
Introduzione
di Paolo Raffone
Nel saggio (che pubblichiamo per capitoli in successione, a cominciare da questa introduzione) si tirano le somme geopolitiche del periodo 2019-2023. Una fotografia del presente che offre una prospettiva che, considerata la volatilità della situazione, non può che essere sul breve termine (2024-2025). Il saggio va letto nel suo insieme ma per esigenze di spazio è diviso in capitoli.
Si inquadrano le ultime attuali fasi dello smantellamento degli equilibri geopolitici e geostrategici della Guerra Fredda. I resti di Guerra Fredda sono quelle situazioni sopravvissute alla sua fine tecnica che nel 1991 fu rappresentata dalla simultanea autodissoluzione dell’URSS e dalle operazioni americane Desert Shield e Desert Storm per la “liberazione” del Kuwait dall’invasore Saddam Hussein, rais dell’Iraq.
I resti di Guerra Fredda sono le crisi esplose nel periodo 2019-2023 nel Sahel, in Palestina, in Nord Africa, in Ucraina, e nella Repubblica Democratica del Congo. Queste crisi segnano la fine degli equilibri geopolitici e di potenza ereditati dalla Guerra Fredda in aree direttamente afferenti agli interessi europei: Europa orientale e Mar Nero; Europa Meridionale e Mediterraneo; Africa, rotte commerciali e migratorie; Riserve energetiche mediterranee offshore, oleodotti/gasdotti e cavi sottomarini.
Queste crisi avvengono, non a caso, in coincidenza dell’indebolimento interno ed esterno della superpotenza statunitense che dal 1917 ha assunto la tutela della sua appendice strategica europea (Europa Occidentale) ereditando la gestione degli imperi coloniali europei, in proprio o in cogestione con le residue potenze di Francia e Inghilterra. Dopo il 1947, quest’insieme denominato “Occidente” è stato inquadrato nella logica strategica del bipolarismo, la Guerra Fredda che altro non era che la terza fase della Prima Guerra mondiale con annesso anti-slavismo e anti-russismo. Dopo il 1991, gli Stati Uniti hanno scelto di assumersi da soli un’eccessiva estensione globale di responsabilità militari, politiche, economiche (le ideologie dell’unilateralismo e della globalizzazione) che ne hanno esposto la fragilità e la non sostenibilità. Trent’anni dopo la fine tecnica della Guerra Fredda, la centralità neo-imperiale degli Stati Uniti non compensa più il costo politico-economico dell’operazione globale ma ne mina al suo interno il benessere e le capacità, facendone vacillare il convincimento di essere portatori di un “destino manifesto”[1].

L’Unione europea è figlia della Guerra Fredda. Fu creata nel 1957, pochi anni dopo la NATO. Concepita come “Eurafrique” per volontà francese (inclusione dell’impero coloniale francese nelle Comunità europee), dopo gli anni Sessanta l’UE ha perso definitivamente la capacità di gestire le crisi che la circondano con un apprezzabile grado d’autonomia e di responsabilità[2]. Gli inglesi seguendo il loro tradizionale cinismo trasformarono nel 1949 il loro ex-Impero in Commonwealth of Nations, mentre la Francia che era convinta che il suo “Impero non voleva morire” dal 1960 ha continuato una gestione a dir poco opaca dagli uffici di una “cellule africaine” dell’Eliseo. Con l’incapacità di gestire ordinatamente la dissoluzione della Jugoslavia negli anni Ottanta e Novanta, e dopo la dissoluzione pacifica dell’URSS nel 1991, l’Unione europea è rimasta sotto la tutela statunitense e dell’alleanza politico-militare NATO, che influiscono profondamente sulle sue scelte politiche e di programmazione (policy). Allo stesso tempo, gli Stati membri dell’UE agiscono come sonnambuli ignari della propria condizione nel mutato contesto geopolitico, senza accorgersi che auto infliggersi la sottomissione alla potenza egemone non li garantirà affatto dalle conseguenze dei cambiamenti in atto.

