lettera non più spedita stante la revoca del provvedimento di che trattasi, fatta ‘spintoneanente’ dal ministro Valditara
Egregio Signor Ministro,
mi permetto di condividere con Lei alcune riflessioni sul progetto di educazione alle relazioni e sulla stupefacente scelta di mettere alla testa del triumvirato che lo sovrintenderà Paola Concia.
Molti hanno visto in questa scelta la dimostrazione di una resa culturale, del moderatismo e della destra democratica e non, a una corrente di pensiero neomarxista, sessantottina, che ha capovolto il rapporto tra struttura e sovrastruttura, mirando a modificare l’assetto socioeconomico a partire da quello culturale, che ha letto i rapporti tra i sessi come una lotta di classe in cui il maschio è il dominatore e la femmina è la forza rivoluzionaria che deve imporre la sua dittatura per la collettivizzazione dell’identità dei generi – ossia per la loro abolizione – che ha applicato lo stesso schema alle relazioni tra eterosessuali e tutte le altre persone classificate sulla base delle loro attrazioni sessuali.
Io personalmente non la vedo così. In realtà la scelta della Concia, che non è un’intellettuale ma semplicemente una politica e un’attivista – e che quindi porterà nelle scuole tutta la rigidità di chi non sa nemmeno capire le obiezioni di quegli “altri” alla cui diversità pur dovrebbe educare – è la dimostrazione plastica di due cose. La prima è che, attorniata da altre due donne di altro indirizzo culturale, deve garantire l’estensione a tutto l’arco costituzional – culturale di quella che è una visione del mondo esclusiva ma pervasiva, rappresentante un potere umbratile ma reale e intelligente, internazionale e politicamente determinante, i cui scopi sono ben altri che la prevenzione degli omicidi delle donne.
Essa mira alla rivoluzione culturale tra i sessi e tra gli orientamenti di genere, per cui la morte della povera Giulia è stato un semplice casus belli, per avviare con tutti i mezzi quella che il Papa ha definito una colonizzazione ideologica. Coloro che sostengono che il costo della virilità è che l’86% degli omicidi li fanno gli uomini entreranno nelle scuole con la loro cagnara menzognera. Basterebbe raffrontare qualche centinaia di assassini a decine di milioni di uomini innocenti per vedere che in realtà non c’è nessuna necessità di rieducare il maschio. Se poi aggiungessimo che i numeri degli assassini si discostano di poco da quelli delle assassine – ossia se lasciassimo le percentuali – capiremmo che la pretesa della rieducazione del maschio è inutile se non vi aggiungiamo anche quella della femmina.
La pietra tombale sarebbe constatare che la maggioranza delle vittime degli omicidi sono altri uomini, che sono anche la maggioranza delle vittime delle donne assassine, anche se spesso, nella fattispecie, si tratta di bambini, disabili e anziani, perché affidati alle cure femminili. Ma nessuno lo dirà, perché esce fuori dallo schema della lettura ideologica dei fatti e, si sa, quando la realtà non corrisponde all’ideologia, l’ideologia cerca di modificarla piuttosto che cambiare se stessa. Codazzo di questo ingresso saranno concetti elementari, come quello per cui maschi si nasce e uomini si diventa, che, sebbene siano smentiti clamorosamente dalla genetica e dall’antropologia culturale, dalla sociologia e dalla psicanalisi, verranno distillati come insegnamenti catechistici, nel vuoto di qualsiasi confronto con una larghissima maggioranza di persone che non li condivide ma alle quali è stata tolta da tempo la rappresentanza intellettuale, non perché non abbiano pensatori, ma perché essi sono stati cancellati dal mainstream e dall’alta finanza che lo foraggia, perché crede che il crollo della natalità sia il mezzo migliore per non redistribuire la propria ricchezza e che perciò fomenta l’assurda idea che i sessi, i generi, le persone siano nate non per completarsi ma per combattersi, facendo di sparute e drammatiche eccezioni la regola universale e mistificatoria, onde far diminuire la natalità.
