
Si sono incontrati, Joe Biden e Xi Jinping e hanno aperto un dialogo dopo mesi di tensione, ma, al di là del fatto positivo che i due Paesi siano tornati a parlarsi in modo diretto e a cercare di trovare un equilibrio, il messaggio più importante, che riguarda gli assetti geopolitici del mondo nel prossimo futuro, è che l’America deve scordarsi di essere un Paese eccezionale, destinato da Dio ad esportare il suo modello, come hanno pensato per troppo tempo le élite Usa.
Xi ha detto a Biden che è “non realistico” che ognuna delle due super potenze militari ed economiche possa pensare di “rimodellare l’altra”. “Il mondo è abbastanza grande – è stato il messaggio emerso durante il bilaterale – perché entrambi i Paesi possano avere successo”.
Tutto il significato dell’incontro tra Washington e Pechino è in queste affermazioni. E’ finita l’epoca degli Usa come unico soggetto egemone e se Washington vuole essere un soggetto geopolitico mondiale deve riconoscere che ci sono altri soggetti. Ovviamente Xi Jinping ha parlato di se stesso e del ruolo di Pechino, ma il tema è più ampio e riguarda la Russia, l’India e altre nazioni.
L’Europa, in tutto questo rimescolarsi della carte a livello mondiale, non esiste. Esistono gli Stati che fanno parte dell’Unione e, in questo quadro, si pone anche il ruolo possibile dell’Italia.
L’Unione Europea, così come è combinata, al di là delle chiacchiere di Borrell, continua a recitare il mantra green, anche se la deriva verde sta per essere abbandonata dai fondi che l’hanno creata e si occupa di vessare i cittadini degli Stati membri con normative assurde.
Il leader cinese, dunque, ha messo sul tavolo, a carte scoperte, il tema fondamentale dell’oggi e dei prossimi anni: il nuovo assetto del mondo, che non può essere il Nuovo Ordine Mondiale ipotizzato da Bush padre e perseguito dai Rino (repubblicans in name only) e dai Dem e nemmeno quello distillato dal pensiero finanziario di Davos.
La questione non è solo commerciale e geostrategica, ma anche culturale, in quanto pone in primo piano il rispetto reciproco delle proprie radici culturali, escludendo che una potenza possa “rimodellare l’altra”.
Cosa diciamo delle idee della signora Clinton di portare il modello americano in Siria? O di Bush di esportare il modello americano in Iraq?
La Cina ha la sua cultura millenaria, l’India non è da meno, la Russia, che si considera erede di Bisanzio, non può essere considerata una terra di conquista. I Paesi arabi li vogliamo convincere che devono diventare la California?
E l’Occidente? Xi, dicendo che nessuna delle potenze deve rimodellare l’altra pone anche il tema dell’identità. Cosa facciamo in Occidente. La questione non riguarda solo gli Usa, che hanno una storia di trecento anni, ma gli Stati europei, che hanno radici millenarie. Continuiamo con la porcheria woke, con la cancel culture, con il politicamente corretto imposto da un globalismo che sta franando di fronte ai nostri occhi?
Vogliamo continuare a perpetuare l’idiozia o tentiamo di rinsavire?
In un mondo multipolare, questo è il senso di quanto ha detto Xi a Biden, che posto avrà l’Occidente?
Nel suo insediamento nel 2013, Barack Obama ha detto: “L’America rimarrà l’ancora di forti alleanze in ogni angolo del globo. E rinnoveremo quelle istituzioni che estendono la nostra capacità di gestire le crisi all’estero, perché nessuno ha un interesse più grande in un mondo pacifico della sua nazione più potente. Sosterremo la democrazia dall’Asia all’Africa, dalle Americhe al Medio Oriente, perché i nostri interessi e la nostra coscienza ci obbligano ad agire a nome di coloro che desiderano la libertà”.
A dieci anni di distanza da quelle affermazioni, l’America può ancora considerarsi la nazione obbligata ad agire in tutto il mondo in nome di coloro che desiderano la libertà?
Cosa ne facciamo delle Primavere Arabe in compagnia dei Fratelli Musulmani? Cosa ne facciamo dell’Afghanistan? Solo per fare due esempi di fallimentare esportazione del modello Usa?
In esordio del suo discorso di insediamento Brack Obama ha affermato: “Ogni volta che ci riuniamo per inaugurare un Presidente diamo testimonianza della forza duratura della nostra Costituzione. Affermiamo la promessa della nostra democrazia. Ricordiamo che ciò che unisce questa nazione non sono i colori della nostra pelle, i principi della nostra fede o l’origine dei nostri nomi. Ciò che ci rende eccezionali – ciò che ci rende americani – è la nostra fedeltà a un’idea articolata in una dichiarazione fatta più di due secoli fa: «Riteniamo che queste verità siano evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili; che tra queste ci sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità».
Quanto è distante l’Occidente da queste “verità evidenti” dopo che è stato invaso dalle follie globaliste, dalla ideologia woke, dalla cancel culture, dal gender fluid, e via discorrendo?
Tutti frutti dei Dem clintonian-obamiani.
Non rimodellare significa anche non farsi rimodellare, ma se hai perso il senso di chi sei rischi solo di essere un mondo di plastilina facilmente manipolabile.
L’incontro Biden-Xi, pertanto, ha messo in chiaro quale sia la sfida da affrontare nei prossimi mesi, anni, decenni: il passaggio da un mondo unipolare a un mondo multipolare, fatto di modelli diversi e di culture diverse.
In ogni caso, va anche non sottovalutato qualche risultato contingente, come quello del ripristino delle comunicazioni militari “ad alto livello” e della collaborazione nella lotta alla droga.
Su Taiwan che sono arrivati i messaggi chiari: Xi ha garantito che non sono previste azioni militari da parte della Cina, chiarendo che la speranza è quella di una “riunificazione pacifica”. Biden ha chiesto che Pechino non interferisca sulle elezioni che attendono Taiwan, Xi ha rilanciato chiedendo al leader americano di smettere di fornire armi all’isola.
Malgrado la ripresa del dialogo molte questioni tra le due grandi potenze sono rimaste irrisolte.
Una di queste riguarda i controlli Usa sulle esportazioni cinesi. Questione sulla quale, ha fatto sapere Pechino, Xi è intervenuto durante i colloqui per sottolineare che si tratta di sanzioni unilaterali che “danneggiano gravemente gli interessi legittimi della Cina”. “Siamo in una relazione competitiva”, ha ammesso Biden, “ma la mia responsabilità è rendere questa relazione razionale e gestibile in modo che non si traduca in un conflitto. Questo è ciò di cui mi occupo. Ecco di cosa si tratta. Trovare un modo per incontrarci e trovare interessi reciproci”.
Ma alla fine della breve conferenza stampa (solo quattro domande sono state concesse ai cronisti americani) Biden si è fermato per rispondere a un’altra domanda, ovvero se considerasse ancora Xi come un “dittatore”, un termine che aveva usato in una campagna di raccolta fondi all’inizio di quest’anno. “Beh..lo è”, ha detto il presidente Usa, aggiungendo che “si tratta di un leader che guida un paese comunista”.
Con i dittatori, dunque, si tratta? Si, quando fa comodo.





