
di Antonio Foccillo
Il Governatore della Banca d’Italia, Panetta, ha recentemente sostenuto che, per uscire dalla crisi e favorire la ripresa, bisogna aumentare i salari per garantire un maggiore potere di acquisto. Motivando questa richiesta con il fatto che le pressioni inflazionistiche volgono al ribasso e i profitti delle imprese sono elevati.
Ha anche spiegato che l’economia europea ristagna in una situazione complicata e rischia di subire una recessione profonda e, pertanto, ha invitato la politica monetaria europea ad una riduzione dei tassi perché l’inflazione non corre più.
Ed ancora ha affermato che “L’inversione di rotta della politica monetaria si sta rapidamente avvicinando[1]”.
Purtroppo, come spesso avviene, i riflettori dell’informazione si sono accesi per poco e non vi è stato, a parer mio, il giusto dibattito.
Ritengo queste parole molto importanti e che dovrebbero avviare una fase di riflessione e di confronto governo parti sociali, perché si comincia, finalmente, a riproporre come cambiare questi processi che hanno portato al disastro l’economia e la vita delle persone.
Queste parole possono significare, a parer mio, la necessità di un cambio di rotta che ritengo necessario nella politica Europea perché la situazione economica che si è determinata deve essere modificata.
Di fronte ai risultati macroeconomici di questi ultimi anni, si deve imporre forzatamente una discussione sul come modificare un modello di sviluppo che ritiene che i costi sociali siano sperperi.
L’Unione Europa con la sua politica di austerity, basata sulla logica essenzialmente del controllo dell’inflazione, ha purtroppo aggravato la situazione, facendo aumentare, con le sue direttive sempre tendenti a mantenere gli Stati aderenti entro parametri economici dettati dalla Bce, le diseguaglianze economico-sociali.
Queste scelte di politica economica hanno alla fine raggiunto due obiettivi antitetici, da una parte hanno imposto tagli pesantissimi ed indiscriminati della spesa pubblica, dall’altra non hanno stimolato alcuna crescita. Anche se, bisogna rilevare che non sono esistite neppure regole uguali per tutti i paesi e quello che è stato concesso ad alcuni non è stato concesso ad altri.
Tutto ciò, in realtà, non ha fatto nient’altro, che produrre una conseguente divaricazione tra andamento dell’economia reale e i connessi processi politico economico-sociali.
Si è giunti, addirittura alla costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte, i cui fondamenti sono il pareggio di bilancio, l’esclusione dello Stato dall’economia, l’idea mistica delle privatizzazioni e l’assoluto divieto di ricorrere al debito come strumento di sviluppo. Tutto questo si è riflesso sull’economia produttiva che ha subito una conseguente perdita di competitività.
Per “entrare” e restare nell’Europa dei tecnocrati il prezzo pagato è stato ed è comunque troppo alto: aumento dei ritmi di lavoro, tagli ai salari reali, disoccupazione, lavoro precario, sottopagato, senza diritti, tagli allo stato sociale, aumento della povertà, emarginazione, peggioramento delle condizioni di vita.
Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’ e ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini
Si è realizzato, infatti, con queste scelte economiche, una società con maggiori differenziazioni, in cui è sempre più ridotto il sistema di protezione sociale a favore delle fasce dei cittadini più deboli, fasce che si allargano sempre più andando.
Per contrastare quanto su esposto è necessario che si cominci ad uscire da questo modello economico e sociale, per avviare uno sviluppo economico diverso, non più solo mercantile, considerando le modalità di un lavoro a valenza sociale complessiva.
In Europa, bisogna riproporre come centrale il problema sociale e ridare dignità a quei principi di solidarietà e coesione, unici correttivi alle spinte egoistiche che vedono nella povertà e nell’emarginazione non una questione da risolvere.
Nello stesso tempo bisogna puntare ad azioni che siano frutto di un maggior coordinamento in ambito europeo per rilanciare lo sviluppo in modo da incrementare la fiducia nella ripresa, anche con un aumento dei salari come sostiene il Governatore, per aiutare i consumi e puntando al cambio delle priorità della politica monetarista europea.
Per questo la prima azione deve essere quella di riproporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività.
Mentre almeno nell’ambito nazionale vanno riprese alcune proposte che potrebbero rispondere alla necessità della ripresa e trovare soluzioni concrete alla gravità della crisi.
La prima senza dubbio è quella di ricreare una condizione di sviluppo produttivo che ridia fiato all’economia reale a discapito di quella virtuale che tanti danni ha prodotto.
La seconda è quella di riprendere un’azione per ripristinare i contenuti di una società, che sia più comunità e dove si salvaguardi la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti: dal diritto al lavoro, alla vita; dalla sicurezza sociale e personale; dal ripristino del potere di acquisto ad un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà. Servirebbe un progetto più ampio non solo del profitto ma anche del lavoro, nell’ottica di crescita e non di difesa della sola inflazione.
Lo si può fare con nuove politiche che prevedano investimenti in infrastrutture materiali e sociali; nell’innovazione, nella scuola, nella formazione e nella ricerca, nella prevenzione e nella messa in sicurezza il territorio e che sostengano le politiche industriali.
È un progetto ambizioso che può essere realizzato se tutti i soggetti interessati ridiano slancio ad una nuova Europa. Si può farlo solo, se si riaffrontano contenuti rivolti ai diritti e ai valori sociali, poiché altrimenti, si discute solo sui numeri, secondo le leggi del mercato, senza compiere nessun passo avanti.
Oggi, ancora di più di ieri, nella nostra società vi è bisogno di una politica che ri-valorizzi l’individuo, i suoi bisogni e le sue necessità e intorno ad esso, si organizzi la società.
[1] A. Greco, “Far salire i salari è fisiologico” La ricetta di Panetta per la ripresa,
la Repubblica del 11.2.20024





