Pulite e il disegno sottostante, nonché la conoscenza, da parte di Massimo D’Alema, del  disegno e di quanto il pool di magistrati stava realizzando.

Savino di Scanno e Salvo di Bartolo, su questo stesso numero del giornale, ripropongono interrogativi in tal senso.

Il fatto è che le affermazioni di Giovanni Pellegrino non sono una novità, ma sono prese, pari pari, dal libro intervista che lo stesso Pellegrino ha fatto con Giovanni Fasanella nel 2005, completamente passato sotto silenzio, in quanto in quel periodo era imperante la linea politica nata dall’azione di Mani Pulite e realizzata dall’Ulivo e dal Pd.

La guerra civile

Nel libro: “La guerra civile”, di Giovanni Fasanella e Giovanni Pellegrino (disponibile in edizione Bur) e uscito nel 2005, a proposito dell’idea dei magistrati, non solo italiani, che Pellegrino aveva appreso leggendo un libro in francese, lo stesso afferma: “La loro idea era che, caduti i muri, un mondo in cui i mercati si stavano globalizzando avrebbe per virtù propria distribuito meglio la ricchezza. Pensavano che si sarebbe attivata una sana concorrenza e che, quindi, il mercato non avrebbe più avuto bisogno della politica, vissuta soltanto come un elemento di perturbazione. Nella loro visione, sarebbe stato sufficiente un governo tecnocratico, che avrebbe arbitrato i giochi evitando che i politici si intromettessero. Una volta che tutto si fosse stabilizzato, che la partita si fosse giocata secondo le regole del mercato, che bisogno ci sarebbe stato della politica? Ci misi un po’ di tempo, ma alla fine mi resi conto che la filosofia di Mani Pulite era proprio quella illustrata nel libro su giustizia o caos”.

La frase chiave è: “governo tecnocratico”.

“Avevano [i magistrati, ndr] – continua Pellegrino nel libro scritto con Fasanella – un disegno e lo perseguivano esasperando la tecnica giuridica per provocare impatto emotivo. Ricordo un’intervista di Borrelli proprio sul nuovo ruolo dei giudici: diceva che il XIX secolo era stato il secolo dei Parlamenti, il XX quello degli Esecutivi e che il XXI sarebbe stato quello della Giurisdizione. Era un disegno, intendiamoci, che aveva anche una sua nobiltà. Solo che si basava sul presupposto sbagliato che, caduto il Muro di Berlino, la storia dell’uomo fosse finita e che la politica avesse esaurito la propria funzione, perché ormai si andava verso la pace universale garantita dalla globalizzazione. […]. I magistrati si sentivano la punta di una piramide tecnocratica che comprendeva altri poteri, come le banche centrali e la grande finanza internazionale”.

La storia dell’uomo finita? Sono le idiozie di Fukuyama propalate per conto dei Dem americani, i quali, Clan Clinton in testa, ritenevano che ormai, caduto il Muro di Berlino, gli Usa fossero il solo gendarme e faro del mondo, destinato a inondare di luce il pianeta.

Fine della politica? E’ la logica della finanza e delle multinazionali dell’ordoliberismo.

Piramide tecnocratica? Immagini da Illuminati di Baviera, da Socialisti fabiani, da cupola tecno-finanziaria.

Dietro alla politica Usa e alle logiche di certi magistrati c’era, questo il punto, la cupola finanziaria e la sua logica tecnocratica.

Anche per quanto riguarda D’Alema, nessuna novità.

Fasanella chiede a Pellegrino se può chiarire una volta per tutte un punto controverso, ossia se D’Alema era o no d’accordo con Occhetto sulla linea giustizialista.

“Non era d’accordo con Occhetto – afferma Pellegrino -, però inizialmente stette al gioco, pur avendo una cultura garantista e una profonda diffidenza per le tecnocrazie giudiziarie. Allora era presidente del gruppo della Camera e gli chiesi un colloquio per esprimergli le mie perplessità su Mani Pulite. Mi liquidò con poche parole, dicendomi di lasciar perdere, perché era in atto una rivoluzione. E le rivoluzioni, da che mondo è mondo, avevano sempre implicato un prezzo di sangue con le ghigliottine e i plotoni di esecuzione. Quindi erano ben accettabili, in Italia, un avviso di garanzia o un mandato di cattura di troppo di fronte alla portata rivoluzionaria di Mani Pulite. Anche se avessero colpito qualche nostro compagno, come nel frattempo stava avvenendo”.

Nessuna novità, dunque, se non nella tempistica, tesa a rimettere sotto la lente di ingrandimento dell’opinione pubblica, ora, in questo momento specifico, un progetto di sostituzione della democrazia con la tecnocrazia che ora, dopo trent’anni di regime, sta mostrando la corda.

Nel libro scritto con Fasanella, Pellegrino mette in chiaro la funzione dell’Ulivo.

Perché chiede Fasanella l’Ulivo andò al governo e ci rimase?

