
Una pace giusta (aggettivo usato da Zelensky per dire che non può essere che quella che vede il ritiro della Russia da Donbass e Crimea), se andiamo oltre gli interessi specifici dell’Ucraina, non può essere che quella che crea stabilità nell’area europea e, pertanto, non può essere che quella resa politicamente possibile da un accordo che non riguarda solo Putin e Zelensky, ma un nuovo equilibrio tra Nato e Russia, ossia, in buona sostanza, tra Usa e Russia.
Prima di entrare nel merito di quella che potrebbe essere una pace possibile, guardiamo ai fatti, perché la realtà si impone, al di là di ogni gridata propaganda.
Il presidente del Joint Chiefs of Staff Mark Milley ha dichiarato nei giorni scorsi alla CNNche sebbene l’Ucraina sia “molto ben preparata” per una controffensiva contro l’invasione russa in corso, è “troppo presto per dire quali risultati accadranno”.
In un’intervista esclusiva dalla Normandia, Francia, Milley ha affermato che Kiev sta combattendo una guerra che è “una minaccia esistenziale per la stessa sopravvivenza dell’Ucraina”, ma che ha anche “un significato maggiore per il resto del mondo”, indicando specificamente l’Europa e gli Stati Uniti.
L’Ucraina è preparata alla controffensiva, ha detto Milley, perché gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali hanno fornito “addestramento e munizioni”, oltre a “consigli” e “intelligence”.
Il conflitto si è esteso anche alla Russia, con presunti attacchi di droni ucraini avvenuti a Mosca e bombardamenti a Belgorod.
Alla domanda se attacchi come questi avrebbero intensificato la guerra, Milley ha detto che c’è “sempre il rischio” di un’escalation e ha affermato che gli Stati Uniti stanno monitorando la situazione “molto, molto attentamente”.
Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha dichiarato alla CNN la scorsa settimana che gli Stati Uniti ritengono che la controffensiva di Kiev “consentirà all’Ucraina di riprendersi un territorio strategicamente significativo dalla Russia”.
“C’è stata per mesi una spinta piuttosto consistente da parte di alcuni in Ucraina per essere più aggressivi”, ha detto una fonte che ha familiarità con l’intelligence statunitense. “E c’è stata sicuramente una certa disponibilità a livelli alti. La sfida è sempre stata la loro capacità di farlo”.
Parlando a nome di Vasyl Malyuk, capo del servizio di sicurezza ucraino, un portavoce ha suggerito che gli attacchi all’interno dei confini russi non si fermeranno. Il portavoce ha detto alla CNN che “il ‘cotone’ ha bruciato, sta bruciando e continuerà a bruciare”, usando lo slang ucraino per indicare le esplosioni in territorio russo.
Che ci siano due linee di approccio al futuro della guerra tra Russia e Ucraina è palese.
Da un lato c’è scetticismo sulla possibilità di una vittoria ucraina. Dall’altro c’è la volontà di puntare su un’escalation del conflitto.
In mezzo c’è la guerra di propaganda, che vede i russi dire di aver sconfitto un tentativo di controffensiva e gli ucraini smentire.
Stessa cosa sta avvenendo al riguardo del crollo della diga di Nova Kakhovka, vicino a Kerson, che fornisce acqua alla Crimea e alla centrale atomica di Zaporizhzhia, per il raffreddamento degli impianti.
Kiev accusa i russi, i russi accusano Kiev. Dove stia la verità è difficile da verificare. Quel che conta è che un disastro che coinvolga la centrale di Zaporizhzhia, oggi in mani russe, come la diga, riguarda direttamente l’intera Europa.
Al netto del balbettio della signora Ursula, la questione di una stabilizzazione di quella penisola euroasiatica che si chiama Europa è una questione che riguarda la sicurezza dell’intero pianeta.
E’ questione che, al di là delle belle parole e degli abbracci a Zelensky, riguarda direttamente tutti i governi europei (l’Unione Europea conta come il due di coppe quando si gioca a spade) e riguarda in prima persona gli Stati Uniti d’America e la Nato.
Attorno alla guerra in Ucraina si stanno svolgendo vari giochi di potere che interessano anche la diplomazia.
