
di Marco Pugliese
In Italia abbiamo due tipi di borghesia…
La prima borghesia è detta “moderna”, “global”, “transnazionale, “europeista” (in realtà indebolisce l’Europa) e “liberal-libertaria” (per usare la grammatica di Clouscard). Questa borghesia ha abbandonato la produzione (almeno locale), vive di “reddito” ed assistenzialismo europeo (di fatto tifa Europa perché mantiene uno status d’influenza a discapito del Paese). Sono quelli che hanno svenduto l’industria italiana, puntando sul neoliberismo del debito, distruggendo sanità e scuola pubblica.
La seconda è una borghesia nuova che nasce dalla reazione alla globalizzazione, che ha creato aziende sul Made in Italy. Una borghesia di piccole e medie imprese che stampa e politica ignorano o attaccano (con l‘evasione ad esempio). Questa borghesia tiene in piedi il Paese e non ha una vera rappresentanza. Più Cee che Ue l’idea d’Europan che veicola questa parte di Paese poco considerato.
In mezzo le grandi aziende di stato privatizzate a metà e controllate da pezzi di partiti tramite nominati, spesso inconcludenti che finiscono per svendere o creare danni.
Ormai i partiti sono all’interno di questi due grandi campi semantici, chi vincerà lo scontro in atto si terrà il Paese, che ha due strade:
-diventare un deserto produttivo che vive sotto ricatto della finanza;
-prosperare partendo la lavoro di manifattura ed annessi. Magari nazionalizzando le aziende Paese.
La dicotomia di queste politiche è derivata non solo dai singoli Stati, costretti ad affrontare spese sociali crescenti, ma da tutta la società, che paga il prezzo d’ una visione riduttiva che predilige il mercato a discapito dello Stato. Questa ideologia, incarnata dallo slogan “Meno Stato e più mercato”, ha origini antiche, radicate in una concezione neoliberista che, in nome del progresso, ha spinto le nazioni in un vortice di crisi economiche e sociali, contribuendo al lento declino europeo.
Di fronte a questo scenario, non basta un semplice sussulto d’orgoglio. È necessario, ora più che mai, imboccare una nuova direzione in politica economica e rivedere radicalmente le relazioni estere, in particolare quelle che riguardano il Mediterraneo e il mondo arabo, anche russo. La chiave di volta deve essere la cooperazione, non la competizione; lo scambio culturale e commerciale, non il conflitto.
Guerre e missioni “umanitarie” mal concepite non fanno altro che gettare benzina sul fuoco di antiche rivalità tribali e religiose.
La visione dovrebbe essere quella di un’unione di forze: tecnologie e competenze italiane ed europee dovrebbero incontrare i capitali e le risorse dei paesi arabi, con l’obiettivo di forgiare uno spazio economico integrato.
Questo non solo potrebbe segnare la nascita di un nuovo fulcro per lo sviluppo globale, ma rappresenterebbe anche il primo passo verso la creazione d’un mondo più equilibrato e pacifico. Il benessere è l’arma più potente contro il terrorismo.
Il resto è noia…