Con questi presupposti non mi meraviglierei se i corsi per docenti e i gruppi di discussione degli alunni diventassero dei samizdat maoisti con tanto di autocritica. Molti psicologi sono convinti che la mutazione dei suffissi desinenziali del femminile grammaticale prevenga la violenza. Molti docenti usano l’asterisco a posto delle desinenze dei nomi plurali – ma non dei participi e degli aggettivi che concordano con essi – e non sanno poi come pronunziarli. Con simili professionalità diffuse, il pessimismo è di norma. I giovani e molti docenti faranno una opposizione nicodemica, altri ancora troveranno nelle sciocchezze che saranno loro insegnate la ragione per respingere in blocco anche le cose buone che si tenterà di veicolare e un estremismo iconoclasta ne produrrà un altro.
L’altra riflessione verte sul fatto che la destra e il centro non sono mai stati culturalmente attrezzati per fronteggiare il neomarxismo. A parte i nostalgici di Evola, gli altri hanno preferito abbandonare Croce, Maritain, Mounier, Del Noce, Marcel, Garrigou Lagrange, Przywara, Wojytla, Ratzinger, Novak per abbracciare De Beauvoir, Putnam Tong, Fausto Sterling, Foucault, Llama Lorca, Firestone, Brownmiller. Hanno abbracciato l’ermeneutica della liberazione sessuale di Reich e abbandonato l’etica essenzialista di Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso che era sopravvissuta sino a Freud. Dinanzi a una offensiva come quella di questi giorni sul Caso Cecchettin, condotta in un modo da far invidia a Marshall e Kirk, i grandi guru della rivoluzione gay, cosa potevano opporre le forze governative e moderate? Nulla. Perciò io non mi meraviglio delle sue scelte, Signor Ministro.
E però io credo anche che un uomo dal suo percorso politico, un riformista non di sinistra, preposto all’Istruzione, non potrà ignorare che la scuola è luogo di trasmissione di cultura, di sensibilizzazione, di formazione sussidiaria a quella della famiglia e degli altri corpi sociali, di antemurale all’anonima deformazione veicolata dai social e, soprattutto, un ambiente laico dove tutti hanno diritto di parola, perché essa è di tutti. Perciò non potrà non rendersi conto che le “educazioni” sempre più sociologizzanti, le campagne a base di slogan e di emotività, le pretese esclusiviste di educare secondo un paradigma unico, la decontestualizzazione del modello formativo e, soprattutto, la negazione delle diverse visioni di pensiero su temi controversi e discussi sono la sovversione della natura stessa della scuola.
E’ stato grazie alla sua sensibilità, Signor Ministro, a evitare che l’educazione affettiva diventasse come quella motoria o tecnica o musicale o artistica, caricatura di una disciplina, magari con voti e compiti; è stata la sua sensibilità ad evitare che essa si diluisse in una stantia educazione sessuale nel corso della quale passassero in rassegna tante cose che si apprenderebbero meglio nella pratica di un boudoir che nella teoria di un’aula. Ora mi appello, a nome di una maggioranza che una volta tanto non dovrebbe essere silenziosa, alla sua saggezza, perché la caratura ideologica della sua nomina sia diluita in un parterre più ampio di nomi e il suo ruolo venga stemperato nella turnazione della presidenza e nella reale interlocuzione con la base educativa, che è la famiglia, la società civile e le religioni.
Mi appello alla sua cultura, perché restituisca a Paolo e Francesca, a Medea e Giasone, a Enea e Didone, a Giuditta e Oloferne, alle Suffragette, a Hannah Arendt, a Edit Stein e a tutti i grandi personaggi che affollano le nostre discipline scientifiche e umanistiche, la loro capacità di educare attraverso l’onesta responsabilità dei docenti che vogliono formare alla vita e non colonizzare le menti, additando gli esempi eterni della nostra cultura occidentale che soli, con la loro bellezza, possono salvare un mondo oscurato da una barbarie figlia dell’ignoranza e madre della violenza.
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