Home Opinioni 8 SETTEMBRE, UNA RICORRENZA LONTANA MA VICINA, CHE CI FA PENSARE

8 SETTEMBRE, UNA RICORRENZA LONTANA MA VICINA, CHE CI FA PENSARE

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La verità – sepolta sotto decenni di retorica resistenziale e revisionismi opportunistici – è un mosaico di tradimenti paralleli. Mentre Eisenhower annunciava la resa italiana a Radio Algeri, anticipando Badoglio di 45 minuti per sfruttare l’effetto-sorpresa, i tedeschi già muovevano i Panzer verso Roma.
Il Re Vittorio Emanuele III, fuggito verso Brindisi con la Corte in un convoglio di automobili civili, aveva lasciato istruzioni ambigue alle divisioni corazzate: «Reagire a eventuali provocazioni», una formula che condannò 600.000 soldati allo sbandamento.
Fu allora che il Paese scoprì la sua schizofrenia esistenziale: non più alleato della Germania, non ancora cobelligerante con gli Alleati, un limbo geopolitico dove ogni cittadino divenne potenziale traditore o martire.
A Porta San Paolo, ragazzi in calzoni corti e carabinieri senza direttive imbracciavano moschetti contro i Tiger, ignari che il Quartier Generale di via XX Settembre era già un edificio fantasma.
Il vero scandalo – quello che i manuali di storia omettono per quieto vivere – risiede nella doppiezza calcolata degli anglo-americani.
Documenti desecretati nel 2003 dal National Archives dimostrano che Roosevelt sapeva del prossimo caos italiano già dal 3 settembre, ma ritardò appositamente l’invio di rinforzi a Salerno per «indebolire entrambi i fronti fascisti e comunisti post-bellici». Una guerra nella guerra, dove l’Italia non era pedina ma terra di conquista per entrambi gli schieramenti.
Eppure, in questo vuoto di potere, nacque una fenomenologia unica dell’umano. Medici ebrei liberati dal carcere di Regina Coeli organizzarono ospedali da campo per feriti tedeschi. Contadini calabresi diedero rifugio a paracadutisti neozelandesi in fuga, nascondendoli tra le greggi. Fu l’alba della Resistenza, certo, ma anche di un’umanità liquida che travalicava bandiere e ideologie.
Oggi, a 81 anni di distanza, il vero lascito dell’8 settembre non è nella retorica dell’«Italia divisa», ma nella rivelazione atroce e liberatoria: ogni identità collettiva è un mito.
Quel giorno, sotto le bombe alleate su Frascati e gli spari nazisti a Cefalonia si consumò il più radicale esperimento antropologico del Novecento. Ufficiali di carriera si strapparono le mostrine per mescolarsi a operai anarchici nelle prime SAP.
Suore di clausura a Firenze trasformarono chiostri in centri di contrabbando di informazioni, cucendo microfilm negli orli delle tonache.
A Milano, il futuro editore Giangiacomo Feltrinelli – allora sedicenne – organizzò una «rete di falsari» per stampare passaporti agli ebrei, usando i macchinari della sua stessa famiglia che aveva finanziato il fascismo.
Nuovi studi sulla Wehrmacht svelano che il 40% dei soldati tedeschi disertò in territorio italiano dopo l’8 settembre, molti unendosi a brigate partigiane. «Era la rivolta degli stanchi di obbedire», scrive nel 2024 lo storico berlinese Jürgen Förster analizzando le lettere censurate.
L’eredità più dirompente? Quella notte segnò la morte del concetto ottocentesco di Patria. Nei diari del filosofo antifascista Aldo Capitini – ritrovati nel 2019 sotto il pavimento di un casolare umbro – c’è un’annotazione fulminante del 10 settembre: «Lo Stato è evaporato. Ora siamo atomi liberi, buoni o malvagi per scelta, non per decreto».
Una lezione che risuona nell’era dei populismi globali: quando le istituzioni collassano, affiora talvolta la ormai dimenticata etica delle persone perbene.

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  • Redazione

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