
di Vito Sibilio
Il Memoriale di Aldo Moro, con la rivelazione dell’esistenza di Gladio, è chiamato “il secondo Ostaggio”, perché ad un certo punto per il Governo il fatto che i terroristi avessero quel documento in mano era ancora più destabilizzante della prigionia di Moro stesso. Ma la vicenda del Secondo Ostaggio ha un antefatto. Si tratta delle dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, sul quale, proprio nei mesi del Sequestro Moro, si concentrò una pubblicistica e una campagna di stampa – partita da Mino Pecorelli e da L’Espresso , all’epoca ampiamente infiltrato dal KGB, come attesta il Dossier Mitrokhin – che culminò nell’accusa rivolta al Presidente di essere l’Antelope Kobbler dello Scandalo Lockheed. Cosa singolare, La Stampa invocò le dimissioni di Leone e la sua sostituzione con Moro, allora prigioniero, che doveva essere supplito da Amintore Fanfani, presidente del Senato e fautore di una moderata linea aperturista nei confronti delle BR, verso la fine della drammatica vicenda del Sequestro. Come disse Giulio Andreotti nei suoi Diari della Solidarietà Nazionale e che all’epoca era Presidente del Consiglio, la campagna si sviluppò quasi improvvisamente, alla vigilia del semestre bianco, e sembrò essere una delle mosse chiave per dare scacco matto alla DC e aprirne la successione. L’altra mossa chiave era stata il Sequestro Moro, ma non aveva sortito l’effetto sperato e la Balena Bianca era ancora a Palazzo Chigi, grazie alla lealtà di Berlinguer.
Questi sostenne il Presidente fino a dopo le elezioni amministrative del maggio giugno 1978, che perse. Per lanciare un segnale al suo elettorato sulla diversità morale del PCI, il 15 giugno il Segretario decise di appoggiare la richiesta di dimissioni di Leone proveniente da più parti. In quelle circostanze la DC poteva scegliere: o far dimettere Andreotti o smettere di sostenere il Presidente della Repubblica. Si optò, significativamente, per la seconda scelta e lo stesso giorno Leone, rinunciando a un messaggio autodifensivo in TV, si dimise. Ancora una volta la Solidarietà Nazionale fortunosamente sopravvisse, insediando in modo compatto Sandro Pertini al Quirinale. Credo che, se queste dimissioni leonine fossero avvenute in concomitanza con una fine diversa del Caso Moro (come ad esempio con un ostaggio ucciso durante un blitz o libero e livoroso verso la DC), avrebbero avuto un impatto ancora più distruttivo sullo Scudo Crociato e, quindi, avrebbero potuto favorire il disegno di un Governo delle sole sinistre caldeggiato dal KGB. Perciò, data la coincidenza tra il Caso Moro e quello Leone, nonché data la presenza di mezzi di stampa invischiati nella rete Mitrokhin nella campagna contro il Presidente della Repubblica, suppongo che dietro le quinte dell’offensiva contro di lui ci fosse ancora una volta il servizio segreto sovietico, che magari aveva ripreso notizie montate negli USA, prima che Moro fosse rapito. Come tutti sanno, Leone risultò poi completamente innocente.
Ho la personale convinzione che nella trattativa segreta per Moro tra Stato e BR la questione del Memoriale non entrò. Nulla nei dati a nostra disposizione ci permette di credere che le parti abbiano parlato di quelle carte. Sono tuttavia convinto che gli investigatori, durante il sequestro, si misero a cercarle con più impegno di quanto facessero con Moro – comprensibilmente – e che per questo evitarono di liberarlo prima di aver individuato anche il luogo dove era conservato il Secondo Ostaggio. Non parliamo poi del dossier di Fulvio Martini, scomparso dalla cassaforte del Ministero della Difesa e poi rientrato misteriosamente, che è un capitolo ancora più nebuloso e che di certo non entrò nelle trattative note. Queste potevano, se fossero andate in porto, creare un clima politico in cui quelle carte sarebbero state depotenziate, ma ciò non avvenne ed esse rimasero a lungo come una bomba inesplosa. Il fallimento delle trattative su Moro, tuttavia, permise agli inquirenti di dedicarsi alla ricerca delle carte in modo più tranquillo ed efficace. Fu Carlo Alberto Dalla Chiesa che mise piede nel covo di Via Monte Nevoso 8 il 1 ottobre 1978, pochi giorni dopo che il Memoriale vi era giunto da Firenze e prima che le BR iniziassero a redigere quegli opuscoli che dovevano diffonderne il contenuto nell’opinione pubblica. Questa operazione, che avrebbe dovuto iniziare molto tempo prima, era stata interrotta essenzialmente per la volontà dell’STB, della STASI e del KGB che sovrintendevano all’operazione. Ora il progetto di divulgazione riprendeva, evidentemente col consenso dei servizi segreti dell’Est, dei quali i più vicini erano quelli cecoslovacchi. A chi sostiene che le BR non abbiano divulgato il Memoriale, durante il Sequestro, solo per timore di massicci interventi ritorsivi dello Stato, obietto che tali interventi non sarebbero mai potuti accadere se i terroristi, invece di annunziare che Moro stava rivelando segreti politici, avessero messo tutti dinanzi al fatto compiuto cominciando a diffondere le sue rivelazioni immediatamente. Il rischio dell’intervento dello Stato era dunque perfettamente calcolato e non considerato tale da essere di reale intralcio.
