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Viaggio semiserio nella testa di un propal

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nella testa di un propal

Propal, l’ultimo travestimento dell’antagonista seriale italiano

Un’analisi semiseria di un fenomeno che meriterebbe uno studio clinico.
La Global Sumud Flotilla sta per salpare di nuovo. Duecento imbarcazioni, parlamentari del campo largo a bordo, kefiah d’ordinanza, telecamere al seguito. Destinazione Gaza.
Destinazione reale: il proprio ego.

Ma chi è il propal? Cosa si agita dentro quella testa? Cosa connette sinapsi capaci di piangere le donne di Gaza e ignorare quelle impiccate a Teheran?

Di invocare diritti umani sostenendo chi li abolisce? Di prendere a martellate un poliziotto a Torino e chiamarla autodifesa? Di lanciare molotov e spranghe contro i carabinieri in Val di Susa e chiamarla resistenza?

La domanda merita un approccio clinico. Semiserio, naturalmente. Ma se uno psichiatra criminale si trovasse sul lettino un esemplare medio di antagonista travestito da pacifista, il referto potrebbe risultare illuminante.

Perché di questo si tratta. Il propal non è una figura nuova. È l’ultimo travestimento dell’antagonista seriale italiano. Lo stesso soggetto che piangeva per Maduro gridando “Giù le mani dal Venezuela”.

Lo stesso che dopo la morte di Khamenei sfilava “contro l’aggressione imperialista all’Iran”. Lo stesso che il 7 ottobre cercava giustificazioni per il massacro. Cambiano le magliette. Le sigle restano: OSA, Cambiare Rotta, Askatasuna, Potere al Popolo. Il travestimento muta. La patologia è stabile.

Vediamo il referto.

Pensiero psicotico strutturato.

In soldoni: è matto, ma con metodo.

Il soggetto presenta un quadro delirante organizzato a sfondo persecutorio con ideazione paranoide sistematizzata. Ha elaborato una cosmogonia completa in cui forze occulte (imperialismo, sionismo, capitale globale) governano la realtà.

Si percepisce come elemento di una élite cognitiva che ha “compreso la verità”. Qualsiasi interlocutore che non aderisca al sistema viene classificato come agente ostile.

La struttura è indistinguibile da quella osservabile nei soggetti convinti che la NASA falsifichi le immagini della Terra o che entità rettiliane occupino posizioni di potere. Cambia il contenuto del delirio. L’architettura paranoide è sovrapponibile.

Impermeabilità totale alla falsificazione.

In soldoni: è inutile discuterci, come con chi crede che la Terra sia piatta.
Il soggetto non è resistente alle prove contrarie. Le introietta e le converte in materiale di conferma.

Questo meccanismo di retroazione positiva chiude il circuito delirante rendendolo autoalimentato e clinicamente inattaccabile. Filmati del massacro del 7 ottobre: “propaganda sionista”. Donne lapidate in Iran: “propaganda occidentalista”.

Dissidenti torturati in Venezuela: “operazione della CIA”. Ogni evidenza contraria viene metabolizzata dal sistema e ne esce come prova a sostegno. La malattia si nutre delle cure. Il peggioramento è progressivo e irreversibile.

Disturbo dissociativo dell’identità morale con tratti sociopatici.

In soldoni: picchia e si crede buono.

Il soggetto presenta una scissione completa tra il sé percepito e il sé agito. Dato clinicamente significativo: la scissione non produce alcun disagio. Il soggetto si percepisce difensore dei deboli mentre fiancheggia regimi che i deboli li massacrano per statuto.

Si percepisce nonviolento mentre agisce violenza fisica diretta. A Milano devasta una stazione ferroviaria e la chiama “risposta popolare”. La dissociazione non genera rimorso, né ripensamento, né autocritica.

Il soggetto vive in uno stato di esaltazione permanente che si configura come euforia paradelirante egosintonica. In termini non clinici: è felice della propria patologia. La vive come una condizione di superiorità.

Inversione predatore-preda con pericolosità sociale elevata.

In soldoni: ti dà un pugno e denuncia il dolore alla mano.
Il tratto che in sede peritale imporrebbe la massima attenzione. Il soggetto aggredisce e simultaneamente si dichiara aggredito. È il meccanismo dello stalker che accusa la vittima di provocazione.

Dell’incendiario che lamenta la mancanza di estintori. A Torino il martello sulla testa del poliziotto diventa “reazione difensiva”. In Val di Susa la molotov contro il carabiniere diventa “risposta alla militarizzazione del territorio”. Il soggetto non mente.

