
di Giorgio Cattaneo
Dopo migliaia di anni, e a quasi un secolo dall’ultima ecatombe mondiale, il laido ghigno della guerra è ancora qui a sabotare la vita del sapiens sul pianeta. “Guerra è sempre”, recitava l’inquietante motto dell’ebreo greco Mordo Nahum, uno dei personaggi immortalati da Primo Levi ne “La tregua”. Un libro profetico: furono le atomiche di Hiroshima e Nagasaki a spalancare sul futuro il nuovo incubo, nell’orizzonte di un’Europa allora ridotta a un cumulo di macerie fumanti. Nemmeno il tempo del sollievo, per la fine dell’odissea dolorosissima dei superstiti, e già l’agenda prenotava orrori destinati a durare molto a lungo.
Terminata l’ibernazione artificiale della guerra fredda, ecco la nuova accelerazione subito imposta con il crollo dell’Urss e lo scontro coloniale neoliberista contro il sistema-Russia. E adesso, di fronte alla ulteriore azione da parte del Cremlino (ad opera di Putin, che per anni ha morso il freno), siamo forse arrivati alla vigilia della possibile escalation finale, con il soldato Macron che – mentre Gaza brucia sotto le bombe di Netanyahu – promette l’invio di forze armate francesi in Ucraina, qualora i russi si decidessero a sfondare il fronte avvicinandosi al Dnepr e a Odessa.
Lo smottamento in corso è talmente rapido e grave da far passare in secondo piano le varie analisi geopolitiche, di qualunque segno esse siano: le tradizionali dinamiche antagonistiche tra blocchi imperiali non bastano a spiegare fino in fondo quanto sta avvenendo. Dagli Usa – dove è tuttora scandalosamente proibita la diffusione dei libri di Alexandr Dugin – giunge notizia dell’arresto di migliaia di studenti, colpevoli di manifestare nelle università il loro appoggio ideale alla Palestina, martirizzata da nemici palesi e occulti, magari anche palestinesi, anch’essi al servizio degli opposti estremismi eternamente belligeranti.
Politica, finanza, economia, energia: nulla è più sufficiente, di per sé, a motivare il tracollo planetario al quale stiamo assistendo. Una valanga innescata dall’11 Settembre e proseguita con il tragico programma che ne è seguito: le guerre atlantiche, la dittatura finanziaria globale, la crisi di Wall Street e quella degli spread europei per terremotare le classi medie occidentali. A ruota: il terrorismo opaco targato Isis, la speculazione bipartisan sulle ondate migratorie, il panico pandemico su scala mondiale, il dilagare dell’ideologia woke-gender, il delirio para-scientista sulla “catastrofe climatica di origine antropica”. E adesso, infine, il ritorno all’antico: la guerra classica, a cannonate, come destino apparecchiato per gli europei.
In un contesto così pericolosamente folle, svuotato di senso e armato fino ai denti, con un mainstream occidentale dove ormai sembra vietato pensare e parlare, a meno di non finire come Julian Assange, riesce difficile prendere sul serio le ragioni delle tifoserie classiche, l’antiamericanismo e la russofobia, l’ultra-sionismo e l’antisemitismo. Spicca semmai l’utilizzo dell’Iran sciita come agente destabilizzatore esecrabile ma sempre impunito, provvidenziale in qualità di nemico utile. E che dire delle leggende consolatorie sulle favolose alleanze trasversali che, mettendo insieme Trump, Putin e Xi Jinping, sintonizzerebbero magicamente l’America dei Buoni con il cartello Brics mettendo fine alle plurisecolari dinastie del dollaro, vere padrone di tutto?
Persino nell’ultrapiccolo ‘habitat domestico, alla vigilia italiana delle europee, emerge il completo dissesto della politica, in mano a replicanti e minuscoli ventriloqui, tutti desolatamente arruolati nel medesimo coro di mediocri comparse, allineate alla Voce del Padrone. Può sconcertare il fatto che i poteri superiori temono i pochi outsider rimasti, al punto da muovere pedine per escluderli addirittura dalla competizione: è il caso di Marco Rizzo e Francesco Toscano, che si sono visti bocciare la richiesta di ridimensionare la quota delle firme necessarie per presentare le liste elettorali, nonostante le regole fossero state ridefinite inopinatamente solo a marzo, cioè a tre mesi dal voto.
E il bello è che a premere sul governo per escludere “Democrazia Sovrana Popolare” è stata una minuscola formazione come “Nord chiama Sud”, miracolata da quelle stesse norme ed esentata dalla raccolta firme per aver eletto due parlamentari nel 2022, pur avendo riscosso consensi irrisori, rispetto a quelli di Rizzo e Toscano. In particolare, a imputarsi per escluderli sarebbe stata l’ex deputata grillina Laura Castelli, torinese, già fieramente al fianco dei NoTav e poi – con una giravolta spettacolare – passata addirittura al governo Draghi (sottosegretaria all’economia) e oggi riapparsa in veste di inflessibile persecutrice degli oppositori potenzialmente fastidiosi.
