Il piano ” Mattei” propagandato dal Governo Meloni rappresentava uno degli argomenti caratterizzanti del governo in carica assieme all’assicurazione che l’Italia fosse ” la locomotiva dell’Unione Europea”.
La retorica governativa, tuttavia, non aveva mai raggiunto un livello così basso nella storia recente della Repubblica Italiana soprattutto in ragione delle reali ed aggiornate strategie governative.
Persino la recente vendita della rete Tim diventa poca cosa, se rapportata alle dimensioni delle conseguenze della ennesima cessione di un asset così importante nella politica energetica di questo sciagurato governo, come quella del 4% di Eni.
Nello scenario internazionale la credibilità del futuro economico del paese riceve un colpo senza precedenti, ridicolizzando ogni dichiarazione governativa degli ultimi mesi relativa ad una nuova strategia energetica che potesse assicurare un futuro economico.
Mentre le altre nazioni, nostre competitor economiche della Unione Europea, stanno rafforzando la figura ma soprattutto il Ruolo centrale dello stato nella elaborazione delle politiche energetiche, il governo in carica cede progressivamente (come tutti gli altri governi precedenti del resto) quote di “Sovranità Energetica” a Private Equity che riducono la possibilità di elaborazione delle strategie fino ad influenzare persino la stessa politica governativa italiana.
Il tutto per due (2) miseri miliardi di euro si arreca un danno senza precedenti alla solvibilità politica ed economica del nostro paese.
In più, il 4% della quota azionaria di Eni può realmente venire valutato quanto meno della metà dell’utile del primo semestre dell’azienda nel 2023? Invece di operare attraverso la media dell’Ebit degli ultimi tre anni e moltiplicandolo per quattro (?) sei volte (?) nella valutazione della quota azionaria posta sul mercato, a tutto svantaggio della azionista governativo viene indicato un valore della quota del 4% imbarazzante.
Una operazione molto simile a quella della definizione dell’impegno finanziario per acquisire la concessione di Autostrade calcolata dal Governo D’Alema e con ministro dell’economia Enrico Letta.
Nella più assoluta e legittima discrezione del governo in carica sarebbe, tuttavia, opportuno chiedere al ministro Giorgetti sulla base di quali parametri sia stato indicato per il 4% delle azioni Eni il valore di due (2) miliardi.
Ovviamente, qui non si tratta per Giorgetti solo di incompetenza o impreparazione, ma probabilmente di uno schema ben definito finalizzato alla svendita, sul modello argentino con Menem, di tutti gli asset strategici del nostro paese.
Quando, invece, il governo Meloni, in considerazione della evidente crisi di liquidità anche conseguenza della sciagurata firma del patto di stabilità, dovrebbe subito abbandonare progetti faraonici e deliranti come il Ponte sullo stretto di Messina, i cui costi a prezzi correnti si aggirano attorno ai quindici (15) miliardi, ma in costante crescita.
In un paese normale verrebbero richiesti immediati chiarimenti alla compagine governativa con l’obbiettivo di salvaguardare il patrimonio economico e sociale del nostro paese e soprattutto una minima Sovranità Energetica.
Invece l’opposizione in perfetta sintonia con le priorità della maggioranza preferisce occuparsi di questioni marginali come il “pericolo fascista ” oppure l’italia a trenta all’ora, mentre contemporaneamente si parla di una possibile chiusura degli stabilimenti della Electrolux nella provincia di Pordenone.
Rasenta, infine, il tragicomico il fatto poi che un governo che aveva definito la tutela dell’Italia come proprio obbligo politico, possa allegramente cedere la residuale Sovranità Energetica senza avvertire un minimo del senso del ridicolo.
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