
di Silvano Danesi
Come ho scritto in un recente articolo dal titolo: “Conosco l’akakia, il messaggio segreto della spina”, dalla vasta letteratura riguardante i Templari si apprende che le iniziazioni dei nuovi adepti avvenivano in luoghi-spina, in ambienti collegati da cunicoli con le commende.
“Salvo rare eccezioni, dovute alla scomparsa successiva del nome – scrive in proposito Louis Charpentier – tutte le commende, o per lo meno tutti i gruppi di commende abbinate avevano nei dintorni una località spina”.[1]
Abbiamo, infatti e come esempio: Épinay, Pinay, L’Épinay, Épinac.
Il fatto che alle commende templari fossero abbinati luoghi-spina induce ovviamente a pensare ad un significato particolare della spina. Significato che vale la pena di indagare, così come ho tentato di fare nel mio libro “Tu sei pietra”, dal quale attingo in parte le osservazioni che seguono, integrandole con un maggior approfondimento dell’indagine.
Un primo approccio ci induce a considerare il rapporto spina-Vergine.
Per un gioco di parole (la lingua verde è fatta di omofonie, analogie, enigmi) che vale sia per il francese, sia per l’italiano, spina e spiga sono molto simili: épine ed épi. En épi è la spiga e spica è la stella più luminosa della costellazione della Vergine, che è rappresentata come una signora con una spiga in mano.
I Templari, come è noto, hanno la loro origine nella nobiltà francofona della Champagne e, pertanto, è ragionevole pensare ad un loro uso del gioco di parole tra épine ed épi.
Un secondo approccio ce lo suggerisce Pavel Aleksandrovič Florenskij, nel suo “Porte regali” (Adelphi) dandoci due interessanti indizi che potrebbero condurci pensare ai Templari come ad una fratria iniziatica custode degli antichi riti eleusini, osiariaci e isiaci.
“La fratria – come ben spiega Nicola Bizzi -, nell’interpretazione che ci fornisce Sestito, era un sodalizio, derivato dal modello antico, potremmo tranquillamente dire dal γένος (ghenos) greco, che attraversava e trascendeva il modello della famiglia tradizionale, normalmente molto chiusa, per aprirsi a determinati individui anche di diverso livello sociale o di altre località geografiche, e si formava di fronte all’esigenza di mantenere e trasmettere un segreto, un sapere occulto o un bagaglio di tradizioni e conoscenze destinate a restare appannaggio di pochi e a non divenire di pubblico dominio o oggetto di una condivisione allargata. Un concetto, quindi, che può trovare similitudine nel clan di modello scozzese, o in quello di tribù (si pensi alle tribù sacrali di Eleusi), vere e proprie famiglie allargate la cui esistenza e le cui azioni si fondavano sulla difesa e sulla tramandazione di una tradizione.”[2]
I Templari nascono nella Champagne, da un ambiente familiare di piccola nobiltà, della quale è parte anche Bernardo di Chiaravalle. Nella Champagne scrive Chrétien De Troyes, a mio parere “fedele d’amore” (vedi il mio Fedeli d’amore alla corte di Artù) e nella Champagne emerge la “materia di Bretagna”, che riporta in luce l’antica mitologia e simbologia celtica.
Nel mio “Tu sei Pietra”[3] scrivo: ” Jean Louis Brunaux[4], nell’ambito di uno studio teso ad analizzare i rapporti intensi tra Celti e Greci e, in particolare, tra Druidi e filosofi (essendo anche i Druidi riconosciuti dai Greci come tali) analizza il fenomeno dell’improvvisa scomparsa, nel 500 a.C., dei principi halstattiani, dovuta, secondo alcuni, allo spostarsi delle vie commerciali greche ed etrusche a causa delle difficoltà della colonia greca di Marsiglia. «Gli Etruschi – scrive Brunaux – avrebbero allora beneficiato delle difficoltà della colonia e avrebbero sviluppato delle relazioni più strette con i territori periferici del “cerchio halstattiano occidentale”, la Champagne, il Berry, l’Hunsrück Eiffel».