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UCRAINA, THE SHOW MUST END

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Volodymyr Zelensky è in crisi di credibilità; ha alzato la posta sostenendo che non c’è pace se non c’è vittoria e, poichè la vittoria dell’Ucraina significa ricacciare la Russia da tutti i territori conquistati, l’obiettivo è chiaramente irraggiungibile, salvo che la guerra ucraina non diventi una guerra tra Russia e Nato.

Volodymyr Zelensky teme che un possibile, qualsiasi, scenario di pace che non consegua alla vittoria di Kiev sia la sua fine (cosa assolutamente possibile) e così gioca al rialzo, mettendo anche a tacere il dissenso interno.

Sta in questa logica il tour di Zelensky mentre cadeva Bakhmut, città ritenuta poco strategica ma resa dal presidente ucraino una sorta di simbolo della resistenza del suo paese, nonostante il dissenso del generale Zaluzhny.

Zelensky sa bene che gli americani non metteranno mai piede in Ucraina e che non lo faranno gli europei.

Zelensky sa bene che la guerra la deve combattere con le sue truppe e non con altre e che l’unica vera possibilità di porre fine al massacro è una soluzione coreana.

Zelensky sa altrettanto bene che una soluzione coreana o comunque una soluzione diversa dalla totale vittoria, alla quale si è incatenato da solo, porterà alla sua fine.

Zelensky, pertanto, alza la posta, cerca l’incidente che faccia scattare la Nato.

Vanno in questa direzione gli attacchi in territorio russo a Belgorod e i raid di droni su Mosca di ieri, assieme all’ennesima dichiarazione relativa alla controffensiva.

La capitale russa ieri ha subito un raro attacco di droni all’alba.

L’attacco che ha causato lievi danni agli edifici e non ha fatto vittime, serve a far crescere la tensione e ad alimentare la propaganda interna.

Tutto questo avviene mentre Mykhailo Podolyak, capo dell’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, parla di una “zona smilitarizzata” tra Ucraina e Russia in riferimento a qualsiasi eventuale accordo di pace per porre fine al conflitto iniziato con l’invasione russa.

«La questione cruciale dell’accordo postbellico dovrebbe essere la creazione di garanzie per prevenire il ripetersi di aggressioni in futuro – ha scritto Podolyak su Twitter – Per garantire una sicurezza reale agli abitanti delle regioni di Kharkiv, Chernihiv, Sumy, Zaporizhzhia, Luhansk e Donetsk e per proteggerli dai bombardamenti sarà necessario introdurre una zona demilitarizzata di 100-120 chilometri sul territorio delle repubbliche di Belgorod, Bryansk, Kursk e Rostov, probabilmente nella prima fase con un contingente di controllo internazionale».

Non solo il ritorno delle zone conquistate all’Ucraina, ma cento chilometri di territorio russo con la presenza di truppe straniere a garantirne la smilitarizzazione.

Siamo ben oltre ogni logica e nell’ambito di una follia mediatica che chi ha un minimo di testa si rende conto essere impossibile.

La Russia non solo non lascerà le terre conquistate, ma non accetterà mai presenze straniere sul suo territorio.

La risposta russa in questi giorni è arrivata con gli attacchi a Kiev e a Odessa, dove è stato inferto un colpo al cuore degli ucraini con un attacco a un aeroporto militare, semidistrutto da qualche missile Kalibr sparato dal Mar Nero. Khmelnitskiy era anche un aeroporto civile e internazionale, prima della guerra, ma da allora è completamente militare, quindi bersaglio privilegiato del tiro russo. Oltre alla distruzione dell’aeroporto sono stati eliminati cinque aerei da combattimento fuori servizio, forse tra quelli modificati per utilizzare i missili Storm Shadow forniti dal Regno Unito.

Sono inoltre stati incendiati alcuni depositi di munizioni e carburante. La pista è da rifare.

Zelensky continua a premere per avere nuove armi e nuovi missile a lunga gittata, ma qui dobbiamo fare i conti con quello che Limes chiama il “bluff globale” e la realtà bellica degli Usa.