Dalla Chiesa giunse a Milano avvalendosi di fonti talmente qualificate e riservate da spingere l’Arma a non rivelare mai come veramente fosse entrata in possesso delle informazioni necessarie, nascondendo tutto dietro tre versioni differenti. Sembra che le carte morotee fossero portate fuori dal covo per essere lette dal Generale e censurate dal SISMI il giorno stesso del ritrovamento. I Carabinieri del Corpo Speciale rimasero nell’appartamento fino al 5 ottobre, quando dovettero cedere il passo, per competenza territoriale, a quelli della Divisione Pastrengo. In quei cinque giorni, a mio avviso, Dalla Chiesa ebbe il tempo di scoprire anche il vano segreto della parete che nel 1990 avrebbe restituito il resto del Memoriale, in quanto appare difficile credere che i suoi uomini facessero una perquisizione sommaria. Se qualcosa c’era dietro da allora, egli dovrebbe averlo trovato. Dando per ammesso e non per concesso che c’era, chi subentrò al Generale inventariò tutto il materiale del covo e quindi ebbe la responsabilità legale di aver nascosto una parte importante del documento. Questo conflitto di attribuzioni e questo conseguente palleggiamento di responsabilità nell’occultamento di documenti è stato attribuito alla volontà egemonica dei vertici della Pastrengo, iscritti alla P2, ma mi sembra il caso di notare che anche Dalla Chiesa era iscritto alla Loggia, per cui altri furono i motivi per cui essi insorsero, evidentemente ignoti.
Vi furono quindi due censure sul documento, delle quali la seconda è senz’altro la più importante, anche perché pone alcuni interrogativi su chi poté conoscere il testo completo del Memoriale Moro, quello che sarebbe uscito nel 1990, visto che la parte censurata dal SISMI fu, come di dovere, inviata ad Andreotti e al ministro degli Interni Virginio Rognoni e coperta provvisoriamente dal segreto di Stato. Si è sostenuto, senza prove, che Dalla Chiesa portasse personalmente il dossier ad Andreotti e immediatamente; peraltro, se fosse accaduto, sarebbe stato perfettamente logico e doveroso. Inoltre da subito iniziarono delle fughe di notizie sul contenuto integrale del Memoriale ritrovato al di qua del pannello, su testate anche sotto l’influenza sovietica, le quali cercavano di mettere in imbarazzo il Governo, ancora della Solidarietà Nazionale, praticamente facendo, con più eleganza, quello che le BR non avevano fatto in tempo a fare. La Repubblica fece questa campagna diversi giorni, per costringere l’esecutivo a pubblicare il testo, venendo sostenuta da L’Espresso. In seguito, si asserì che la fuga di notizie era stata organizzata dal generale Enrico Galvaligi, assassinato nel 1985 dalle BR, che quindi non poté né confermare né smentire. Non è chiaro se questi avrebbe agito contro Dalla Chiesa o in accordo con lui e soprattutto perché avrebbe deciso di agire in tale modo. Si è asserito che il Generale volesse opporsi al tentativo di censurare verità scottanti da parte di Andreotti, ma rilevo che una simile fuga di notizie non sarebbe stato un semplice mezzo per combattere un eventuale crimine (anche se di Stato), ma uno strumento per influire sul quadro politico, cosa di cui Galvaligi non avrebbe potuto non essere consapevole. Analogamente, sarebbe stato da sprovveduti credere che un uomo solo e qualche articolo di giornale potesse minare alla base un assetto politico che nemmeno la morte di Moro aveva intaccato. Ragion per cui o Galvaligi si inserì consapevolmente in una filiera che agiva contro il Governo e nella quale la sua era solo una delle azioni previste nel quadro di un più ampio piano, o non fu lui a dare quelle carte alla stampa. Dato che la prima ipotesi implicherebbe la vicinanza del Generale all’STB e a servizi stranieri o a gruppi sostanzialmente contigui alle BR, che però lui sempre combattè e che poi lo uccisero, propendo per la seconda.
