
di Antonino Macrì Pellizzeri
Trump, non appena vinte le elezioni presidenziali, si mise in contatto con l’allora Presidente di Taiwan. Alla notizia del colloquio telefonico (non importa chi fece e chi ricevette la chiamata) i Cinesi ci rimasero molto male, ma cercarono di minimizzare e di considerarla una svista di una persona inesperta di politica internazionale. Il problema nacque qualche giorno dopo con le successive dichiarazioni alla Fox News in cui esplicitava il suo pensiero. Ma cosa disse? “ …….I don’t know why we have to be bound by a one-China policy unless we make a deal with China having to do with other things, including trade……..” “Non capisco perché dobbiamo rimanere legati alla politica di una-Cina senza contropartite in altri campi come il commercio…” La reazione di Taiwan fu in un primo momento positiva. Solo dopo si resero conto di essere stati trattati come merce di scambio in una trattativa molto più vasta che avrebbe potuto preludere ad un totale abbandono di Taiwan al suo destino in cambio di altre soddisfazioni, e, una volta viste le reazioni cinesi, si preoccuparono ancora di più. Essa, infatti, fu violentissima sia da parte delle istituzioni con dichiarazioni pacate ma molto ferme, sia dalla stampa ufficiale del partito. L’ambasciatore cinese a Washington dichiarò “Le norme fondamentali degli accordi internazionali non possono essere ignorate e certamente non devono essere viste come merce di scambio. E certamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale non sono oggetto di trattativa. Mi auguro che questo sia chiaro a tutti”. Citerò ora alcuni passaggi che possono dare un’idea della situazione. Per lo più derivano dal Global Times, il giornale semi-ufficiale in lingua inglese. “La politica di “una-Cina” non è in vendita…Trump pensa che ogni cosa abbia un prezzo, e, nel momento in cui si possieda una leva opportuna, possa essere comprata o venduta. Se si desse un prezzo alla Costituzione americana, gli Americani sarebbero disposti a “venderla” ed attuare un sistema politico analogo a quello dell’Arabia Saudita o di Singapore? Trump deve imparare a trattare la politica internazionale con modestia, specie le relazioni Cino-Americane… Se Trump abbandonasse la politica di una-Cina, supportasse pubblicamente l’indipendenza di Taiwan e vendesse ufficialmente armi a Taiwan la Cina non avrebbe alcun terreno di collaborazione con Washington nella politica internazionale e nessuna possibilità di contenere le forze ostili agli Stati Uniti. In risposta alle provocazioni di Trump, Pechino potrebbe offrire supporto ed anche assistenza militare ai nemici degli USA. La politica di una-Cina ha mantenuto pace e prosperità a Taiwan, e, se si cambiasse sistema, si creerebbe una reale tempesta attraverso gli Stretti… La Cina potrebbe non dare più priorità ad una unificazione pacifica rispetto ad una presa del potere militare. Gli USA non hanno alcun controllo sugli Stretti e Trump è “naïve” se pensa di farne un’arma di scambio per ottenere benefici economici……., Trump ha un’esperienza minima in campo diplomatico. Non capisce quanto possa essere pericoloso il coinvolgimento degli USA in un argomento così esplosivo”. Ed in un altro articolo lo stesso giorno “La verità è che questo inesperto Presidente-eletto probabilmente non capisce di cosa parli. Egli ha sovrastimato la capacità americana di dominare il mondo e non si rende conto della limitatezza della forza americana nel mondo di oggi…. Se Trump vuole giocare duro, la Cina non si tirerà indietro. Pechino “dovrebbe” (il modo cinese di dire “deve essere pronta a”) cominciare da una punizione severa delle forze indipendentiste Taiwanesi, valutando la possibilità di ristabilire l’ordine con mezzi non pacifici, e far uso della forza militare per ottenere la riunificazione. Pechino non accetterà mai un’esistenza ignobile sottostando all’ombrello di protezione del “racket” americano. Il divario di potenza fra Usa e Cina non è mai stato così basso. Perché dovremmo accettare questo accordo così sleale ed umiliante da parte di Trump? In altri articoli, ne sono stati scritti a decine in una settimana, si sostiene che ritardare una politica di aggressione militare potrebbe portare a una falsa sensazione che la Cina non è realmente interessata alla riunificazione e quindi renderla oggettivamente più difficile. E infine la sfida finale “del resto se attaccassimo Taiwan cosa farebbero gli Stati Uniti? Farebbero guerra alla Cina con tutte le conseguenze a livello mondiale per proteggere Taiwan? E chi si schiererebbe dal loro lato?” Come vedremo, quest’ultima frase esprime l’essenza e l’incertezza della situazione del prossimo futuro. La situazione andò così avanti da costringere il Presidente Obama ad intervenire pubblicamente “L’idea di una-Cina –disse- è al cuore della loro concezione di nazione. Quindi se Trump vuole sovvertire questo concetto deve pensare bene a quali sarebbero le conseguenze, perché i Cinesi non considerano questo argomento allo stesso livello degli altri. Questo va al cuore della loro considerazione di sé stessi, e la loro reazione in questo caso potrebbe essere molto seria. Ciò non significa che Trump deve fare ciò che è stato fatto in passato… ma ci deve pensare bene” e poi la conclusione, molto dura “Dal momento che c’è un solo presidente per volta, il mio suggerimento è che, prima di cominciare ad avere interazioni con i governi stranieri al di là delle telefonate di cortesia, è meglio che aspetti di aver formato