La Cina, con un viaggio in Europa già svolto e uno annunciato, con l’appoggio di Parigi, tenta la carta della mediazione. Il cardinale Zuppi è andato a Kiev ad “ascoltare” ed è cosa meritoria, sempre che il Vaticano, grazie anche alla rete di Sant’Egidio, non stia lavorando in accordo con Pechino.
Una mediazione cinese o vatican-cinese non avrebbe alcuna possibilità di avere successo, in quanto non sarebbe mai accettata da chi domina la Nato.
E qui si apre un altro fronte, quello tra Regno Unito e Usa.
A stoppare una possibile iniziativa vatican-cinese è arrivato a Kiev, in contemporanea con Zuppi, l’inglese James Cleverely per parlare con Zelensky del summit di Vilnius e di formule di pace e di ricostruzione (un business annunciato). James Cleverely ha recentemente sostenuto che l’Ucraina ha il diritto di attaccare la Russia sul suo territorio.
Mentre gli Usa aprono alla Russia per un dialogo, già accettato da Mosca, sulle armi nucleari, la Gran Bretagna gioca al rialzo. La posta è, con tutta evidenza, chi comanda nella Nato e chi impone l’agenda alla imbelle Unione Europea, assorta nell’oppiaceo green day, imposto dal socialista Timmermans e dalla signora Ursula (ambedue da spedire alle loro rispettive abitazioni al più preso possibile).
L’Unione Europea, intenta a propinarci tutto il green possibile, compreso il green pass universale, in accordo con l’Oms, ormai nelle mani dei magnati della finanza, anche se continua a presentarsi come organizzazione mondiale, ha ben poco da dire. Ben poco da dire ha avuto anche quell’invenzione di Macron che si chiama Comunità Politica Europea, sede di chiacchiere inconcludenti e di passerelle per impotenti.
Rimane il fatto che gli Stati europei viaggiano a marce diverse e su obiettivi diversi. C’è un asse che ha come punto di riferimento la Polonia e gli inglesi, al quale partecipa anche l’Italia di Giorgia Meloni e c’è un’asse franco tedesco che balbetta con la Cina, tentando di smarcarsi dagli Usa e dagli inglesi.
La Spagna è in catalessi, in attesa che il 23 luglio, come pare possibile, Sanchez faccia le valigie. Vedremo come il governo probabilmente a guida Partito popolare si schiererà.
Gli Usa sono in grande difficoltà all’interno, a causa di un presidente ormai inabile ai lavori e sottoposto ad una pressione costante da parte dei repubblicani, anche per i suoi ormai quasi acclarati interessi personali nella distribuzione di fondi esteri (leggi Ucraina) quando era vice presidente.
L’accusa dei repubblicani è che Biden, al tempo in cui era vicepresidente di Obama, avrebbe fatto la cresta per ben 5 milioni di dollari sui fondi da dare all’Ucraina.
Vediamo la questione nel dettaglio.
Il presidente del comitato di supervisione della Camera, il deputato James Comer, ha detto martedi a Newsmax che ci sono prove in un documento dell’FBI che mostrano che Joe Biden, negli ultimi 18 mesi della sua vicepresidenza, ha tratto profitto personalmente dal suo ruolo di distribuzione di aiuti stranieri.
In un’intervista a “Wake Up America” Comer ha affermato che il documento dell’FBI riguarda l’Ucraina.
“In questo modulo [FBI] 1023 che ho visto ieri – ha detto Comer – l’oligarca che avrebbe corrotto Joe Biden quando era vicepresidente ha detto che avrebbe reso quasi impossibile trovarlo per chiunque perché lo avrebbero riciclato attraverso una serie di banche e un serie di società di comodo”.
Questo tipo di documenti contiene informazioni provenienti da fonti riservate dell’FBI.
Secondo Comer, all’epoca delle trattative per gli aiuti esteri, l’allora vicepresidente non aveva intenzione di diventare presidente.
“Sfortunatamente per Joe Biden, non è una persona molto carismatica e nessuno avrebbe comprato un libro da Joe Biden alla sua età. Era stato in politica per tutta la vita, quindi non era richiesto per i consigli di amministrazione. Quindi – ha accusato Comer – sembra che abbia preso la decisione … avrebbe approfittato dell’ultimo anno e mezzo della sua vicepresidenza”.
In buona sostanza Comer, impietosamente, afferma che Biden prima di andarsene si sarebbe fatto un gruzzoletto milionario, una sorta di buona uscita.
