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L’ITALIA? IL PAESE DELLO SCUDO PENALE!

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di Gianvito Caldararo
 
Si narra che l’Italia è bloccata dalla “paura della firma”. Tutti gli amministratori e i dirigenti pubblici, hanno paura di agire senza uno “scudo penale”, cioè la introduzione di un salvacondotto dalla responsabilità penale.
Nella pubblica amministrazione si è diffusa la paura dalle indagini della magistratura , unitamente al connesso processo mediatico che ne scaturisce, frutto anche della sistematica violazione del segreto istruttorio. Indagini che nella maggior parte dei casi si concludono, dopo anni di agonia e di annientamento della moralità e della serenità dell’indagato e della sua famiglia, in un nulla.
Una situazione che si è aggravata sempre di più, al punto che anche dall’ultima Assemblea dei sindaci italiani, è giunto un grido di allarme sulle delle migliaia di indagini per il reato di abuso d’ufficio. Questo clima di paura è così diffuso che i diversi governi hanno pensato bene di introdurre un vero e proprio “scudo penale”, per la paura di cadere in una tempesta mediatica della giustizia italiana, che dopo le rivelazioni dell’ex giudice Palamara, fa pensare anche a una giustizia poco giusta.
Il potere esercitato dalla giustizia è diventato così esorbitante e diffuso, che anziché nutrirsi di silenzio, come sosteneva San Bonaventura di Bagnoregio, si caratterizza sempre di più di una clamorosa campagna mediatica. Tale clima sta provocando una vera e propria paralisi dell’attività della pubblica amministrazione, con il rischio di compromettere lo sviluppo economico dell’Italia.
Con la introduzione dello ” scudo penale ” non si vuole difendere le malefatte dei politici e dei dirigenti pubblici, ma si tratta di creare un clima idoneo a tutelare la correttezza della vita democratica reale, senza della quale anche la ripresa economica diventa moto difficile. Solo che la introduzione di tale “scudo penale” si va sempre più diffondendo e rafforzando, suscitando non poche polemiche.
L’ultima polemica è quella tra il Governo Meloni e la Corte dei Conti sulla proroga dello “scudo erariale” e sul “controllo concomitante”, rimasto inattuato dal giorno della legge istitutiva del 2009 e fino a tutto il 2021.
Il partito della Meloni, ha presentato degli emendamenti per prorogare fino a giugno del 2024 tale scudo erariale, in linea con quanto operato sia dal governo Conte1, in occasione della pandemia da Covid 19 e sia per quanto stabilito dal governo Draghi. Infatti, il governo Draghi, con l’articolo 51 del decreto legge n, 77 del maggio 2021, proroga a tutto il 30 giugno 2023 tale “scudo erariale”, cioè il meccanismo che solleva gli amministratori e i dirigenti pubblici da responsabilità contabili in caso di colpa grave.
Il governo Draghi, motiva la decisione della proroga per le seguenti due ragioni: a) “incoraggiare l’azione della pubblica amministrazione dopo anni di emergenza sanitaria; b) “evitare che i progetti del PNRR vengano ostacolati da una “burocrazia difensiva”.
Tuttavia, è importante che coloro che gestiscono danaro pubblico tornino ad essere responsabili delle proprie azioni anche in caso di “colpa grave”. Quindi, il governo Meloni, che ha escluso ogni polemica con la Corte dei Conti, mira solo a prorogare “lo scudo erariale” già consentito al governo Conte1 e a quello di Draghi. E per quanto riguarda il “controllo concomitante”, che ciò avvenga in piena armonia con le regole europee e con quanto stabilito dal decreto legge n. 77 del 31/5/2021 del governo Draghi e non quello del governo Conte1 ( d.l. n. 76/ luglio 2020).
Il problema è che la richiesta dello “scudo penale” viene avanzato da più parti. Viene richiesto dai dirigenti scolastici, dai medici, dai dirigenti industriali per le emissioni industriali, così come i dirigenti della pubblica amministrazione chiedono lo “scudo erariale”. Il clima è tale che si giunge finanche a promettere “lo scudo fiscale” per i resti tributari, anche se il governo si precipita a precisare che non è un condono ma l’estinzione dei reati dopo il pagamento, cioè dopo aver aderito alla tregua fiscale.
Forse è giunto il momento, che la magistratura avvii una serena riflessione sul proprio ruolo, al fine di contribuire a creare condizioni di serenità e di collaborazione con gli altri organi di rango costituzionale, senza invasioni di campo. I magistrati non devono proclamarsi “sacerdoti di una rivoluzione”, appellandosi ai sentimenti della piazza, ma appropriarsi delle proprie virtù, che sono “l’obiettività, la verità, l’equilibrio, la serenità e l’umanità”, in modo di contribuire a diffondere presso l’opinione pubblica quanto stabilito dall’articolo 27- comma 2 – della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
Troppo mostri sono stati creati da indagini rivelatesi poi infondate. A tal proposito, va ricordato che mediamente sono 3 innocenti al giorno che finiscono in carcere e le cifre di risarcimento per ingiusta detenzione hanno raggiunto cifre ragguardevoli.
Lo Stato spende in media 43 mila euro per risarcimento e per circa 24 milioni di euro all’anno. Dal 2019 al 2021 sono 50 i magistrati finiti sotto procedimento disciplinare. Migliaia le indagini per abuso d’ufficio che finiscono in nulla di fatto, in prescrizioni e assoluzioni. Una situazione non più sostenibile, alla luce degli impegni assunti per il PNRR e la crescita economica del Paese.
 

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  • Redazione

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