
Il prossimo 16 dicembre si terrà a Verona il convegno VERONA CITTA’ MAGICA; con l’occasione pubblichiamo un saggio di Luigi Pellini, che è fra coloro che hanno dato impulso alla realizzazione del convegno e sarà peraltro colui che introdurrà i lavori.
di Luigi Pellini
Giardini e broli veneti 1 (Prima parte)
Anche nel mondo romano assistiamo ad una evoluzione del giardino inteso come orto con funzione prevalentemente produttiva, ma che già abbozza anche una funzione estetica e sensoriale dato che era compreso in questi spazi concepiti dentro alla domus, nelle aree scoperte e di solito poste nella parte posteriore della casa. Spazi verdi che si trasformano in “giardini ameni”, i viridaria, luoghi concepiti per il corpo e per lo spirito, costituiti da un equilibrato insieme di specie arboree e da fiore coltivate a fini decorativi, simbolici e contemplativi, abbelliti spesso da grotte, corsi d’acqua, fontane, statue mitologiche che formavano precisi percorsi filosofici.
La storia della Villa Veneta nasce a Roma. E’ infatti proprio il mondo romano che genera la “cultura di villa”, la cultura di abitare in campagna, che andrà poi a dissolversi con la caduta dell’Impero Romano.
L’’Oriente concepì questi luoghi magici creati per la mente e per lo spirito, il mondo romano fu pronto ad importarli assieme alle divinità sublimi e terribili, così approdò nella romanità anche la sapienza greca, i miti, come i paesaggi fuori dal tempo che solo le raffinate culture legate all’acqua sapevano realizzare, e il Mediterraneo fu il laboratorio e il crogiolo dove approdarono e furono elaborati i saperi più diversi, le conoscenze più profonde, le teologie tese all’immortalità. I giardini come i broli sostituirono i salotti culturali, i templi dove adorare le nuove divinità frutto di sincretismi elaborati, pensiamo ai Giardini Boboli o al Girdino Giusti a Verona luoghi magici dove le rappresentazioni teatrali si trasformavano in riti e liturgie collettive dove lo spettatore divenivail credente e i guitti i sacerdoti della nuova religione legata indissolubilmente alla potenza della madre natura.
L’acqua fu il ponte che uni indissolubilmente Venezia all’Oriente, per certi versi il potere navale della Roma Imperiale che permane, sotto mentite spoglie, per tutto il medioevo.
l’esperienza prenda forma e la prenderà nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, con la villa che Giuliano da Sangallo progettò per I Medici a Poggio a Caiano, alla metà degli anni Ottanta del Quattrocento.
“Dopo l’esperienza fiorentina è nella Roma dei primi decenni del Cinquecento che la volontà di far rinascere la villa antica ritrova le forme pienamente desunte dall’antica architettura del passato, con Villa Madama:il Rinascimento è proteso alla rivisitazione della sapienza del passato legato alla sapienza e alla religiosità filosofica greca. Con la bonifica dei territori paludosi del Veneto, inizia la costruzione delle Ville in campagna per un maggior controllo sull’operazione di bonifica”. Così nuove ville sulla base delle esperienze romane, vengono realizzate nel Veneto quasi a preparare l’opera di Palladio: anche il Michele Sanmicheli con la villa Soranza, e Jacopo Sansovino con villa Garonzi di Pontecasale e Gianmaria Falconetto con Villa dei Vescovi portano il nuovo modo di concepire la prestigiosa residenza agricola che apre alla nuova economia focalizzata nel contensto di una agricoltura innovativa che produce ricchezza attraverso le nuove copiose culture cerealicole legate al riso e al governo delle acque. Sempre la dimora del nuovo padrone prevede e attua un giardino brolo dove il Signore trova refrigerio per lo spirito e alimenti per il corpo.
Fino ad arrivare a Palladio, il giovane che da scalpellinaio divenne architetto, fu in grado di mettere in pratica la brillante intuizione di Alberti: è in campagna che l’architetto può sperimentare al meglio e realizzare la buona architettura, poiché là non è vincolato a strutture preesistenti né circondato da strade e case vicine.
Dimore legate indissolubilmente alla religiosità pagana che il popolo veneto ha inseguito da sempre, e ha mantenuto indissolubilmente vive nel cuore anche se la religione monoteista imposta da Roma ha cercato di dominare un popolo di grandi bestemmiatori che portano la grazia nell’istinto
Fra le terre pedemontane dove affiorano polle d’acqua sorgiva purissima o acque termali segni della presenza di divinità legate alla terra, Quelle ville erette con tanta grazia sono dei partenoni, dei templi, delle case per accogliere e venerare gli dei del luogo per ingraziarli di questa terra e dei abbondanti frutti che essa dispensa da secoli nel segno della fecondità e dell’abbondanza.