[5] Questo spostamento, fa notare Brunaux, a fronte del declino rapido del “principi” halstattiani, scomparsi in pochissimo tempo, come mostra la fine delle sontuose sepolture, non ha causato negli aristocratici della Champagne un innalzamento a “principi” del loro status e i costumi sono rimasti quelli di una società comunitaria, la cui aristocrazia non si considera costituita da uomini di un’altra essenza. Brunaux ritiene pertanto che la rapida scomparsa dei “principi” halstattiani sia dovuta al fatto che la loro perdita di potere economico ha consentito il sopravvento di un fenomeno culturale «che ha potuto conoscere molto rapidamente una traduzione politica, ma la cui origine era soprattutto di natura spirituale. Prima del loro ruolo economico e politico è lo sfruttamento della loro stessa immagine che è stato negato ai principi e ai grandi aristocratici. Si è loro rifiutato il privilegio di mettersi al di sopra dei comuni mortali. … Certamente, dai tempi più antichi, quelli della loro origine, esisteva presso i Celti una spiritualità arcaica e severa, che non lasciò che un flebile spazio alle diverse forme di materialità. La cultura di Halstatt, tutta impregnata di influenze venete ed etrusche, aveva permesso a delle nuove forme di espressione di liberarsi di una tale costrizione. Ma lo ha fatto con degli eccessi e con precipitazione: i principi halstattiani non avevano inscritto la loro dismisura, come i faraoni d’Egitto, in una lunga tradizione che la rese se non accettabile a tutti, quantomeno consuetudinaria. Essa non lo era soprattutto agli occhi degli altri aristocratici, più illuminati, più coscienti del danno che degli eccessi facevano correre alla comunità». [6]
La Champagne, dunque, si propone, nello studio di Brunaux, come un centro tradizionale di un’arcaica e severa spiritualità celtica. Una spiritualità che si collega alle Ardenne, ovvero ad Arduinna, la Dea Orsa Bianca, nel cui nome troviamo il simbolo dell’orso, ovvero della regalità (Artù)? Ad una Dea Arduinna, Signora della Natura, che cavalca un cinghiale (simbolo della sacerdotalità)? Ma c’è di più. Analizzando il rapporto tra druidi e pitagorici, Brunaux ne riscontra la concordanza di alcune concezioni metafisiche e la comune idea che la divinità non deve essere rappresentata antropomorficamente o zoomorficamente, lasciando ai numeri e alle forme geometriche di mostrare, dietro alla materia, luoghi inaccessibili ad altro che allo spirito. «Dalla metà del V secolo – scrive Brunaux – in Gallia e nelle regioni limitrofe appaiono numerosi pezzi decorati che testimoniano di un lavoro preliminare di disegno sbalorditivo, generalmente eseguito con l’aiuto del compasso. Su dei pezzi di bardature in bronzo (falere, placche di bardatura, ecc.) di qualche centimetro di diametro, ci sono decine di cerchi che sono stati tracciati al fine di delimitare le zone da ritagliare per creare motivi a rilievo. L’analisi di questi decori dove la complessità della costruzione geometrica non ha uguali nell’abilità dell’artigiano che l’ha messa in opera, necessita oggi dell’utilizzo di strumenti informatici. All’evidenza, questi pezzi sono il prodotto di una stretta collaborazione tra esperti in geometria e dei veri orefici. Essi rispondevano a un bisogno specifico, che giustificava un tale dispendio d’energia, che non aveva nulla a che fare con una semplice moda. Apparsi all’inizio nel “foyer champenois”, questi decori si diffusero in effetti largamente nel mondo celtico, dal quale non sparirono più, come se lo stile plastico del III secolo e quello, realista, del II e I secolo non avessero alcuna presa su di loro». [7]
La Champagne, pertanto, si evidenzia come luogo ove operano uomini che coltivano antiche e severe tradizioni e che, al contempo, sanno utilizzare i numeri e la geometria in modo sorprendentemente complesso. Un luogo di antica cultura druidica, di evidente interesse per dei monaci calabresi che, con tutta probabilità, sotto la tonaca cristiana nascondevano la loro appartenenza al culto dell’antica filosofia pitagorica e orfica, che in Calabria ha avuto uno dei suoi centri maggiori.
La letteratura relativa ai Templari ci ricorda infatti che nel 1070 un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria, capeggiati da un certo Ursus, un nome che nei documenti del Priorato di Sion è spesso associato alla stirpe merovingia, aveva raggiunto la foresta delle Ardenne, proprietà di Goffredo di Buglione.
I monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde, Duchessa di Toscana e madre adottiva di Goffredo, che donò loro un vasto appezzamento di terreno in Orval, nei pressi di Stenay, il luogo in cui era stato assassinato Dagoberto II, l’ultimo dei merovingi. Sul terreno i monaci costruirono un’abbazia, ma non vi restarono a lungo, poiché già nel 1108 erano tutti misteriosamente scomparsi verso destinazione ignota. Nel 1131 l’abbazia di Orval venne definitivamente assegnata a Bernardo di Chiaravalle, colui che predispone la regole dei Cavalieri del Tempio e che è ufficialmente l’ispiratore delle loro azioni.