Comer ha anche descritto come la giuria cercherebbe di ritenere il direttore dell’FBI Christopher Wray in oltraggio al Congresso se non consegnasse il documento in esame.
“Questo non è un documento riservato”, ha spiegato. “[l’FBI] si è seduto su questo documento per anni e anni e anni. È datato giugno 2020, ma in realtà ha note a piè di pagina che risalgono al 2017. Quindi, per sette anni, l’FBI si è seduto su questo documento.”
Comer ha confutato l’idea che il documento non potesse essere consegnato a causa di un’indagine in corso.
“Penso che il Comitato di supervisione della Camera abbia prodotto più informazioni in quattro mesi, rispetto all’FBI in sette anni”, ha detto Comer, giurando: “Faremo il lavoro che l’FBI avrebbe dovuto fare. E hanno semplicemente bisogno di rispettare il nostro mandato di comparizione”.
Sia Comer che il rappresentante Jamie Raskin hanno esaminato le accuse nel documento lunedì.
Inoltre l’ex agente speciale dell’FBI, diventato informatore, Stephen Friend ha detto martedi su Newsmax che deve essere condotta un’indagine per scoprire perché l’FBI non ha indagato sulle affermazioni secondo cui il presidente Joe Biden, mentre era vicepresidente, era coinvolto in un presunto piano di corruzione con un cittadino straniero,
“Se non hanno fatto nulla, questo è un grosso problema”, ha detto Friend al “National Report di Newsmax -. Se non l’hanno chiuso per motivi politici, allora ci deve essere una sorta di responsabilità”.
I commenti di Friend riguardano un documento FD-1023 non classificato dell’FBI riguardante le affermazioni di un informatore secondo cui Biden era coinvolto in un incidente di corruzione da 5 milioni di dollari. L’FBI ha rifiutato di consegnare il documento a Capitol Hill per la revisione da parte del presidente della commissione di supervisione della Camera, il rappresentante James Comer e del membro di rango, il rappresentante Jamie Raskin.
Biden non naviga in buone acque e nemmeno i Democratici, visto che, dopo l’annuncio di Biden di voler candidarsi per un secondo mandato, hanno inventato una vicepresidenza per Obama. In buona sostanza Biden sarebbe un presidente con badante al seguito.
Mala tempora currunt per gli Usa se Biden è ridotto in questo modo.
E qui si capisce l’interventismo degli inglesi a fronte di una confusione mentale americana.
Fatto il quadretto demoralizzante relativo alla leadership in campo e alle manovre sottostanti, quale può essere una pace giusta, ossia politicamente capace di creare nuova stabilità?
Qui le carine di Ispi ci introducono visivamente alla questione vera: il rapporto tra Nato e Russia ossia tra Usa e Russia.








Come appare del tutto chiaro, nel corso degli anni che vanno dal 1955 al 2020 la Nato ha associato una serie di Stati, costruendo attorno alla Russia una cintura che è, salvo l’Ucraina e la Bielorussia, ai confini con il territorio di Mosca.
In 65 anni, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la Russia si è trovata progressivamente circondata dalla Nato, la qual cosa, evidentemente, ha creato nella percezione di Mosca l’idea che l’Alleanza Atlantica, ossia gli Usa, fossero attestati sulla porta di casa, con un controllo strategico di terra e di mare (il Mar Baltico, di fatto, è diventato un lago Nato).
Soffocata sul Baltico, Mosca, visto anche l’affaccio sul Mar Nero di Paesi Nato, ha messo in atto, con l’attacco all’Ucraina, prima che potesse diventare un ulteriore paese Nato al confine, una strategia bellica tesa a conquistare il Mar d’Azov, con l’accesso ai Cinque Mari e a stabilire una propria alleanza condominiale con la Turchia sul Mar Nero, al fine di consentirsi l’accesso al Mediterraneo, dove ha un’importante base a Tartuz e dove gioca gran parte delle sue carte in rapporto con i Paesi africani.
La questione Ucraina, pertanto, va vista in un’ottica più ampia.
Una riconquista del Donbass e della Crimea da parte ucraina farebbe fallire la strategia di Mosca di accesso ai mari, cosa dai russi ritenuta vitale.