In ogni caso, mi sembra molto evidente che il KGB, manovrando la stampa, volesse continuare la politica contro il Governo Andreotti, questa volta colpendo lui stesso. Il gruppo editoriale Espresso – Repubblica era sempre stato favorevole al Compromesso Storico, ma voleva la sterzata a sinistra che la morte di Moro aveva bloccato e che, a conti fatti, poteva essere di preludio a un governo di sole sinistre o senza sinistre, come poi avvenne. Ma, come registrò Mino Pecorelli il 31 ottobre, l’effetto sperato – anche da lui che aveva cominciato a parlare delle indagini di Dalla Chiesa dal 31 agosto – non era stato raggiunto. Il Governo infatti aveva parato il colpo grazie ad un aiuto provvidenziale, facendo la pubblicazione ufficiale il 17 ottobre, il giorno dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, e quindi in un cono d’ombra mediatico. Anche Licio Gelli si interessò della campagna di stampa in corso, per quale scopo non sappiamo, come non sappiamo se le carte occultate, sia nella prima che nella seconda eventuale censura, gli siano state consegnate dai suoi mandatari, né se egli, qualora le ebbe, le usasse nell’interesse della NATO o dell’URSS. Dato quello che accadde dopo, propendo per la seconda ipotesi.
In questo contesto si collocò l’azione di Mino Pecorelli. Egli, che dal 1977 combatteva una battaglia accanita contro Andreotti – e che in quell’anno aveva sollevato la questione degli assegni del Presidente – fino al 24 ottobre scrisse una serie di articoli che facevano importanti rivelazioni sul Sequestro Moro e che noi abbiamo spesso citato. Il giornalista conosceva bene anche il Memoriale e diverse notizie non riportate in esso nelle versioni a noi note. Questi articoli pongono due problemi: le fonti e gli scopi. Essi erano generalmente polemici con Andreotti ed essendo Pecorelli uomo legato ai servizi segreti, alla P2 e a Dalla Chiesa, si è pensato che sia stato usato da tutti costoro o da alcuni di essi proprio per colpire il Divo Giulio. Ma, aggiungo io, se Andreotti fosse stato danneggiato politicamente, quale prospettiva politica si apriva se non quella di una crisi della maggioranza della Solidarietà Nazionale? Il che mi lascia supporre che Pecorelli sia stato usato non da Dalla Chiesa in una improbabile lotta personale contro Andreotti, scoperto improvvisamente corrotto e pericoloso dopo una lunga dimestichezza, ma, sin dal 1977, da agenti segreti infedeli allo Stato che tramavano rivolgimenti politici perfettamente coincidenti con gli interessi sovietici del momento[1]. Essi nel 1978, dopo la morte di Moro, coincidevano con una stabilizzazione del sistema italiano e con il ritorno del PCI all’opposizione. Avrebbe mai potuto quel partito continuare a governare con la DC se avesse scoperto che Andreotti era un poco di buono? In quel contesto di diminuzione dei consensi non avrebbe nemmeno potuto ambire a succedere alla DC, ma sarebbe stato costretto ad andarsene all’opposizione. Tuttavia qualcosa accadde, perché Pecorelli ad un certo punto sposò la linea governativa, quasi che qualcuno gli avesse fatto aprire gli occhi sulla verità o lo avesse convinto a cambiare bandiera. Le sue fonti ora erano quelle parti dei servizi non infeudati alla P2, come il colonnello Antonio Vezzier. Si avvicinò alla corrente di Andreotti, dal mese di gennaio 1979 cominciò a scrivere nuovamente sul Caso Moro annunciando una serie di reportage per raccontarlo e pose mano ad una serie di articoli che denunciavano il ruolo di agente doppio di Licio Gelli (2 gennaio, 20 febbraio e 20 marzo 1979). In quest’ultimo giorno venne ucciso e una telefonata anonima avvisò la Procura di Roma che il mandante era stato Gelli (che sarebbe stato processato e prosciolto dall’accusa nel 1991). La stessa stampa che abbiamo visto all’opera sul Memoriale montò una campagna di insinuazioni che legavano la morte di Pecorelli non agli attacchi a Gelli, ma a quelli degli ultimi mesi ad Andreotti che, diversi anni dopo, venne accusato di averlo fatto uccidere per la questione degli assegni che però il giornalista aveva divulgato dal lontano 1977. La vendetta andreottiana sarebbe quindi stata piuttosto tardiva. Dopo un lungo processo, il Senatore a vita fu assolto.