La Rocca Pisana edificio di incomparabile bellezza ideato dallo Scamozzi posta sull’apice di un colle domina dall’alto in un grande respiro la cittadina di Lonigo posta ai piedi dei Berici. Costruita sopra i resti di un tempio dedicato a Zeus può essere ancora considerato una casa degli dei. Era stata concepita come casina estiva della Famiglia Pisani costruita nel 1574.
Venezia uno -stato anfibio- che alla scoperta delle Americhe è già incamminato verso la terraferma veneta e lombarda. La sconfitta di Agnadello, del 1509 spinge la Serenissima non più ad investire sul mare, ma bensì nell’agricoltura, nella gestione e nel governo delle acque fluviali e di resorgiva e la razionalizzazione delle paludi:dove la coltura del riso riuscirà a produrre ricchezza e a debellare l’atavica fame. La -venezianità- si fondò anche in terra ferma sull’organizzazione delle acque, la bonifica delle paludi attuata sia realizzando nuovi canali di sgrondo e di irrigazione.
Opere che determinarono, con le nuove ville volute dalla nobiltà veneziana, il paesaggio che perdurerà per tutta la prima metà del Novecento quando la città -uscirà- investendo indiscriminatamente tutto il territorio per toccare il degrado totale negli anni ottanta con l’inondazione di case e capannoni, in una informe -megalopoli padana-.
Nonostante tutto il territorio riesce ancora a salvare l’eredità del suo passato, la memoria dell’armonia e della bellezza lasciataci dalla Civiltà veneziana.
E’ la villa veneta l’elemento fondante che riesce a mantenere anche una validità economico agricola per tutto l’Ottocento, costituendo anche una identità sociale, culturale, storica e paesaggistica.
L’assetto polifunzionale della villa veneta prevede che essa sia dotata di tutta una serie di edifici, come barchesse, magazzini, stalle, connessi con le esigenze agricole del fondo. Soprattutto nel Settecento, questo aspetto pratico della villa perde di significato e la residenza di campagna finisce per diventare esclusivamente il luogo di delizie della villeggiatura
Il nucleo centrale della Villa è la dimora patrizia del signore che controlla, coordina e organizza il lavoro e il giardino non mancherà mai, luogo legato ai ludici ozi del signore concepito anche per intrattenere e meravigliare gli ospiti, quasi sempre immerso nel contesto bucolico che infonde anche al misero contadino una possibile speranza per il suo lacerante e faticosissimo lavoro.
La specificità del progetto palladiano è di riunire gli annessi agricoli e la casa padronale in un’unica composizione in modo da creare un effetto più imponente e unitario, con una composizione architettonica di grande efficacia sia funzionale che visiva, ispirata alle forme dell’architettura antica. La lunga storia della villa veneta dopo Palladio è ricca e complessa a partire dall’allievo di Palladio, Vincenzo Scamozzi, sino ad arrivare a quell’innovativo tradizionalista (o innovatore tradizionalista) veneto che fu Carlo Scarpa.
Potremo anche parlare di un giardino veneto, con un suo stile “sobrio” ma sempre legato all’armonia e come luogo di serenità dove come osservava Ovidio: la bellezza deve sempre coniugarsi all’utilità e così il giardino veneto estende questi principi anche alla villa di città dove anche se in aree più ristrette non mancherà l’area dedita alle piante da frutta e l’orto per produrre la verdura necessaria alla casa.
A delimitare quasi sempre la forma quadrangolare sono quasi sempre le siepi che armoniosamente si integrano con l’ambiente intorno. Quasi sempre si sfruttano pendii o si creano artificialmente e cosi le acque possono scorrere leggere in piccoli rivi alimentando i zampilli delle fontane o mantenendo il ricambio delle peschiere.
Forse il prototipo della villa veneta è la casa del poeta Francesco Petrarca ad Arquà, collocata nella lussureggiante natura dei colli vulcanici Euganei, chi visita questi luoghi rimane sorpreso per la stretta somiglianza che questo paese possiede alla natura e ai dolci borghi toscani Con Francesco Petrarca, che abbandona Padova per ritirarsi in campagna, fa rinascere la “cultura di villa” come ideale letterario”. Il Poeta non a caso scelse questo paese, per la forte similitudine ai luoghi della sua infanzia. Secondo l’uso medioevale il giardino antistante l’abitazione era coltivato a fiori e piante aromatiche. Sul retro vi era la corte e l’orto delimitati da mura e fuori da esse vi era un brolo di sette campi con vigne, piante da frutto e ulivi per il fabbisogno familiare.
Nel contesto della villa veneta si tende a legare ed a integrare l’architettura con il giardino e il paesaggio. L’architettura della villa trova nel giardino il collegamento con i campi coltivati creando un preciso paesaggio quasi a comporre un percorso che integra e riprende un nuovo ordine.