Qui si apre un’altra questione di non secondaria importanza: il ruolo della Turchia.
«Stiamo costruendo il canale del secolo, un progetto di dimensioni così immense che non può essere paragonato ai canali di Panama o Suez», diceva Erdoğan nel 2011 alla presentazione del progetto del nuovo canale artificiale parallelo al Bosforo, unica via che collega attualmente Mar Nero al Mar di Marmara, nonché al Mediterraneo.
Inizialmente il nuovo «Canale Istanbul» doveva essere concluso nel 2023, ma l’inizio dei lavori è slittato a giugno 2021 e i lavori dureranno 7 anni.
Il piano di costruzione del «canale Istanbul», che come il Bosforo collegherà il Mar Nero e il Mar di Marmara, prevede un costo di costruzione tra 10 e 15 miliardi di dollari e una capacità di 160 transiti giornalieri; mentre il fatturato generato si dovrebbe aggirare attorno ai 25 miliardi di dollari nei primi 20 anni di attività.
Il canale sorgerà a occidente di Istanbul, con una lunghezza di 45 km e una profondità di 20,75 metri.
Il nuovo canale, esente dalla convenzione di Montreux del secolo scorso, sarebbe unicamente sotto l’egida turca, in grado così di stabilirne le regole di passaggio, presumibilmente avvicinandosi alla linea statunitense che ha sempre voluto allentare le restrizioni per le sue navi da guerra. Come scriveva il quotidiano russo Nezavisimaya Gazeta: «Con la costruzione del Canale di Istanbul, la condizione degli Stretti tornerebbe a quella nel 1913», quando più di un secolo fa, l’Impero Ottomano faceva entrare nel Mar Nero a sua discrezionalità. La questione rimane contorta e imprevedibile poiché il «Canale Istanbul» è alternativo solo al Bosforo, mentre per l’entrata nei Dardanelli e nel Mar di Marmara rimane in vigore la convenzione di Montreux.
La Convenzione di Montreux è un accordo risalente al 1936 che conferisce alla Turchia il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il testo prevede che in tempo di guerra, se la Turchia è neutrale, non è consentito il passaggio nel Mar Nero di navi da guerra di qualsiasi Paese belligerante. Se la Turchia è parte di un conflitto può opporsi al passaggio di navi da guerra di qualunque Paese.
La Turchia ha fatto sapere che applicherà la Convenzione di Montreux, che regola il passaggio delle navi da guerra attraverso lo stretto dei Dardanelli, per evitare che il conflitto tra Russia e Ucraina degeneri ulteriormente.
In tempo di pace, secondo la convenzione di Montreaux, le navi mercantili godranno di completa libertà di passaggio e di navigazione negli Stretti, di giorno e di notte, quali che siano la bandiera e il carico, senza alcuna formalità […].
Il tema di fondo rimane quello dei finanziamenti per il progetto. Nel giugno 2021, l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) poneva la questione in questi termini: “In molti temono che un progetto così oneroso esponga l’economia turca, già in difficoltà, al peso di un debito ancora maggiore nei confronti di eventuali finanziatori stranieri, come la Cina o il principale alleato regionale di Ankara: l’emiro del Qatar. Secondo Reuters, infatti, le sei principali banche d’affari turche si sono mostrate riluttanti a finanziare il progetto, che secondo molti studi di fattibilità andrà incontro a probabili ostacoli e battaglie legali. Sul sostegno economico dell’oneroso progetto, al momento, le informazioni fornite dal governo risultano opache: un portavoce della presidenza ha affermato che c’è già molto interesse per la gara di appalto che sarà aperta a tutti, comprese le aziende turche, europee, americane e cinesi”.
La partita è ampia e ha un aspetto geopolitico di grande importanza.
La Turchia è membro della Nato, ma Erdogan ha dimostrato di muoversi con disinvoltura anche nei rapporti con la Russia.
E’ pertanto evidente, a conclusione di questa lunga riflessione, che una pace giusta che ponga fine alla guerra in Ucraina riguarda la sicurezza dell’intera Europa, Russia compresa e non può che avere, come principali attori la Russia egli Usa.
Il primo passo non può che essere un congelamento del conflitto per dare la possibilità alla diplomazia di aprire un confronto ampio che giunga ad una nuova stabilizzazione dell’intera area.