Era dunque Andreotti sotto attacco, come ultimo epigono della politica di Moro, dall’ottobre 1978 al marzo 1979. Quando Pecorelli fu assassinato, la Solidarietà Nazionale era già finita, e per un motivo molto serio, l’adesione dell’Italia allo SME. Osteggiata da un Berlinguer che andava irrigidendosi dottrinalmente e politicamente per fronteggiare l’opposizione interna del suo partito e del suo elettorato alle sue scelte eurocomuniste, quella adesione era stata tuttavia fatta dal Governo nel rispetto della tempistica stabilita dalla CEE per le forti pressioni della Francia e della Germania. Quando però lo SME doveva partire, ossia il 1 gennaio 1979, i francesi annunciarono con disinvoltura il differimento per ragioni legate alle loro necessità politiche. Di certo non si trattava di una questione pretestuosa e fu il PCI, non la DC, a fare inversione ad U nella politica internazionale, ma non credo di sbagliare se dico che le nazioni partner vollero contribuire a far crollare il Governo della Solidarietà Nazionale. In esso non furono ammessi ministri comunisti, che Berlinguer chiese sapendo che non avrebbe ottenuto per il suo cambiamento di politica sulla CEE. L’effetto fu raggiunto e Andreotti varò il suo V esecutivo, che serviva per preparare le elezioni ed era formato da DC PRI e PSDI. Andreotti varò il Governo il giorno stesso dell’assassinio di Pecorelli. Se il mandante dell’omicidio fosse stato lui, il giorno scelto sarebbe stato molto infelice. Più probabile invece che il mandante fosse Licio Gelli, il quale evidentemente faceva una politica completamente opposta a quella di Andreotti nell’interesse dell’URSS. Lo statista romano sarebbe stato in panchina un’intera legislatura, perché per tutti rimase a lungo l’uomo dell’alleanza col PCI, mentre ora stava sorgendo l’astro del Pentapartito.
II
Il 23 febbraio 1982 il generale Dalla Chiesa fu ascoltato dalla Commissione Moro, alla quale attestò costernato che non vi era alcuna traccia dell’originale dattilografato del Memoriale, che le forze dell’ordine avevano rinvenuto in seconda battitura, né tantomeno di quello autografo, in nessun covo, e che nessun brigatista forniva notizie in questo senso. Ne dedusse che l’originale era stato recepito da qualcuno e ricevette l’accondiscendente approvazione del deputato PR Leonardo Sciascia, primo assertore, come vedemmo, della pista cecoslovacca. Il 3 settembre il Generale, mandato dal presidente del Consiglio Giovanni Spadolini (1925-1994) e dal ministro degli Interni Virginio Rognoni a fare il Prefetto di Palermo senza particolari poteri – nonostante l’opposizione politica pro domo sua di Andreotti – fu assassinato da Cosa Nostra. La sua cassaforte personale fu aperta e svuotata. Pecorelli, lo abbiamo visto, aveva ipotizzato nel 1978 che, se Dalla Chiesa fosse stato ucciso, sarebbe avvenuto perché conosceva la ragione politica internazionale della morte di Moro. Erano tuttavia passati alcuni anni e nulla era successo, evidentemente per la discrezione del Generale. Poi, e sino ai tempi nostri, si è sostenuto che Dalla Chiesa si fosse impegnato in una lotta politica contro Andreotti, da lui considerato pericoloso, e che volesse distruggerlo facendo venire alla luce il Memoriale di Moro, nella forma più completa a sua disposizione. In questa battaglia egli avrebbe avuto come alleato Pecorelli ed avrebbe persino tentato di fare arrivare alle BR in carcere quel testo tanto prezioso, prima che il giornalista morisse. Personalmente ritengo assai poco fondati questi ultimi racconti e, se anche lo fossero, varrebbero per essi le riflessioni fatte sulla presunta fuga di notizie orchestrata da Galvaligi. Mi pare inoltre assurda l’idea che il Generale abbia pensato che le BR potessero usare, per la loro propaganda politica, peraltro in un penitenziario, documenti di dubbia origine. Inoltre aggiungo che, una volta che Andreotti aveva smesso di fare il Presidente del Consiglio, Dalla Chiesa avrebbe potuto più facilmente raggiungere l’obiettivo di distruggerlo, semplicemente