
di Giuseppe Augieri
Derubricare l’attacco dell’Iran a Israele a un semplice “mostrare i muscoli” (qualcuno dice a “macabra messinscena”) mi sembra la perpetuazione dell’errore di sottovalutazione che noi, ma così l’Europa e una parte del mondo, stiamo facendo. Io lo vedo come un episodio, tra l’altro assolutamente rilevante, delle azioni che stanno accompagnando la richiesta di un nuovo equilibrio di potere e di aree di influenza. Che sono la sostanza delle “perturbazioni” in atto.
Ho sentito i commentatori sostenere che Biden insiste per tenere a freno gli Israeliani perché la contemporaneità dello scontro in Medio Oriente e quello in Ucraina che impegnano gli USA mentre sono alla ricerca di un nuovo assetto nel Pacifico, crea grandi difficoltà. Ma lo si dice come se fossero tre cose distinte e non tre manifestazioni di una stessa “guerra” in atto. Certo, le questioni sono differenti e lo sono anche le ragioni: ma a me appaiono solo tre occasioni colte per dire che il predominio senza contraddittori degli USA nel mondo, sia sul terreno militare, sia su quello economico, sia su quello finanziario e persino sul piano culturale e degli strumenti social utilizzati (attenti a capire bene cosa è tik-tok) è finito: e paradossalmente questo cambiamento è stato alimentato proprio dal predominio USA e dalla sua ricetta di globalizzazione che tuttavia è stata miope nelle conseguenze che avrebbe provocato.
Ma anche voler, erroneamente, considerare quanto accaduto solo una “guerra regionale” significa voler ignorare la dimensione dell’attacco portato dall’Iran (185 droni, 36 missili da crociera e 110 missili balistici quasi in contemporanea) e soprattutto la regia politica che si è apertamente manifestata (l’attacco proviene da tre diverse Nazioni: Iran, Iraq e Yemen) con la esplicitazione di una alleanza in atto tra i tre Paesi, a guida dell’Iran che è passata dal finanziare (a proposito di servilismo che manteniamo rispetto alla finanza delle cripto valute) attacchi “di altri” a Israele ad un atto di guerra diretto. L’Iran guida una alleanza che è formalmente in guerra: e qualcosa va riflettuto sul suo essere vicinissima (lo dicono gli stessi USA) alla atomica ed al fatto che tale circostanza è essa stessa elemento di ulteriore tensione, anche indipendentemente dal concreto possibile utilizzo di questa tecnologia per fini militari. Riflettere, magari proponendosi di estendere questa riflessione alle manifestazioni pro-Palestina di molte istanze, studenti compreso.
La stessa considerazione che l’Iran è stata molto “prudente” deve far riflettere. Da Teheran hanno cercato di tenere conto delle reazioni internazionali; e lo hanno fatto avvertendo “prima” delle sue mosse: a significare che i contatti ad alto livello (politico, militare e d’intelligence) hanno lavorato intensamente. Ma significa anche che l’Iran si propone come interlocutore che ha “diritto di parola”; un soggetto non trascurabile, almeno non più, del dialogo che bisognerà aprire.
Perché questa è a mio parer la lezione che dovremmo studiare: aprire un dialogo senza altre meline. Affiancando, alla questione Israeliana, quella Ucraina e … qualcos’altro. Con noi Europei a prodigarci (Macron ce lo perdonerà) per essere parte del dialogo e non dei pugilatori; e compiendo atti che confermino il nostro essere atlantici ma a condizioni precise: Stoltenberg ed i suoi 200 miliardi di nuovi armamenti vanno messi in soffitta senza equivoci.
Ma, al di là (e nessuno si offenda) dell’Europa, c’è da prendere una decisione, non fumosa, in Italia. Meloni è bene che sappia che, su queste questioni, non mettere in dubbio ogni e tutte le solidarietà non significa non mettere in discussione le loro modalità. E, francamente, i loro limiti.
E se bisogna aprire un confronto – che sia dialogo, ma se necessario scontro – con l’opposizione, è ormai improcrastinabile che lo si faccia.