il suo governo”. Un solo ricordo personale vi può dare un’idea di quanto l’argomento sia sensibile. Molto tempo fa, all’inizio degli anni ’90 (mi pare), una notte ero a Taipei in albergo durante un violentissimo temporale. All’improvviso andò via la luce dovunque. Dopo una decina di minuti cominciarono a suonare le sirene di allarme, esercito e polizia erano in strada e vari aerei in volo. Cos’era successo? Un traliccio dell’alta tensione sulla dorsale principale Taipei-Kaohsiung (nord-sud dell’isola) era venuto giù a causa di uno smottamento creando un blackout in tutta l’sola. Immediatamente si ipotizzò un attacco cinese e fu lanciato l’allarme. La presidenza Trump interruppe un periodo di calma e relazioni economiche floride fra i due lati dello Stretto, che erano culminate in una lunghissima stretta di mano a Singapore fra Xi Jinping e il presidente di Taiwan Ma Ying-Jeou il 7 novembre 2015. Era dal 1945 che i massimi leader dei due Paesi non si incontravano. Si chiudeva così un lento, lungo, riavvicinamento fra Pechino e Taipei. Erano ricominciate le visite reciproche fra famiglie che si erano separate nel 1949, gli scambi commerciali erano fittissimi e due milioni di taiwanesi vivevano stabilmente nella Cina continentale per i loro affari. L’azienda per cui lavoravo, in associazione con una società di Taipei, vinse una gara per la realizzazione di uno stabilimento in Cina, in contrapposizione con una società cinese. La nuova fase della crisi, nata con le dichiarazioni di Trump, si è sempre più aggravata fino ad oggi in cui il mondo si chiede “Che cosa succederà con il Presidente Lai appena eletto a Taiwan?” E’ una situazione estremamente ingarbugliata di cui tutti parlano, senza però spiegare il perché di tutto ciò, e soprattutto “quali sono le posizione emotive e gli interessi delle due parti, e se l’intromissione americana faciliti o renda più difficile una soluzione pacifica della vertenza”. Un briciolo di storia L’isola di Taiwan, grande più o meno quanto la Sicilia e abitata da 23 milioni di persone, si trova di fronte alla costa cinese a circa 150 Km di distanza. Ne fanno anche parte alcune isolette, gli arcipelaghi di Pengpu, Matsu e Kinmen. Quest’ultimo gruppo in particolare è posto di fronte alla costa del Fujian cinese, a circa 2 km di distanza dalla città cinese di Xiamen, come indicato con la freccia in figura. In epoca preistorica Taiwan era abitata da una popolazione autoctona molto diffusa nell’Asia sud-orientale, in Indonesia e in alcune isole del Pacifico. In essa trovavano spesso rifugio i mercanti del Fujian (cinese) che adoperavano l’isola come base per le proprie attività nel sud-est asiatico. Ci fu anche una significativa presenza olandese nel XVII secolo. Nel 1662 Taiwan fu definitivamente inserita nell’impero cinese prima dalla dinastia Ming e successivamente dai Qing. Con gli sconvolgimenti creati dalla guerra dell’oppio (1842) che portarono alla dissoluzione dell’impero nel 1911, Taiwan fu occupata prima dagli inglesi, poi dai francesi, e infine il Giappone occupò l’isola nel 1895 alla fine della guerra cino-giapponese. In quel momento essa era popolata da circa 2,5 milioni di persone, di cui 2,3 cinesi di etnia Han e gli altri di varie tribù indigene. Questi ultimi cercarono sempre di mantenere una loro integrità che è ancora presente. Bisogna infine dire che tutti i popoli che di fatto si sono succeduti nell’occupazione o nel dominio di Taiwan non ebbero mai alcun interesse a svilupparne le capacità. Solamente il Giappone diede un grande impulso all’economia e alla realizzazione di infrastrutture dell’isola, che si sviluppò rapidamente e diventò una delle aree più avanzate dell’intero Oriente. Nella dichiarazione del Cairo del 1943 le potenze alleate inclusero il ritorno di Taiwan alla Cina tra i loro obiettivi. Nel 1945 il Giappone firmò una resa senza condizioni, e Taiwan fu posta sotto il controllo amministrativo del governo cinese. Successivamente con il trattato di San Francisco il Giappone rinunziò ufficialmente alla sovranità su Taiwan. In Cina però, alla fine delle ostilità, era ricominciata in grande stile la guerra civile fra il Kuomintang di Chiang Kai-shek e le truppe di Mao Tse Dong, che si concluse nel 1949 con la vittoria di Mao e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (PRC) il primo ottobre. Chiang, assieme al suo esercito (essenzialmente la marina e l’aviazione) e a gran parte della borghesia cinese trovò rifugio nell’isola di Taiwan, creando la Repubblica di Cina (ROC) il 7 dicembre 1949. Sia PRC che ROC rivendicavano però il diritto ad essere la vera Cina, in attesa di una riunificazione. In particolare Chiang non rinunziava alla possibilità di uno sbarco nella Cina continentale usando proprio le isole Kinmen (chiamate Quemoy a Taiwan) come testa di ponte. Sono stato di recente a Xiamen ed è ancora stupefacente vedere degli ideogrammi giganteschi posti sulla costa continentale (a sinistra nella foto), ove si legge “Un Paese, due sistemi” e si possono leggere (a destra nella foto) analoghi giganteschi ideogrammi sulla costa dell’isoletta taiwanese “I tre principi della Cina”, secondo la traduzione approssimativa fattami dal cameriere di un bar locale. La foto è stata fatta con un semplice teleobbiettivo del cellulare. Entrambi i governi rivendicavano di essere il legittimo rappresentante di tutto il territorio cinese e nessuno dei due fu invitato alla firma del trattato. Lo status di Taiwan rimase in una sorta di limbo.