offrendo i documenti che aveva ai suoi nemici politici, in Italia o all’estero. Del resto il processo per mafia ad Andreotti ha appurato che egli non fu il mandante dell’assassinio del Generale. Cosa Nostra aveva, al momento del suo omicidio, già tanti motivi per ammazzare Dalla Chiesa, ma se proprio vogliamo ipotizzare che il Generale Prefetto conservasse copia del Memoriale Moro, come parve probabile anche a Cossiga, che essa fosse nella cassaforte di Palermo e che l’omicidio del Generale servisse a recuperarla, chi avrebbe voluto omicidio e furto dovrebbero essere le stesse persone che avevano recepito gli originali e che così ne avrebbero mantenuto il monopolio esclusivo. Mentre Andreotti aveva, al massimo, le copie coperte dal segreto di Stato. Invece dal 1979 al 1993, anno in cui il Senatore a vita andò sotto processo anche come mandante del duplice delitto Pecorelli – Dalla Chiesa, qualcuno imbastì una trama che voleva scaricare su di lui la responsabilità di aver occultato quei documenti che Moro aveva concepito, sotto la minaccia brigatista, proprio per far cadere il Governo della Solidarietà Nazionale e che quindi, dopo la fine di quell’esperienza politica, non servivano più a quello scopo, ma evidentemente ad altri sì. La morte di Enrico Berlinguer, avvenuta il 7 giugno 1984, garantiva con tanta sicurezza che essa non sarebbe tornata, che apparve persino sospetta ad alcuni.
Per questo motivo, secondo me quegli originali stettero quieti laddove le BR li avevano depositati, ossia in Cecoslovacchia, in tutti quegli anni in cui in Italia si tramava. Questo è del resto anche il parere di Giovanni Pellegrino. Quelle carte, attraverso la rete della PSSS (la Gladio Rossa), arrivarono all’STB, che le custodì, quale pegno e garanzia che in Italia non si sarebbe ripetuta una esperienza di Solidarietà Nazionale.
La prova di ciò viene da quello che accadde nel 1990, quando i regimi comunisti erano crollati e i loro servizi erano stati aboliti. Nell’ambito dell’inchiesta sulla Strage di Peteano il pubblico ministero Felice Casson si era avvicinato molto a scoprire l’esistenza della Stay Behind. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti gli aveva concesso di visionare alcune carte di Forte Boccea il 27 luglio. Il 2 agosto il deputato DP Luigi Cipriani (1940-1992), nel corso di un dibattito parlamentare sulla sentenza sulla Strage di Bologna, parlò dell’esistenza di una organizzazione segreta alle dipendenze del SISMI, i cui membri erano addestrati in Sardegna a Capo Marrargiu. Non si è mai saputo chi diede a Cipriani questa notizia, perché il combattivo parlamentare morì stroncato da un infarto prima che qualunque giudice potesse convocarlo, ma la Sinistra Indipendente presentò subito in Parlamento un’interpellanza sull’argomento. Il giorno dopo Andreotti preannunziò alla Commissione Stragi una relazione completa, affermando che l’organizzazione appena scoperta serviva alla difesa del Paese e aveva cessato di funzionare nel 1972. Quest’ultima affermazione era falsa, in quanto Gladio era ancora ufficialmente attiva. Il Presidente si prese sessanta giorni di tempo per presentare la relazione. L’11 ottobre, casualmente, il padrone dell’appartamento di Via Monte Nevoso 8 a Milano – finalmente dissequestrato – trovò altre lettere di Moro e una parte mancante del Memoriale, rimuovendo il pannello parietale di cui facevamo cenno prima. Il 18 ottobre Andreotti presentò, come ho anticipato, una relazione intitolata “Il cosiddetto SID parallelo- Il Caso Gladio”, che però si fece restituire cinque giorni dopo per fornirne un’altra, il 24 ottobre, mancante di due pagine. I commissari chiesero il reintegro della documentazione mancante e il Presidente lo concesse, purché i supplementi rimanessero segreti. L’Italia scoprì così l’esistenza di Gladio, di cui anche il Memoriale intero, appena ritrovato, parlava. Iniziò un aspro dibattito sulla legalità della Stay Behind e sulle sue connessioni col Caso Moro. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in quei giorni ad Edimburgo, chiese al PCI, che cavalcava l’onda, di attendere il suo ritorno per avere da lui stesso le necessarie delucidazioni. Ma Botteghe Oscure coinvolse anche il Presidente nella polemica e da questo momento Cossiga difese a spada tratta l’organizzazione come legale e ne attribuì la paternità a se stesso e a Moro. L’8 novembre Andreotti prendeva anche lui posizione al Senato sulla struttura, definendola legale, divulgando i nomi di seicentoventidue gladiatori e riservandosi di fornirne altri al COPACO – cosa che non fece mai. Il 27 novembre la Gladio fu sciolta, mentre infuriava la polemica contro Cossiga, capeggiata dal PCI e dalla stampa di sinistra, specie L’Unità e La Repubblica, e in cui fu molto attivo Armando Cossutta. Nello stesso mese la Procura di Roma aprì un procedimento contro ignoti per il ritrovamento della carte di Moro. Il 5 dicembre il Consiglio di Gabinetto decise di rendere pubblici i nomi dei seicentoventidue gladiatori italiani. Ne derivò una polemica fortissima con Cossiga che minacciò le dimissioni, poi rientrate. Nel frattempo DP chiese l’impeachment del Presidente della Repubblica. La richiesta fu respinta dal Comitato Parlamentare, mentre il 26 febbraio 1991 Andreotti presentò alle Camere una nuova relazione più dettagliata, che dimostrava che la Stay Behind non aveva mai partecipato ad attività eversive e corredata dal parere di legittimità costituzionale dell’Avvocatura Generale dello Stato. Il 4 marzo anche il COPACO diede parere analogo. Il 10 ottobre l’inchiesta di Casson, che nella sua sentenza di incompetenza giudicò Gladio illegale, passò alla Procura di Roma. Andarono sotto inchiesta Paolo Inzerilli e Fulvio Martini. Il 21 novembre Cossiga si autodenunciò polemicamente per il suo ruolo nella Stay Behind. Il 3 febbraio 1992 la Procura trasmise gli atti, per incompetenza, al Tribunale dei Ministri, con una sentenza che smontava quella di Casson. Il 22 aprile invece, a Camere sciolte, il presidente della Commissione Stragi Libero Gualtieri (1923-1999), di estrazione partigiana comunista, presentò una relazione fortemente critica sulla Stay Behind, passata col voto favorevole di soli quattordici commissari su quarantuno. L’8 luglio 1994 la posizione di Cossiga fu archiviata dal Tribunale dei Ministri e il procedimento sui militari fu rinviato alla Procura di Roma, pur riconoscendo la legittimità della struttura di Gladio. Il 9 luglio 1997 la posizione di Martini e Inzerilli fu archiviata. Il 3 luglio 2001 la Corte d’Assise di Roma chiudeva un secondo procedimento sui due ufficiali assolvendoli con formula piena e confermando la legalità di Gladio e delle sue azioni.
Come si vede, il Caso Gladio, poi conclusosi in un nulla di fatto, affiorò misteriosamente, venne amplificato enormemente dalla riscoperta del Memoriale Moro e fu uno strumento di lotta politica che servì non poco ad accelerare il declino della DC, colpendo in modo particolare Francesco Cossiga. A questa lotta parteciparono molte di quelle forze – politiche e mediatiche – che nel Caso Moro o erano contro la Solidarietà Nazionale o erano infiltrate dai servizi segreti orientali.
Colpisce che la strumentalizzazione del Caso Gladio ricordi l’Operazione Khodokhi, organizzato dal KGB in Cecoslovacchia nel luglio del 1969, quando riuscì a piazzare prove fabbricate ad arte della preparazione di un colpo di Stato armato promosso dagli USA. All’epoca, appena finita la repressione della Primavera di Praga, la stampa sovietica parlò di un deposito segreto di armi americane scoperto al confine con la RFT, importate illegalmente in Cecoslovacchia. Con tali armi erano stati rinvenuti piani segreti per rovesciare il regime comunista nel Paese. Si affermò altresì che altri depositi armati erano disseminati in tutto il territorio cecoslovacco. In questo contesto la mistificazione della natura di Gladio fu forse casuale[2], ma il ruolo delle carte di Moro in tale azione fu evidentemente decisiva.
Ma il Memoriale non servì solo a questo.