Per chiarezza bisogna spiegare l’etimo
di brolo e ricollocare questa parola un tempo diffusa in tutta l’Italia settentrionale e in Toscana che oggi è ormai in disuso, anche se rimane come toponimo di molte località.
Come termine dialettale veneto è ancora in uso e designa il piccolo frutteto composto da tante varietà di piante da frutta situato nei pressi dell’abitazione dove si è soliti consociare la coltivazione di verdure per uso e consumo della famiglia. Un modo intelligente di usare il giardino decidendo di usare piante che oltre a soddisfare sotto un punto di vista ambientale possano dare anche dei succulenti frutti che scalarmente possano maturare e così permetterci di avere dalla primavera all’estate la possibilità di consumarli o di poterne farne marmellate con i frutti in eccesso. Passo ad accennare le più comuni piante coltivate nei broli veneti.
(Seconda parte) DUE ESEMPI DI GIARDINI: L’URBANO E IL RURALE.
Nel Veneto di grandi ville con annesso giardino ne conosciamo parecchie, solo per citarle tutte credo sarebbero necessari numerosi libri, così il nostro interesse si focalizzerà su due giardini specifici. Prenderemo in esame una villa urbana ubicata ai piedi di Castel San Pietro, posta nel centro di Verona: Villa Francescati. L’altro è il vasto giardino di villa Valsanzibio, nel comune di Battaglia Terme in provincia di Padova.
Parte della villa di Valsanzibio
Villa Barbarigo di Valsanzibio, incastonata su piccole colline, ha mantenuto intatto fino ad ora il suo fascino e la sua bellezza.
Valsanzibio, sui colli Euganei, una villa ricca di simboli che propone al visitatore attento e preparato una serie di percorsi legati a tematiche alchemiche che con molta probabilità conducono ai segreti dei Beneandanti. Il percorso del giardino si conclude proprio nelle prossimità della villa dove si erge un enorme fungo di marmo, in origine colorato: l’amanita muscaria.
Un vero e proprio viaggio iniziatico che conduce l’uomo alla conoscenza, con una serie di tappe che segnano il percorso e lo caricano di significati attraverso simboli arcaici in parte di difficile interpretazione.
I momenti significativi di questo viaggio esoterico sono rappresentati dall’Isola dei Conigli, dalla Statua del Tempo, dallo splendido labirinto in bosso (tra i pochi ancora in buone condizioni), dalla Fontana dell’Iride ed altri ancora sino ad arrivare al fungo di marmo. Questo strano giardino è un cammino dello spirito, e Zolla dal suo libro :- Le Verità Nascoste Esposte in Evidenza-, lo sottolinea indagando con la solita impertinente e sagace intelligenza insensibile al potere.
Così scrive Sulla traccia degli enigmi veneti Giovanna dal Bon riferendosi proprio agli studi del grande anglista e storico delle religioni:
–Il gran parco che circonda la villa si rivela un pullulio di enigmi noti a quella porzione
eletta del patriziato veneziano iniziata ai saperi “uranici” di riflesso mediceo e della
dottrina di Marsilio Ficino……
……..La conca in cui si specchia il padiglione forma un bagno di Diana, motivo frequente
nei giardini seicenteschi, per i neoplatonici veneziani simbolo della vita
contemplativa.
Azzarda decifrazioni misteriche, Zolla, scovando continui rimbalzi tra i testi di Ficino
e bassorilievi, statue raffiguranti venti, fontane, nicchie.
Sprofonda nella “lettura” degli ultimi labirinti sopravvissuti nel Veneto,
quello di Villa Barbarigo e il dedalo iniziatico di Villa Pisani a Stra rievocato da
D’Annunzio nel Fuoco:
“sta forse a significare che la sola conoscenza
senza l’estasi è un cammino tormentoso”. Secondo questa interpretazione,
i labirinti sarebbero attestati incontrovertibili del contatto delle élite veneziane con
confraternite misteriche come quelle locali dei “benandanti”, contadini
dediti alla trance sciamanica avvicinabili ai rituali eurasiatici.
Dopo la primavera del 1575 con l’Inquisizione di Aquileia queste e altre dottrine
sincretiste vennero stanate e cancellate in tutto il territorio dai tribunali ecclesiastici….>>
Il percorso finisce proprio su quel fungo che era in origine l’amanita muscaria un veicolo di trascendenza mistica per i salvatori delle biade che lo inghiottivano per volare o meglio per uscire dal corpo.