La compagine della Castelli è capeggiata da un frontman come l’ex sindaco messinese Cateno De Luca, stranamente sponsorizzato da Red Ronnie nonostante i suoi trascorsi da gendarme dell’ortodossia pandemica. Incredibile ma vero, il gruppo si auto-rappresenta come voce alternativa: alla bisogna ha raccolto anche la rediviva Sara Cunial, che nel 2022 si impegnò a mantenere frammentato il “mondo del dissenso”. Peccato che sia lo stesso De Luca, in televisione, ad ammettere di tifare apertamente per il Draghi prima maniera: lo vedrebbe alla guida dell’Ue, forse con la dichiarata speranza che possa commissariare l’Italia, svuotandola quindi di qualunque residua sovranità democratica.
Questi sono gli eroi che, anche con la benedizione di menestrelli vari, nella Colonia Italia eseguono le direttive dei supremi poteri euroatlantici: poteri così nervosi, par di capire, da essere inquieti persino all’idea che possa aver voce in capitolo – su temi come l’Ue, la Nato e l’Oms – un gruppo numericamente esiguo come quello di Toscano e Rizzo, guardato a vista dall’establishment e tacciato di bieco rossobrunismo, ovviamente putiniano. Lo scorso anno, i due appoggiarono il comitato “Ripudia la guerra”, di Enzo Pennetta, che raccolse firme (in solitaria) per chiedere un referendum contro l’invio di armi a Kiev. Iniziativa impervia e completamente silenziata: non solo dal mainstream, ma anche da tanti canali web indipendenti.
Al contrario, il mainstream si guarda bene dall’oscurare un mattatore come il Michelone nazionale, onnipresente in televisione, oggi a capo di un cast di testimonial messo in piedi per aggregare voti in fuga, per lo più dal Pd, e opinioni semi-critiche sulla gestione della crisi Nato-Russia. Dettaglio non da poco: lo scorso anno, pur invitato caldamente a prendere posizione sulla proposta di referendum, lo stesso ha sempre evitato anche solo di accennare a quell’iniziativa. Come se temesse la potenziale “concorrenza” rappresentata dai proponenti?
Con la variegata area intellettuale presente attorno a Pennetta – nonostante l’opinione teoricamente affine, sull’argomento – l’ex conduttore non ha mai accennato a nessuna possibilità di intesa, neppure meramente tattica, anche solo per fare fronte comune davanti a un problema così pressante e di tale magnitudine. E dunque: quanto può essere sincero, oggi, il nostro eroe che critica garbatamente la guerra, ma senza mai dire una parola sul reale strapotere della Nato, sul ruolo oligarchico dell’Ue e, in generale, sulla vertiginosa verticalizzazione autoritaria del potere, a ogni livello?
Un simile spettacolo, in generale, non può che alimentare la già oceanica marea dei non-votanti, dando fiato alla retorica dell’astensionismo militante, giulivo e palingenetico. Illusioni genuine convivono con il cinismo di abili illusionisti: l’idea, puerile, è che il grande potere – semplicemente – un giorno finisca per arrendersi, di fronte alla diserzione generale delle urne. Beninteso: il disgusto civile è comprensibilissimo. Per contro, non può che allarmare la tendenza (vistosa) ad escludere i contestatori: che evidentemente – checché ne pensino i maniaci dell’astensionismo terminale – in qualche modo inquietano i grandi manovratori.
Forse, proprio loro – gli outsider, comunque li si giudichi – sarebbero gli unici guastafeste in grado di interrompere almeno l’ipnosi della dissonanza cognitiva dominante, che spinge i cittadini ad accettare passivamente qualsiasi pazzia, compresa la peggiore di tutte: l’idea della guerra come esito inevitabile e fisiologico. In realtà il conflitto resta qualcosa di aberrante: un suicidio che nessuno – sano di mente – sarebbe lieto di subire. In altre epoche, quando ancora la politica non era stata rasa al suolo, qualsiasi leader, anche non eccelso, avrebbe fatto di tutto per evitare l’ecatombe, attivando canali negoziali. Se questo non avviene più è proprio a causa dello spaventoso deficit politico. Un male oscuro, a cui non si rimedia certo disertando le urne (o impedendo l’accesso ai candidati scomodi, in modo da tenerli eternamente lontani dai riflettori).
Un mondo senza politica: il paradiso perfetto, per i peggiori malintenzionati. Da un lato resistono i partiti-fotocopia e le relative opposizioni-farsa, dall’altro giganteggia l’abisso del non-voto. A completare il quadro, l’esilio politico-mediatico imposto ai dissidenti autentici. Situazione poco rassicurante: gli eletti potranno continuare a recitare pienamente il loro ruolo istituzionale, come se avessero davvero ricevuto una piena investitura popolare. Potranno tranquillamente seguitare a fingere di governare le cose, usi obbedir cianciando, mentre i loro veri azionisti avranno mano libera nel decidere quel che più converrà loro, foss’anche uno scontro militare con potenze nucleari. Il tutto, sulla testa di cittadini ignari, ingenui o disillusi, comunque rassegnati a subire gli eventi: come se la nostra democrazia, di fatto, non esistesse più.