III
Nel maggio 1990 il giornale cecoslovacco Ludovè Noviny rivelò l’esistenza di una rete di ex partigiani comunisti italiani operante clandestinamente nel nostro Paese e la sua dipendenza dall’STB; divulgò i nomi degli iscritti tra cui vi erano illustri esponenti del PCI. Il 31 maggio 1991 L’Europeo svelò l’esistenza, la struttura e le attività della Gladio Rossa. Il 20 giugno la Gazzetta del Sud svelò la storia della PSSS. Nel maggio, due camion di documenti e di armi della PSSS furono fatti sparire, come dicevamo, dalle Botteghe Oscure. Nello stesso mese i numeri 13, 14 e 15 del periodico cecoslovacco Rude Pravo pubblicarono i nomi dei quindicimila agenti esteri dell’STB, tra cui vi erano molti italiani. In seguito a ciò iniziò l’inchiesta della Procura di Roma sulla struttura, conclusasi il 6 luglio con l’archiviazione. Nel 1998 la Commissione Stragi prese ad indagare sulla Gladio Rossa. Nel 2000, tra le diciotto relazioni finali, la stessa Commissione pubblicò quella di Gianni Donno (1948-), che illustrava le attività illegali dell’organizzazione e che fu spedita alla Procura di Roma per una nuova inchiesta, chiusa anch’essa con una archiviazione nel 2002. Il tema della Gladio Rossa come quello della Stay Behind nel Caso Moro sono stati affrontati dalla Commissione Mitrokhin dal 2002 al 2006. Una importante relazione sul tema fatta a questa Commissione è secretata dal 2012.
Se si guardano le date, si nota una sovrapponibilità delle rivelazioni sulle due strutture, anche se l’eco politica e mediatica di quella su Stay Behind fu molto più forte, anche grazie alla riscoperta del Memoriale Moro, di poco posteriore all’inizio di entrambe le vicende. Se a questo aggiungiamo che nei Processi Andreotti, il Memoriale servì ad imbastire l’accusa degli omicidi di Pecorelli e di Dalla Chiesa, vediamo che quel documento servì a due scopi: distruggere la DC e salvare il PCI (anche se con nomi diversi), nella sua componente stalinista. Nel 1990 avvenne cioè quello che sarebbe dovuto accadere nel 1978 se le BR avessero divulgato il Memoriale, o durante o dopo il sequestro. Un’operazione anche questa di intelligence che però era stata sospesa e impedita, e che ora ricominciava per motivazioni tutte interne all’Italia, ma non senza un coinvolgimento straniero, determinante per il ritrovamento del Memoriale. Come infatti l’apertura degli archivi cecoslovacchi fu decisiva per il recupero della documentazione sulla PSSS, così lo fu per il rinvenimento del Memoriale completo o, quanto meno, per l’individuazione del suo nascondiglio. Nell’uno e nell’altro caso, chi volle il ritrovamento lo volle per le ragioni che abbiamo appena illustrato, e siccome a conoscere il nascondiglio del Memoriale erano solo le BR e i servizi segreti italiani e stranieri, essendo le prime impossibilitate ad agire e non essendo i secondi interessati al rinvenimento, solo ai terzi poterono rivolgersi coloro che erano interessati a che avvenisse. Costoro, ossia gli esponenti della frangia estrema del PCI, costituirono l’ambiente da cui vennero fuori le informazioni a Cipriani, magari tramite qualche finto confidente corrotto. Furono essi, evidentemente, a far ritrovare il Memoriale Moro in Via Monte Nevoso. Furono ancora loro, come si è visto, ad usare i documenti in un modo tale da screditare gli avversari politici e avvantaggiare se stessi. L’apertura degli archivi cecoslovacchi e la grande quantità di materiale in essi contenuto, unita alla contiguità delle BR alla PSSS e all’STB fanno si che, con un margine molto alto di probabilità, proprio in essi quei comunisti italiani a cui ho fatto cenno poterono facilmente trovare le informazioni di cui avevano bisogno. Riflessione, questa, che fa il paio con quelle che ci hanno indotto a credere che le BR consegnassero a Praga gli originali degli scritti di Moro. Probabilmente c’erano copie del Memoriale in più covi brigatisti, da Via Gradoli – dove avvenne uno strano furto l’8 ottobre 1978, che smontò un cassettone degli avvolgibili lasciando intatti gli altri- a Firenze e a Milano stessa. Da qui poterono partire tranquillamente, prima che il laccio di Dalla Chiesa si chiudesse su Via Monte Nevoso.