Questo è il dato clinicamente più allarmante: ci crede. Ha operato una ristrutturazione cognitiva completa in cui l’atto violento è stato riqualificato come legittima difesa. La pericolosità sociale è direttamente proporzionale alla sincerità con cui il soggetto si percepisce innocente.

Parafasia morale cronica

In soldoni: chiama pace la guerra.

Il soggetto presenta un’alterazione sistematica del codice semantico morale. Ogni termine è stato svuotato del significato originario e riempito con il significato opposto.

“Resistenza” designa l’aggressione. “Difesa” designa l’attacco. “Liberazione” designa l’asservimento. Hamas è un “movimento di liberazione”. Maduro è un “presidente legittimo”. Gli ayatollah sono “vittime”.

Il soggetto non manipola il linguaggio. Abita nel linguaggio ristrutturato. Lo parla come lingua madre. Questo lo rende intrattabile: non è possibile raggiungere un soggetto che ha ridefinito il vocabolario in cui si svolge la terapia.

Coazione seriale al fiancheggiamento

In soldoni: non ne azzecca una, e non è un caso.

Il dato criminologicamente determinante è la serialità. Il soggetto non sbaglia una volta. Sbaglia sempre, su ogni causa, in ogni epoca, senza una sola eccezione. Hamas. Maduro. Khamenei. Assad. Milosevic, se si risale indietro. Non è errore di giudizio. È compulsione.

Una dipendenza patologica dal regime più indifendibile disponibile sul mercato. Più la causa è insostenibile, più l’attrazione è irresistibile. È possibile stabilire con certezza matematica che alla prossima crisi internazionale il soggetto si schiererà con la parte sbagliata. L’assenza totale di autocorrezione nel tempo conferma la prognosi più severa.

Narcisismo predatorio mascherato da altruismo

In soldoni: non vuole salvare Gaza, vuole il selfie con la bandiera.

Il soggetto utilizza la causa come strumento di affermazione narcisistica. Gaza, il Venezuela, l’Iran, la Val di Susa non sono fini. Sono palcoscenici. La kefiah è un costume di scena. Il corteo è un red carpet. Il soggetto non vuole salvare nessuno. Vuole essere visto nell’atto di fingere di salvare qualcuno.

Ha bisogno che la vittima esista e continui a soffrire, perché senza vittima il palcoscenico si smonta. Questo è il tratto più cinico del profilo: il soggetto non desidera la risoluzione del conflitto. Desidera la sua perpetuazione.

Prognosi e possibile terapia

Alla voce “terapia” lo psichiatra criminale annoterebbe, con la franchezza che la professione impone, che il quadro clinico non presenta margini significativi di trattamento.

Le patologie ideologiche strutturate sono le più resistenti all’intervento terapeutico perché il soggetto non si percepisce malato. Anzi. Si percepisce guaritore. Ogni tentativo di cura viene interpretato come aggressione. Ogni terapeuta viene classificato come agente del sistema.

Esiste tuttavia un unico precedente clinico di guarigione di massa parzialmente documentato: il crollo del Muro di Berlino. Nel 1989 milioni di soggetti affetti da ideazione collettivista strutturata furono sottoposti a un trattamento d’urto: la realtà. Molti guarirono. Alcuni recidivarono. Altri, i più gravi, sono ancora in piazza. Con la kefiah al posto del Che Guevara.

La terapia suggerita è dunque una sola: un’iniezione massiccia di realtà. Purtroppo, come annota lo psichiatra chiudendo la cartella clinica, è l’unico farmaco che il soggetto rifiuta categoricamente di assumere.

Prognosi: riservata. Tendente al cronico

Resta un’ultima osservazione, questa del tutto seria. La sinistra istituzionale italiana si imbarca, letteralmente, con questi profili clinici. Schlein, Conte, Boldrini, Bonelli sanno perfettamente che nelle piazze dove cercano voti si cacciano i giornalisti, si aggrediscono le troupe televisive, si organizza la guerriglia su Telegram. Lo sanno. E salgono a bordo lo stesso. Perché la piazza conta più della decenza. E il consenso conta più della coerenza.

Il propal non è un pacifista. È un antagonista con la kefiah. Un terrapiattista della geopolitica. Un rettiliano della solidarietà internazionale. Con una coerenza nell’errore che, questa sì, meriterebbe davvero uno studio clinico.

Non semiserio.

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