E’ cambiato il contesto, cioè il mondo, a loro insaputa. Ma gli europei, soprattutto Macron, non si accorgono della crisi strutturale statunitense e del conseguente vuoto di potere reale che eccita gli appetiti e gli interessi dei massimi avversari di Washington, Cina e Russia. Sospesi in una percezione distorta dal catastrofismo in attesa di una catarsi, gli europei si affidano ciecamente alle istruzioni della “torre di controllo” mettendo in atto strategie che inducono conseguenze più reali della realtà. Un masochismo incomprensibile. Ancora prigionieri dell’allucinazione illuminista che aveva eretto la colonizzazione a missione civilizzatrice, gli europei trattano con supponenza e superiorità i cugini africani e con diffidenza gli invasori slavi o gli enigmatici gialli cinesi. Restano convinti che l’Europa, quindi l’UE, debba esportare il proprio modello civilizzatore di liberaldemocrazia intrisa di ideologiche regole green, gender, LGBTQ+, eccetera. Ecco alcuni esempi. In Africa del Nord, l’UE ha sostenuto i cambi di regime derivati dalle rivolte politico-sociali guidate dai Fratelli Mussulmani (Primavere arabe), alleati dell’amministrazione Clinton, per poi accettarne supinamente l’inversione e le nefaste conseguenze ed evoluzioni dettate dagli interessi statunitensi. Dopo una pluridecennale “apertura all’Oriente” (Ostpolitik), e finanche un tentativo di inclusione della Russia nella geometria di sicurezza UE/NATO, l’UE ha adottato politiche di servizio anti-russe in ossequio alle scelte strategiche statunitensi, arrivando persino a rescindere le relazioni bilaterali incluse tutte quelle economiche ed energetiche. Dopo aver contribuito sin dagli anni Settanta ai negoziati di apertura diplomatica e poi commerciale tra Stati Uniti e Cina, negli ultimi anni l’UE ha progressivamente rescisso le buone relazioni e gli accordi con la Cina secondo le esigenze statunitensi (il decoupling, cioè la separazione, poi rinominato de-risking, cioè riduzione dei rischi). Dopo molti decenni di politiche pro arabe, e filo palestinesi, l’UE e soprattutto i suoi Stati membri hanno deciso un sostegno incondizionato a favore delle pur comprensibili rivendicazioni di Israele, seguendo pedissequamente le decisioni dell’amministrazione americana. Nell’Africa divisa in 54 Stati post-coloniali raggruppati in tre organizzazioni regionali create da europei e americani, gli europei pretendono il rispetto delle loro regole sommando insuccessi che facilitano la penetrazione e l’influenza di Cina e Russia. Dopo decenni di politiche neocoloniali che si pretendevano per lo sviluppo, i simulacri della potenza europea in Africa si sgretolano sotto la pressione dal basso di società africane che hanno scoperto il gusto del protagonismo. Seguendo le preoccupate istruzioni della “torre di controllo”, gli europei e l’UE, invece di partecipare con rispetto ai cambiamenti in corso, scelgono la fuga senza contare che dal rovesciamento dei rapporti demografici gli Stati Uniti sono lontani mentre l’Europa non scappa.
L’esito delle crisi in corso potrebbe manifestarsi nel quadro di un “nuovo equilibrio” multipolare nel quale l’UE e i suoi Stati membri non avranno una collocazione se non periferica o ancillare. Allo stesso tempo, queste crisi costituiscono anche possibili, ma non probabili, rischi geostrategici globali che richiederebbero capacità e risorse che ad oggi gli europei non hanno, ne immaginano di poter avere. In ogni caso, far finta di niente o, peggio, illudersi di essere ancora al centro del mondo, non potrà che produrre un risveglio assai brusco con esiti imprevedibili.
segue
[1] Federico Petroni, Limes 05/05/2023, “L’America non crede più nella globalizzazione, parola di Jake Sullivan”, https://www.limesonline.com/rubrica/fiamme-americane-jake-sullivan-usa-cina-taiwan-semiconduttori-economia
[2] Editoriale di Lucio Caracciolo a Limes 8/23, “La linea della palma” https://www.limesonline.com/cartaceo/la-linea-della-palma