Interessante, al fine di stabilire antichi fili che legano tra di loro le fratrie iniziatiche, è la leggenda che narra il passaggio di stato, di Taliesin: dall’essere il nano Gwyon Bach ad essere fronte d’argento, fronte luminosa (ossia illuminato). La leggenda testimonia di un percorso iniziatico legato alla ritualità della Dea Ceridwen, i cui riti erano ancora attivi nel 1171 d.C. ed erano assimilabili a quelli di Demetra e di Cerere. I misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro e trasformati dal bardismo, conservavano, infatti, ancora i loro fedeli nel VI secolo, al tempo di Taliesin, ed erano vivi nel XII secolo. “Il re stesso – scrive Jean Rainaud – , come si vede dai canti di Hoël o Hywel, re del Galles, morto nel 1171, era onorato di esservi ammesso. Esiste una preghiera curiosa, nella quale, già ammesso ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita al Collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. [8]
Gwyon, ci ricorda Panchaud[9] significa “Padre degli uomini”. “ I simboli del suo culto lo rivelano – aggiunge Panchaud – sotto il carattere di Mercurio-Hermes, dio del commercio e di tutte le relazioni sociali e d’un Apollo, in quanto dio della poesia, del sapere e della luce intellettuale; laddove Bel-Heol o Hélian non è che il dio della luce e del calore fisici. E’ ancora a Gwyion…. che si attribuisce l’invenzione della scrittura. E’ anche un Prometeo rivelatore e un mediatore tra Dio e l’uomo”. [10] Il determinativo Bach, dal significato di piccolo, secondo Mac Bain (dizionario) potrebbe anche ricondurre, con il significato di ubriaco, a Bacco e quindi a Dioniso (in assonanza con i riti eleusini).
I Templari, appartenenti, nel loro primo nucleo, alla piccola nobiltà della Champagne, potrebbero essere dunque, ragionevolmente, una fratria legata agli aristocratici celti.
Inoltre i Templari, nati in un luogo nel quale stavano confluendo i rivoli carsici di antiche conoscenze misteriche potrebbero esserne stati i custodi e anche i continuatori.
Torniamo, ora, a Pavel Aleksandrovič Florenskij, il quale scrive: “Queste icone, rivelazioni esemplari della vita in Cristo, e manifestazione purissima della creatività ecclesiale autentica, rivelano le forme sacre primordiali dell’intera umanità. In esse riconosciamo, e in certe parti anche apertamente, le antiche sculture: i tratti di Zeus nel Cristo Pantokrator, di Atena e Iside nella Madre di Dio ecc., e in tal modo «la Sapienza è giustificata nella sua progenie». Sì, le visioni spirituali, progenie predisposta dall’antica sapienza, provano con la loro verità che la sapienza nei suoi precorrimenti e nelle allusioni alla verità era stata verace. Si può dire che più la visione è ontologica, e più la forma in cui si esprime è universale”. [11]
“Qui mi sovviene – continua Pavel Aleksandrovič Florenskij – l’icona dello starec Ambrogio di Optina, dipinta, sia pure in modo non abbastanza raffinato, con pennellate ridondanti alla maniera naturalistica: l’icona di «Colei che fa crescere le messi». Fra i conversi del monastero del governatorato di Kaluga, quell’uomo anziano, umile e malato, prova l’impulso insolito, del tutto alieno alla corrente raffinata dell’intellettualità ecclesiastica del tempo e in opposizione al Sinodo, di dipingere la Buona Dea: la Madonna raffigurata nella forma canonica della Madre delle messi: Demetra. Nell’impulso spirituale dello starec ottantenne, incapace di padroneggiare appieno i mezzi pittorici, affiora tuttavia il senso di una visione misteriosa, di un ‘sì’ ecclesiale all’antica immagine della santa Demetra, in cui si raccolsero i precorrimenti ellenici della Madre di Dio”.[12]
Demetra è la Dea della spiga e la spiga è presente nei Riti eleusini. La spiga, peraltro è anche in relazione con Osiride, indicato in alcuni dipinti dell’Antico Egitto, come colui dal cui corpo nasce il grano.
Pavel Aleksandrovič Florenskij, a questo proposito, scrive che: “il dio del principio della realtà e perciò del bene, Osiride, era raffigurato in Egitto dal simbolo djed, nel quale si ravvisa fondamentalmente una rappresentazione schematica della spina dorsale di questa divinità: ciò che è maligno e impuro è senza spina dorsale, insostanziale, mentre il bene è reale e la spina dorsale è il fondamento della sua esistenza”.[13]
Ecco di nuovo ritornare la spina come indizio che ci riporta ad antiche ritualità misteriche.
[1] Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario
[2] Nicola Bizzi, “Anima Mundi. Il Fuoco Sacro del Rinascimento” Aurora Boreale Edizioni
[3] Silvano Danesi, Tu sei Pietra, Ilmiolibro.it
[4] Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil
[5] Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil
[6] Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil
[7] Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil
[8] Jean Rainaud, L’esprit de la Gaule, Firne, Paris, 1864.
[9] Edward Panchaud, Le druidisme; ou, Religion des anciens Gaulois, Losanna 1865
[10] Edward Panchaud, Le druidisme; ou, Religion des anciens Gaulois, Losanna 1865
[11] Pavel Aleksandrovič Florenskij, “Porte regali”, Adelphi
[12] Pavel Aleksandrovič Florenskij, “Porte regali”, Adelphi
[13] Pavel Aleksandrovič Florenskij, “Porte regali”, Adelphi