Attraverso decifrazione di simboli, analisi etimologiche, studi linguistici e indagini filologiche, John Allegro giunse alla conclusione che le origini del Cristianesimo (e anche dello stesso Giudaismo) siano da ricercare nei culti preistorici della fecondità del vicino Oriente antico, strettamente legati alla sessualità e all’utilizzo di sostanze psicotrope. Quale luogo più indicato, di un meraviglioso giardino, per ricordare con una “statua” il fungo dell’estasi.
Al fine di poter chiarire in poche righe l’importanza di questo vegetale che per secoli fu usato anche dai Benenandanti, ma anche da sette eretiche guidate da uomini di grande potere come Antonio Barbarigo, procuratore di San Marco colui che concepì e realizzò il giardino esoterico di Valsanzio. Riporto un piccolo brano di
John Allegro,dal suo saggio “Il fungo sacro e la croce”- Cesco Ciapanna Editore – 1970- pag. 69
<Il notissimo gioco di parole in matteo 16:18: “tu sei Pietro (Petros) e sopra questa pietra (petra) edifichierò la mia chiesa…” può assumere oggi una ben maggiore rilevanza per il culto di un semplice gioco sul titolo di Pietro-Cefa e la parola aramaica cheindica pietra, Kepha. Il vero interesse di tutto il brano sta nel gioco di parole sul nome del fungo sacro che “Pietro” rappresenta. Il conferimento di autorità: “io ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto e tutto ciò che sarà sciolto sulla terra sarà sciolto dei cieli” (Matteo, 16:19) ha le sue basi verbali in un importante nome che i Sumeri davano al fungo: MASh-BA(LA)G-ANTA-TAB-BA-RI, letto come “Tu sei l’arbitro (quello che permette, autorizza) del regno”.
Grazie ad un gioco su tre o quattro parole aramaiche estratte dal titolo sumerico. Si tratta probabilmente, come per quasi tutte le direttive e omelie, della storia apparente, di una cosa che non ha nessun significato reale. Meno che mai si può pensare che i membri del culto interpretassero quel brano nel senso che uno di loro avrebbe assunto su di sé l’autorità spirituale indicata dall’interpretazione superficiale del testo. Soltanto Dio ha la facoltà di “legare” e “sciogliere”, per gli adoratori del sacro fungo, la deità si trova in questo ed offriva ai suoi servi la “chiave” per una nuova e meravigliosa esperienza mistica. Era questa “rinascita”, come veniva chimata, che rimeteva i debiti del passato e offriva la premessa di un futuro libero dal “peccato” culturale che impediva la comunicazione diretta dell’iniziato con Dio.”
Giardino di Villa Francescati a Verona un esempio di giardino urbano (come giardino Giusti) esempio di raffinato giardino ricco di piante esotiche, rare e secolari
Il giardino di Villa Francescati
Ai piedi della parte orientale del colle di San Pietro nella vicinanza di orti privati, sorge una villa con un annesso giardino che crea in quel particolare luogo un’oasi per il corpo e la mente. Il giardino oltre ad avere piante secolari e di grande importanza botanica, possiede parecchie grotte scavate dentro il colle con molta probabilità frutto dell’estrazione della pietra galina ( o gialina) che veniva largamente usata nel passato come base per la costruzione degli edifici. Fra queste grotte ne risalta una in particolare per la grandezza e la fattura estremamente raffinata: la grotta dove l’entrata è costituita dalla bocca di un grande mascherone, una faccia di pietra con una espressione terribile, alla maniera delle antefisse etrusche che probabilmente doveva anch’esso assolvere anche ad una funzione apotropaica. La grotta-mascherone è sovrastata da un terrazzo- belvedere riparato da balaustra, dove era in uso posizionare i musici affinché allietassero gli invitati nelle feste che l’importante famiglia solevano dare nel giardino. Questo luogo, ci fa sapere lo studioso Umberto Grancelli nel suo “Piano di fondazione di Verona romana”, era in origine un tempio dedicato al sole ( o ad Apollo). Chi si avvicina alla grotta può effettivamente notare che la sua entrata è stata trasformata, come parte della grotta è stata nel tempo manomessa, oggi destinata a ripostiglio, ma rimane nel complesso il rigore costruttivo: sembra di entrare in un tempio. Un tempio posto nelle viscere di quel colle che ha dato origine alla città di Verona. In fondo alla raffinatà cavità si vede una grande nicchia dove, sempre secondo il Grancelli, in epoca pre-cristiana si trovava una statua dedicata al dio sole. Il giardino è formalmente ripartito su più terrazzamenti con scalinate per il superamento dei pendii. Le vecchie limonaie, due piccole serre con vetrate, sono oggi adibite a lavanderia per l’ostello e a zona ristoro con distributore automatico di bibite e caffè.
Il giardino ed in parte la villa incastonati in un luogo unico ha subito numerosi rifacimenti ma tuttora rimangono inalterati il fascino e la bellezza di entrambi.