Scrive Federico Petroni su Limes (4/2023): “Benché ostili ai progetti russo-cinesi, gli americani non morirebbero per l’Ucraina, forse nemmeno per Taiwan. […]. La cifra di questo periodo di crisi è che la popolazione americana non sente più di appartenere ad una nazione eccezionale, eletta da Dio, titolare di una missione universale”.

Niente stivali sul terreno, dunque e nessun coinvolgimento diretto in una guerra che viene percepita lontana, anche per il fatto, ci spiega Petroni, del “calo degli arruolamenti, in particolare nell’Esercito. […]. Il 77% dei giovani non è fisicamente o psicologicamente idoneo a servire sotto le armi. Degli idonei il 91% non vuole arruolarsi”.

Il Pentagono dice che non può fare la guerra su due fronti e l’amministrazione Biden ha escluso di minacciare la Russia con l’uso della forza.

“Inoltre – ecco il punto centrale che ci consegna Federico Petroni – l’industria bellica non è in grado di sostenere ritmi bellici. Perché lavora ai minimi da anni e perché manca manodopera specializzata. Oggi in una guerra vera le forze armate finirebbero subito le munizioni. Alcuni armament (Himars) vengono trattenuti a Taiwan” anche per non esaurire le scorte. “Gli ordini per Taipei e Kiev entrano in conflitto con quelli della Difesa. Ci vorranno anni per ridezionare i poteri industriali, e solo alcuni”.

Va considerato che per la produzione di un missile di nuova generazione sono da attivare oltre una ventina di aziende, le quali chiedono, per allargare la produzione, garanzie per il rientro degli investimenti.

La stessa cosa vale per le industrie europee, nonostante le trombonate dei soliti leader dell’Unione e, inoltre, già gli Usa, proprio per gli stessi motivi, chiedono che le produzioni siano spostate in America.

Nel frattempo, mentre nella notte si susseguono le esplosioni a Kiev e mentre nella capitale russa gli abitanti tremano per gli attacchi, Zelensky annuncia che è stata presa una decisione sui tempi della controffensiva e di avere avuto una telefonata con il presidente turco Erdogan per l’accordo sui cereali.

Schizofrenia? Evidente. Che accordi vuoi che ci siano sui cereali se vuoi che la guerra finisca con la sconfitta della Russia e con una parte del territorio di Mosca smilitarizzata e sotto egida Onu?

Siamo a Holliwood o nella terrena realtà?

Cosa ci può dire Zelensky che è intus et in cute attore degli Usa?

La parola è all’America, salvo che nella confusione in cui si trova non si lasci sopravanzare dalla follia.

La Russia non sta ferma. I servizi segreti hanno lanciato da mesi l’allarme sul focolaio di tensione in Kosovo, pronto a fare il botto, che assieme a Moldavia e Georgia sarebbero l’obiettivo di operazioni destabilizzanti dell’intelligence russa per aprire altri fronti in Europa. Una spina nel fianco, alle porte di casa nostra, come «diversivo» rispetto al conflitto in Ucraina.

In realtà ci vuole poco ad attizzare i Balcani, che sono già capaci di infiammarsi da soli. I duri scontri di lunedi nel nord del Kosovo e il ferimento dei nostri soldati della missione Kfor della Nato sono le scintille esplosive di una crisi annunciata.

Non mancano annunci di scenari catastrofici.

La guerra tra Nato e Russia è il peggiore dei mondi possibili, ma non è impossibile. A sostenere la tesi sul conflitto diretto tra le due superpotenze militari ad oltre un anno dall’inizio dell’invasione in Ucraina è il generale Karel Rehka, capo di stato maggiore delle forze armate ceche al parlamento ceco: «Consideriamo la guerra tra la Russia e l’Alleanza del Nord Atlantico come lo scenario peggiore, ma non è impossibile».

E allora the show must end. E la fine è possibile solo se Biden, che nell’Ucraina è dentro fino al collo, da quando era vice presidente, deciderà, finalmente, di chiudere la partita e di dire al suo figlioccio che è ora di chiudere.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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