Vale la pena di concludere dicendo che l’idea di un ritrovamento del Memoriale per opera occulta di Andreotti o Craxi, ai fini di ingraziarsi il PCI ed ottenerne i consensi per l’elezione al Quirinale è semplicemente assurda, come dimostra il fatto che, nella stagione degli scandali così apertasi, i due politici caddero senza che Botteghe Oscure, candidate a succedere al PSI e alla DC nella guida dello Stato, muovessero un solo dito per aiutarli, anzi cavalcando l’onda contro di loro. Questo risultato era perfettamente prevedibile, soprattutto da personaggi avveduti come Andreotti e Craxi, che quindi non avrebbero mai concepito un piano tanto ingenuo. Vanno invece rilevati altri due elementi: che, nonostante l’URSS fosse caduta e il KGB fosse stato diviso in FSB e SVR, la Federazione Russa, tramite il GRU, continuò a mantenere la sua rete all’estero, compresa l’Italia, con i relativi referenti; che la tecnica degli omicidi di Pecorelli e di Dalla Chiesa, nonché della creazione dello Scandalo Gladio sembra una trasposizione di quella che in gergo è chiamata balayeur, ossia un crimine in cui, oltre alla vittima, è uccisa anche un’altra persona spacciata per carnefice. In questi casi si tentarono l’assassinio morale e politico di Andreotti, Cossiga e della DC. Con un successo ritardato di dodici anni.
[1] La figura di Pecorelli, vera gola profonda che parla per conto terzi in tutto l’affare Moro, ricorda quella di Pierre –Charles Pathè, agente di disinformazione del KGB a Parigi, che si spacciava per gaullista di sinistra e gestì il bisettimanale Synthesis dal 1976 al 1979. Il primo numero fu spedito gratuitamente a cinquecento opinion maker, tra cui il settanta per cento dei deputati, il quarantasette dei senatori e quarantuno giornalisti. Come OP, voleva influenzare gruppi ristretti. Se la bestia nera di Pecorelli fu Moro e dopo Andreotti, Pathè – nome in codice Mason – bersagliava Giscard d’Estaing. Quando il DST individuò il suo controllore, Igor Aleksandrovitch Sacharovskij, il KGB interruppe le relazioni con il giornalista. Ripresele, Pathè fu arrestato e processato nel maggio del 1980. Ammise di aver preso denaro dai sovietici in modesta quantità. In realtà aveva intascato 974.823 franchi. Queste somme ricordano quelle che i misteriosi nemici di Leone davano a Pecorelli per farlo continuare nella sua campagna denigratoria contro il Presidente.
[2] La preistoria del Caso Gladio risale al 1972, quando qualcuno scoprì il NASCO 203 di Aurisina della Stay Behind. Costui trafugò una pistola, un binocolo e una torcia, senza richiudere il deposito clandestino. Perciò o era uno sprovveduto o un astuto personaggio interessato a far conoscere il sito. Il 27 febbraio 1972 in un rastrellamento i Carabinieri scoprirono le armi. Il servizio segreto contattò l’Arma, che era giunta alla conclusione che si trattava di armi NATO trafugate. In seguito il SID smantellò tutti gli altri NASCO. Lo stesso Comando di Aurisina dei Carabinieri trovò altro materiale proveniente dal deposito 203 e comprese di essere sulle tracce di una organizzazione paramilitare, che evidentemente non aveva nessun particolare interesse ad occultare le prove dell’origine dei suoi rifornimenti, quasi volesse far scoppiare uno scandalo. In questo contesto avvelenato avvenne la Strage di Peteano, il 31 maggio, quando il brigadiere Antonio Ferraro e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni rimasero uccisi innescando involontariamente un ordigno esplosivo contenuto in una Fiat 500 abbandonata con due fori di proiettile nel parabrezza. Il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro rimasero feriti. Nel 1983 Vincenzo Vinciguerra, membro di Ordine Nuovo, si autoaccusò di essere l’autore della strage. Nel 1985 lo stesso Vinciguerra, sentito da Casson, rivelò l’esistenza di una organizzazione parallela ai servizi segreti, dipendente dalla NATO, attrezzata per danneggiare le retrovie di una invasione sovietica e invischiata in una strategia stragista volta ad impedire alle sinistre di prendere il potere in Italia. L’assassino dimostrava di conoscere bene diverse cose e di saperle mescolare, a posteriori, con una buona dose di falsità. Se questa confessione spontanea suscita dubbi sulla sua veracità – un simile segreto non si rivela a cuor leggero né lo può conoscere un mero esecutore – di sicuro servì a Casson per collegare la strage, l’organizzazione segreta e il NASCO 203. L’ostinazione con cui il giudice istruttore volle mantenere un legame tra queste tre cose fecero sì che scoppiasse il caso di Gladio, più come fantasma della coscienza collettiva che una minaccia reale. La somiglianza con l’Operazione Khodokhi spinge a chiedersi se anche dal 1985 il KGB non voleva strumentalizzare i segreti di Gladio.