“Innanzitutto – dice Pellegrino – perché l’Ulivo non era lo schieramento progressista di Occhetto, ma una coalizione più ampia e aperta ai moderati. In secondo luogo perché a guidare la coalizione di centrosinistra era Romano Prodi, un cattolico democratico, ma anticomunista, legato ai circoli dell’adamismo illuminato dell’Europa e dell’America, ed espressione dei “poteri tecnocratici”. Infine, perché la coscienza collettiva cominciò a introiettare che il Pds era qualcosa di più di un partito di ex comunisti, una volta che era stato accolto nell’Internazionale socialista: era entrato a pieno titolo nella grande famiglia della socialdemocrazia europea. Con l’Ulivo stava per arrivare in qualche modo a compimento il disegno di quegli ambienti laico-azionisti di cui abbiamo a lungo parlato: quello di una loro egemonia all’interno di un centrosinistra pienamente legittimato perché non più condizionato dalla presenza di un’anomalia comunista”.

In queste affermazioni emergono due questioni di grande rilevanza: il fatto che Romano Prodi fosse espressione dei poteri tecnocratici e che il Pds fosse legittimato in quanto parte dell’internazionale socialista.

Qui emerge in grande errore di Bettino Craxi, il quale fece sì che gli eredi del Pci entrassero nell’internazionale socialista, legittimandoli.

Nelle parole attribuite da Pellegrino a Massimo D’Alema su ghigliottina e plotoni di esecuzione ci sta tutto il cinico tradimento del Pds nei confronti del socialismo riformista, in quanto quei socialisti “accettati” erano già in combutta con i poteri tecnocratici, ossia con la cupola finanziaria, la cui logica ritroviamo in quella dei giudici citati da Pellegrino.

Non a caso i due padri dell’Ulivo sono Massimo D’Alema e Romano Prodi.

A questo punto ritorna la domanda. Perché proprio ora il Corriere della Sera tira in ballo cose già dette nel 2005, ossia quasi vent’anni fa?

Prima di tentare una risposta è necessario spulciare un altro libro interessante: “The end”, di Andrea Spiri.

The end

Andrea Spiri, che si occupa di una massa di documenti Usa desecretati, nel 2022 scrive: “E l’America si schiera dalla parte dei giudici che danno fiato alle inchieste sulla corruzione, interrogandosi al contempo sull’«affidabilità» dei movimenti e degli uomini «nuovi», i volti «giovani e onesti» che si candidano a riempire il vuoto di rappresentanza. Domina, nei resoconti e nelle informative dell’universo a stelle e strisce, il disinteresse per le sorti del vecchio ceto di governo, prevale nella narrazione sul regime change l’esigenza di «guardare avanti», di non attardarsi nella salvaguardia dell’esistente”.

Eccoci giunti quasi alla fine di questo possibile ragionamento interpretativo.

Manca solo una vignetta. Quella in prima pagina del Corriere della Sera del 4 giugno scorso.

Giannelli

Un quadretto di famiglia. Mattarella se ne sta ingobbito su Salvini, steso a tappetino, e porta sulle spalle la sovranità di Ursula Von Der Leyen. Da una parte Elly Schlein sorretta da Conte e dall’altra Giorgia Meloni, sorretta da Tajani, con le pistole puntate.

A ben guardare, la sovranità non è l’Unione Europea, ma in sottigliezza iconica, Ursula Von der Leyen, ossia l’alleanza tra socialisti e Partito popolare europeo. Alleanza che è ora oggetto di contesa (le pistole puntate) tra progressisti e conservatori e non è detto che il futuro della rappresentanza della “sovranità” europea (mostro giuridico) incoroni la baronessa.

Veniamo al dunque.

La vera novità delle affermazioni di Giovanni Pellegrino non sta nelle affermazioni stesse, ma nella tempistica con la quale il Corriere della Sera ha portato all’attenzione del popolo elettore un disegno politico tecnocratico, esiziale per la democrazia, espressione di idee provenienti da oltre oceano, frutto della cupola finanziaria e dei dem del Clan Clinton & Co.

Disegno politico tecnocratico e antidemocratico attuato in Italia con la messa fuori gioco dei vecchi partiti, grazie a Mani Pulite e con la gestione del dopo fine Prima Repubblica da parte dell’Ulivo, ossia della sinistra democristiana tecnocratica legata alla finanza bianca e di un Pds ormai legittimato dagli Usa grazie all’entrata in un’internazionale socialista che ha tradito la socialdemocrazia della Bad Godesberg per associarsi al fabianesimo.

Il Corriere gioca all’interno delle correnti del Pd? Non credo.

Credo sia finito quello schieramento dalla parte dei giudici di cui parla Andrea Spiri e che, mi si consenta il gioco di parole, dagli Usa “spiri” tutt’altra aria, la quale fa sì che “spiri” un regime durato trent’anni.

Dalla tecnocrazia si torna alla democrazia? La domanda a questo punto è: a che serve sorreggere la corona della Von der Leyen?

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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